Tommaso Vitale

nasce a Bari il 5 settembre 1964 e cresce in un ambiente familiare in cui l’interesse per l’arte e l’architettura viene alimentato sin dall’infanzia, in particolare grazie alla figura dei…

BIOGRAFIA

#Tommaso Vitale

nasce a Bari il 5 settembre 1964 e cresce in un ambiente familiare in cui l’interesse per l’arte e l’architettura viene alimentato sin dall’infanzia, in particolare grazie alla figura dei nonni, che lo avvicinano alla scoperta dei monumenti e alla sensibilità estetica. Affetto fin dalla nascita da ipoacusia bilaterale, trasforma quella che avrebbe potuto essere una difficoltà in una spinta creativa, sviluppando una forte inclinazione artistica già durante gli anni scolastici, accompagnata da un vivo interesse per la storia dell’arte.

Dopo un iniziale percorso universitario in Agraria, intraprende la professione di geometra nel settore della viabilità, senza mai abbandonare la passione per l’arte e per i viaggi, che diventano nel tempo una fonte costante di ispirazione. A partire dalla fine degli anni Novanta inizia a partecipare attivamente a mostre, concorsi e fiere, ottenendo riconoscimenti e premi sia in ambito artistico sia in altre sue passioni, come l’allevamento dei canarini.

Il suo ingresso deciso nel sistema dell’arte avviene nel 2014 con la partecipazione al Premio Arte di Milano, che segna l’inizio di un percorso espositivo intenso e continuativo, in Italia e all’estero. Da allora prende parte a numerose manifestazioni internazionali, tra cui fiere, biennali e concorsi di rilievo, esponendo in città come Roma, Venezia, Milano, Bologna, Londra, New York, Basilea e Miami, e ricevendo apprezzamenti da pubblico e critica.

La sua ricerca si distingue per l’utilizzo di materiali di recupero e di riciclo, attraverso i quali costruisce opere, sculture e installazioni che riflettono sulla realtà sociale, sull’esperienza personale e sulle trasformazioni del mondo contemporaneo, con particolare attenzione ai temi ambientali. Definendosi un “remaker”, rivaluta oggetti abbandonati o dimenticati, restituendo loro dignità artistica e trasformandoli in elementi narrativi capaci di raccontare storie e generare nuove prospettive.

Viaggiatore instancabile, ha visitato musei e contesti culturali in tutto il mondo, maturando una visione ampia e articolata che si traduce in progetti sempre diversi per temi e linguaggi. Vive e lavora a Bari, sua città natale, dove continua a sviluppare una ricerca in costante evoluzione, guidata dal desiderio di trasformare il pensiero in forma e di dare nuova vita a ciò che è stato dimenticato.

Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è una seconda possibilità, un atto di restituzione. Significa avere uno sguardo capace di vedere la poesia dove il mondo vede un ciclo concluso. Fare arte, in particolare attraverso il mio percorso nel Remake, significa prendere la storia e le ferite di un oggetto e traghettarle nel futuro, unendo materia, colore e innovazione. Portare questa visione qui alla Biennale, nella mia città, per me significa chiudere un cerchio perfetto: dare nuova dignità al passato per lanciare un messaggio di rinascita.

Come ha influito la tua ipoacusia sul tuo modo di percepire il mondo e di tradurlo in arte?
L’ipoacusia ha ridefinito profondamente i miei confini sensoriali. Quando il rumore del mondo esterno si attenua, si accende una percezione diversa, molto più visiva e tattile. Questa dimensione di silenzio mi ha insegnato a guardare le cose con un’attenzione millimetrica e ad “ascoltare” gli oggetti non con le orecchie, ma attraverso la loro materia, la loro forma, le loro ferite. Nel mio percorso con il Remake, l’arte diventa il mio linguaggio assoluto: traspongo in un’opera visiva e tridimensionale quelle sfumature e quell’armonia che non passano dai suoni, trasformando un limite apparente in una grandissima fonte di concentrazione e sensibilità creativa.

Il rapporto con i tuoi nonni sembra centrale nella tua formazione: in che modo quelle prime esperienze hanno plasmato la tua visione artistica?
Il rapporto con i miei nonni è stato il vero punto di partenza di tutto. Da loro ho ereditato non solo il nome, ma lo sguardo sul mondo. Fin da bambino, osservandoli, ho assorbito l’amore per il disegno, il rispetto per la progettazione e il fascino per l’architettura. Mi hanno insegnato a guardare la struttura delle cose, a capire come sono fatte dentro, a dare valore al lavoro manuale e alla precisione geometrica. Se oggi nel mio movimento “Remake” riesco a fondere la manualità artigianale con l’innovazione tecnologica, è perché quelle prime esperienze d’infanzia hanno plasmato la mia mente: mi hanno insegnato a vedere il potenziale costruttivo e la bellezza nascosta in ogni materiale. La mia arte è, in fondo, un continuo dialogo con gli insegnamenti che mi hanno lasciato.

Cosa significa per te essere un “remaker” e dare nuova vita a oggetti abbandonati?
Essere un “remaker” per me è una missione, quasi un dovere morale e poetico. In un mondo abituato a consumare e gettare via tutto troppo in fretta, il remaker rallenta, si ferma e osserva. Significa essere un custode di storie dimenticate. Quando prendo un oggetto abbandonato, non vedo un rifiuto, ma un pezzo di vita vissuta che merita rispetto. Il mio compito è curare quell’abbandono: prendo la sua anima, la unisco a materiali nobili come il legno o a tecnologie moderne e creo un cortocircuito visivo. Dare nuova vita a questi oggetti significa dimostrare che il passato non va cancellato, ma rivalorizzato, trasformando la memoria in un’opera d’arte contemporanea che ha ancora tantissimo da raccontare.

Come scegli i materiali di recupero che entrano nelle tue opere e quale storia devono portare con sé?
Non sono io a cercare i materiali, sono loro che in qualche modo trovano me. Vengo attratto da oggetti che hanno una forte identità strutturale e geometrica, ma soprattutto che portano addosso i segni del tempo: graffi, patine, ossidazioni. Quella è la loro voce. La storia che devono portare con sé non deve essere necessariamente gloriosa; mi affascinano le storie di vita quotidiana, di oggetti che sono stati usati, toccati e poi dimenticati. Cerco quel contrasto affascinante tra la loro vecchia funzione e le linee pulite dei materiali moderni o del legno con cui li vado ad assemblare. Quando un oggetto mi trasmette una vibrazione, quando sento che ha ancora un’energia racchiusa dentro le sue ferite, capisco che è il pezzo perfetto per entrare nel mio mondo e iniziare la sua seconda vita.

Quanto incidono i tuoi viaggi nella costruzione delle tue idee e dei tuoi progetti artistici?
I viaggi sono l’ossigeno della mia creatività. Ogni volta che visito una nuova città, che sia una capitale dell’arte come Parigi o una metropoli ricca di geometrie e contrasti, cammino con gli occhi spalancati. Viaggiare mi permette di studiare l’architettura, di osservare come le diverse culture usano i materiali, la luce e lo spazio. Tutto questo si traduce in stimoli che poi porto nel mio studio a Bari. Spesso, un’idea per un’opera nasce proprio dall’aver visto un accostamento di colori in un quartiere straniero o una linea strutturale in un palazzo d’avanguardia. Il viaggio mi dà la distanza giusta per guardare le cose da una nuova prospettiva, arricchendo il mio linguaggio geometrico e materico e offrendomi nuove soluzioni per i miei progetti artistici.

Nel passaggio dalla professione tecnica alla piena immersione nell’arte, c’è stato un momento decisivo?
Più che una frattura netta, c’è stata una transizione naturale e consapevole. La mia professione tecnica, legata alla precisione, al rilievo e allo studio delle strutture, non è mai stata in contrasto con l’arte; al contrario, ne è diventata l’ossatura. Il momento decisivo è arrivato quando ho capito che la stessa rigorosa attenzione alla geometria e alla materia, che usavo nel mio lavoro quotidiano, poteva essere liberata da vincoli puramente funzionali per accogliere la poesia, l’emozione e il recupero della memoria. Ho avvertito l’esigenza profonda di usare quella stessa precisione millimetrica per dare una seconda vita agli oggetti abbandonati. L’arte non ha cancellato la mia formazione tecnica, ma l’ha completata, permettendomi di unire il rigore della linea alla libertà del colore e dell’immaginazione.

Le tue opere spesso raccontano la realtà sociale e i cambiamenti del mondo: quanto è importante per te il messaggio rispetto alla forma?
Per me forma e messaggio sono facce della stessa medaglia: non esiste l’una senza l’altro. La forma è il primo impatto, è l’armonia geometrica e materica che deve catturare lo sguardo del pubblico e farlo avvicinare. Ma una volta che l’osservatore è lì, davanti all’opera, è il messaggio che deve colpirlo al cuore. Usare oggetti che la società ha scartato è già di per sé un messaggio sociale fortissimo in un’epoca dominata dall’usa e getta e dalla velocità. L’arte ha il dovere di far riflettere sui cambiamenti del mondo e sulle nostre fragilità. La bellezza della forma, quindi, diventa il mezzo per rendere quel messaggio accessibile e profondo, trasformando un pezzo di recupero in uno specchio della nostra realtà contemporanea.

Come nasce un tuo lavoro: da un’idea precisa o da un processo più intuitivo legato alla materia?
Nel mio caso, un’opera nasce sempre da un incontro e da un cortocircuito tra intuito e progetto. Il primissimo impulso è puramente intuitivo ed è dettato dalla materia: vedo un oggetto abbandonato, ne vengo attratto, ne percepisco le potenzialità e la storia racchiusa nelle sue forme. In quel momento si accende la scintilla. Subito dopo, però, entra in gioco la mia parte più geometrica e progettuale. Non lascio nulla al caso: inizio a studiare gli incastri, le proporzioni, il dialogo tra il legno, il colore e le nuove tecnologie. L’intuito accende la visione, ma è il rigore del progetto che la rende reale e solida. Potrei dire che la materia mi suggerisce l’anima dell’opera e io ci costruisco attorno il corpo perfetto per farla risplendere.

Il tema ambientale e del riciclo è sempre più centrale: senti una responsabilità etica nel tuo fare artistico?
Ci tengo a precisare che non amo usare la parola “riciclo” per il mio lavoro, perché il riciclo distrugge per riutilizzare la materia, mentre io conservo l’identità e la storia dell’oggetto per elevarlo. Preferisco parlare di rivalorizzazione e rinascita. Detto questo, sento una fortissima responsabilità etica, che per me è prima di tutto una responsabilità poetica. In una società guidata dal consumismo frenetico dell’usa e getta, l’artista ha il dovere di indicare una strada alternativa. Il mio fare artistico lancia una sfida visiva: dimostrare che la bellezza e il valore possono nascere proprio da ciò che è stato scartato. La mia etica sta nel curare l’abbandono, ridando dignità alla memoria delle cose attraverso la geometria e l’arte, per spingere chi guarda a riflettere sul valore del nostro passato e sul futuro del nostro pianeta.

Dopo tanti anni di mostre e riconoscimenti, cosa ti spinge ancora a creare?
Ciò che mi spinge a creare, oggi come il primo giorno, è l’urgenza di dare voce a ciò che è rimasto inascoltato. Finché ci saranno oggetti abbandonati, storie dimenticate e nuove tecnologie da sperimentare, la mia curiosità non si spegnerà. L’arte non è un percorso che ha un traguardo definitivo: è un’esigenza interiore, un modo di respirare e di elaborare la realtà. I riconoscimenti fanno piacere, certo, ma la vera scintilla è la sfida che si rinnova ogni volta che entro nel mio studio: prendere la materia, accostarla al rigore geometrico e vedere nascere una nuova vita. Finché avrò la capacità di emozionarmi davanti a un pezzo di recupero e di immaginare il suo futuro, avrò una storia da raccontare attraverso le mie opere.

Cosa cerchi di trasmettere allo spettatore: una riflessione, un’emozione o una presa di coscienza?
Non credo che queste tre dimensioni si escludano a vicenda; nel mio lavoro sono tappe di un unico viaggio. Tutto parte dall’emozione: lo spettatore deve essere inizialmente catturato dall’armonia visiva, dal contrasto dei materiali e dal rigore geometrico dell’opera. Una volta agganciato lo sguardo, scatta la riflessione: chi osserva inizia a riconoscere l’oggetto d’origine, a intuire la sua storia passata e a chiedersi come sia stato possibile trasformarlo. Ed è proprio da questa riflessione che nasce la presa di coscienza finale: capire che l’abbandono non è la fine di tutto, che il valore delle cose – e forse anche delle persone – risiede nella capacità di rinnovarsi e di avere una seconda possibilità. Se un mio lavoro riesce a compiere questo intero ciclo nel cuore di chi lo guarda, allora posso dire di aver raggiunto il mio obiettivo come artista.

Se dovessi descrivere oggi la tua ricerca artistica in tre parole, quali sceglieresti?
Se dovessi riassumere la mia ricerca oggi, sceglierei: Geometria, Memoria e Rinascita. Geometria, perché rappresenta il mio DNA, il rigore strutturale e la precisione con cui governo la materia e lo spazio. Memoria, perché è l’anima racchiusa negli oggetti che scelgo, il legame con il passato e con le storie che non voglio vadano perdute. Rinascita, perché è il fine ultimo del movimento Remake: dimostrare che attraverso l’arte ogni cosa può avere una seconda possibilità e risplendere di una dignità completamente nuova.

Descriviti in tre colori.
Scelgo il Verde, il Bianco e il Rosso. Non è solo un omaggio d’amore alla mia terra e alla bandiera del nostro Paese, che rappresento con orgoglio qui alla Biennale di Bari, ma è una triade che racconta perfettamente la mia evoluzione artistica:
Il Verde, in tutte le sue tonalità, è il mio colore preferito. Per me rappresenta la speranza, la natura e quella spinta vitale intrinseca che mi porta a ridare una seconda vita alle cose. È il colore della rinascita, il motore del mio Remake. Il Bianco è la luce pura, lo spazio geometrico e il silenzio interiore da cui partono i miei progetti. È la tela pulita che accoglie e unisce i contrasti della materia. Il Rosso è la passione viscerale, l’energia e la forza concettuale che metto in ogni opera per svegliare le coscienze di chi guarda. In questi tre colori c’è la mia identità di uomo, di cittadino e di artista.

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