Dal 10 luglio al 10 agosto Bari torna a essere uno dei centri nevralgici della produzione artistica contemporanea con la Bibart Biennale 2026, una manifestazione che negli anni ha saputo consolidarsi come appuntamento di riferimento nel panorama culturale del Sud Italia. Pittura, scultura, grafica, installazioni, performance, proiezioni di cortometraggi, presentazioni letterarie e laboratori di scrittura si intrecciano in un programma articolato che coinvolge luoghi simbolo della città vecchia, come il Museo dei pigmenti del colore presso Santa Teresa dei Maschi e la chiesa di San Gaetano. A partire dal 18 luglio e fino al 30 agosto, la rassegna si estende anche a Martina Franca, nel Conservatorio di Santa Maria della Misericordia, ampliando ulteriormente il proprio raggio d’azione.
Diretta da Miguel Gomez e organizzata dalle associazioni Federico II Eventi e Vallisa Cultura, con la collaborazione della Fondazione Caracciolo de Sangro, la Biennale si conferma come un progetto capace di mettere in dialogo territori, linguaggi e sensibilità differenti. Le opere in esposizione provengono infatti da artisti italiani e internazionali, con partecipazioni da Puglia, Basilicata, Lombardia, Emilia Romagna, Friuli, Lazio, Abruzzo, Montenegro, Palestina e Grecia, a testimonianza di una vocazione sempre più aperta e inclusiva.
Fin dalla sua nascita nel 2016, Bibart ha scelto di abitare spazi carichi di memoria, trasformando chiese e luoghi storici in contenitori di arte contemporanea. Un dialogo tra passato e presente che non si limita alla semplice esposizione, ma diventa occasione di riflessione e partecipazione collettiva. L’arte, in questo contesto, si configura come strumento di rigenerazione culturale e sociale, capace di valorizzare il patrimonio storico e al tempo stesso di attrarre un pubblico sempre più attento e curioso. Non a caso, manifestazioni di questo tipo rappresentano oggi una risorsa strategica anche per il turismo, contribuendo a rafforzare l’identità dei territori e a generare ricadute economiche e sociali significative.
Tra le novità più rilevanti della quinta edizione emerge l’introduzione di una sezione dedicata all’Art Brut, frutto della collaborazione tra il direttore Miguel Gomez e Pasquale Rubino, direttore artistico del progetto ArtBrut22, insieme alle associazioni di promozione sociale Occhi Verdi e ventidue.tv, nate all’interno del Gruppo Phoenix, ente impegnato nella gestione di strutture di riabilitazione psichiatrica. Si tratta di una scelta che amplia il significato stesso della Biennale, portando al centro una pratica artistica profondamente legata all’espressione autentica e alla dimensione terapeutica.
L’Art Brut, termine coniato nel secondo dopoguerra dall’artista francese Jean Dubuffet, indica una produzione artistica fuori dai circuiti tradizionali, spesso realizzata da persone prive di formazione accademica e appartenenti a contesti marginali. Dubuffet, figura ribelle e anticonvenzionale, dedicò gran parte della sua ricerca alla scoperta di linguaggi espressivi spontanei, visitando ospedali psichiatrici e ambienti isolati alla ricerca di segni, tratti e visioni capaci di restituire un immaginario libero da condizionamenti culturali. Le opere di Art Brut si distinguono per la loro forza primitiva e per un linguaggio visivo fatto di segni misteriosi, forme vorticose e colori intensi, spesso espressione di stati interiori complessi e profondamente autentici.
Inserire questa corrente all’interno di Bibart significa dare spazio a una dimensione dell’arte che non cerca approvazione né riconoscimento, ma nasce da un’urgenza espressiva pura. Un’arte che cura, che trasforma il dolore in forma e che apre a dinamiche emotive non convenzionali, contribuendo a ridefinire i confini stessi della creatività contemporanea.
Il tema scelto per l’edizione 2026 è “La Speranza”, un concetto tanto fragile quanto necessario in un presente segnato da conflitti, crisi e incertezze globali. Le immagini di guerre e distruzioni scorrono quotidianamente sugli schermi, lasciando un segno profondo, spesso difficile da elaborare. In questo scenario, parlare di speranza diventa un atto di coraggio, una scelta consapevole che non nega la realtà, ma invita a guardarla con uno sguardo diverso.
La speranza, come sottolineato anche dalla riflessione che accompagna la Biennale, non è un’illusione né una promessa astratta, ma una forza concreta che si manifesta nei piccoli gesti quotidiani: nella solidarietà, nella capacità di ascolto, nella volontà di non restare indifferenti. È una tensione che unisce, che costruisce ponti e che resiste anche nei momenti più difficili.
In questo contesto, l’arte assume un ruolo centrale. Non può fermare i conflitti, ma può trasformare lo sguardo, dare voce a chi non ne ha, raccontare il dolore senza banalizzarlo e aprire nuovi spazi di senso. L’esperienza artistica diventa così un luogo intimo e condiviso allo stesso tempo, capace di accogliere, di interrogare e di generare consapevolezza. Perdersi in un’opera significa entrare in contatto con una dimensione profonda, quasi spirituale, in cui il caos può trovare una forma e la sofferenza un linguaggio.
La Bibart Biennale 2026 si presenta quindi come molto più di una semplice esposizione: è un laboratorio diffuso di idee, emozioni e relazioni, un invito a fermarsi, osservare e riscoprire il valore dell’arte come strumento di conoscenza e trasformazione. In un mondo ferito, la speranza non appare come una debolezza, ma come una forma di resistenza. Ed è proprio da questa resistenza, ostinata e silenziosa, che può nascere ogni possibile cambiamento.
La Biennale entra nel vivo con un programma ricco e articolato che intreccia linguaggi, esperienze e sensibilità differenti, confermandosi come uno degli appuntamenti più dinamici del panorama artistico contemporaneo. Accanto alla varietà delle discipline coinvolte, dalla pittura alla scultura, dalla grafica alle installazioni, fino alle performance e alle arti audiovisive, emerge con forza la pluralità degli artisti in esposizione, provenienti da contesti geografici e culturali diversi.
Tra i protagonisti di questa edizione figurano Sergio Abbrescia (Lusa), Rima Almozayyen, Claudia Bisson, Lorenzo Cassanelli, Rossella Cea, Andrea Cramarossa, Giò Cucchiara, Cinzia de Vita, Antonietta di Carlo, Giacomo Dirutigliano, Fabrizio “Relè” Distante, Sara Fruet, Mara Giuliani, Angelo Mastria (Hedrarte), Anneta Ivanovic, Gabriele Liso, Vincenzo Lo Sasso, Gear Art Studio, Ferruccio Magaraggia, Giuditta Mercurio, Angela Milella, Niku Monfreda, Biagio Monno (Toy Blaise), Giancarlo Montefusco, Domenico Morolla, Lukiana Papadopoulou, Oriana Papais, Gina Pignatelli, Claudio Rizzo, Carmelo Romano, Rosalba Ronzulli, Pasquale Rubino, Giuseppe Ruscigno, Marialuisa Sabato, Miranda Santoro, Maria Tassopoulou, Giuseppe Toscano, Gennaro Traversa, Antonella Tucci, Sarah Vetrani e Tommaso Vitale. Un elenco che restituisce la dimensione corale della Biennale e la sua capacità di mettere in dialogo poetiche differenti, tra ricerca individuale e confronto collettivo.
L’inaugurazione ufficiale si svolgerà il 10 luglio alle ore 18.30 presso il Museo del colore Santa Teresa dei Maschi a Bari, con apertura contemporanea anche della chiesa di San Gaetano. Un doppio spazio espositivo che sottolinea il legame tra arte contemporanea e patrimonio storico, offrendo ai visitatori un’esperienza immersiva nel cuore della città vecchia. Il secondo momento inaugurale è previsto per il 18 luglio alle ore 18.30 a Martina Franca, presso il Conservatorio di Santa Maria della Misericordia, ampliando così la dimensione territoriale della manifestazione.
Il calendario degli eventi collaterali si distingue per la sua capacità di coinvolgere il pubblico in modo attivo, trasformando la Biennale in un luogo di partecipazione e sperimentazione. Il 14 luglio, sempre presso Santa Teresa dei Maschi, si terrà “Inventario Emotivo”, un laboratorio di scrittura condotto da Cinzia Cognetti e ispirato al suo romanzo “Note a margine del mio dolore”. L’iniziativa invita i partecipanti a esplorare il rapporto tra memoria e oggetti, dando forma a ricordi e storie che emergono da elementi quotidiani spesso dimenticati, in un percorso che unisce introspezione e narrazione.
Il giorno successivo, il 15 luglio alle ore 19.00, lo stesso spazio ospiterà la proiezione del cortometraggio “.nella città, il silenzio”, ideato da Andrea Cramarossa per il progetto del Teatro delle Bambole. Il film, caratterizzato fin dal titolo da una scelta stilistica non convenzionale, coinvolge attori professionisti, detenuti della Casa Circondariale “Francesco Rucci” di Bari e studenti della Scuola C.P.I.A. “Alessandro Leogrande”. Un’opera realizzata con il supporto dell’Area Trattamentale Esterna e della Polizia Penitenziaria, che testimonia il valore sociale e inclusivo dell’arte, capace di creare connessioni e percorsi di reintegrazione attraverso il linguaggio cinematografico.
A Martina Franca, il programma prosegue con una proposta performativa di forte impatto. Sul tetto del Conservatorio di Santa Maria della Misericordia, alle ore 20.00, andrà in scena “Magma. Narrazione ed Esorcismo. Preghiera a Partenope”, una performance con Giampaolo Roselli e Miguel Gomez, ispirata al romanzo dello stesso Roselli “Magma. Vendetta e castigo dalle viscere dei campi flegrei”. L’evento si configura come un’esperienza immersiva e simbolica, in cui parola, corpo e spazio si fondono per dare vita a un racconto che affonda le radici nella memoria e nella forza primordiale della terra.
Attraverso questo programma articolato, la Bibart Biennale 2026 si conferma come un laboratorio culturale aperto, capace di accogliere linguaggi diversi e di costruire un dialogo tra artisti, pubblico e territorio. Non solo esposizione, ma esperienza condivisa, in cui ogni evento contribuisce a ridefinire il ruolo dell’arte come strumento di relazione, riflessione e trasformazione.




