nato a San Pietro in Lama (Lecce) nel 1956 e attivo a Lecce, sviluppa il proprio percorso artistico a partire da una profonda curiosità verso il mondo e da un approccio alla conoscenza guidato più dalla ricerca di domande che di risposte. Nel corso degli anni ha ampliato i propri interessi attraversando diversi ambiti del sapere, che hanno progressivamente alimentato la sua riflessione artistica.
Negli ultimi anni ha scelto la scultura come principale mezzo espressivo, affidandole il compito di tradurre in forma visibile concetti complessi e dimensioni interiori maturate lungo il suo percorso intellettuale. Le sue opere danno vita a simboli, enigmi e luoghi della mente e del cuore, utilizzando elementi riconoscibili che vengono però trasformati e reinterpretati, aprendo a letture legate ai grandi temi universali.
Lavora con materiali differenti, tra cui pietra, legno, metalli e resine, selezionati in funzione del progetto espressivo. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive, ottenendo riconoscimenti e premi sia in ambito nazionale che internazionale.
Cos’è per te l’arte?
Rispondere a questa domanda è sempre molto difficile senza cadere nella retorica. Da sempre i più grandi pensatori hanno provato a dare una definizione esaustiva a questa domanda, ma è sempre stata influenzata dalla cultura dell’epoca. Comunque, in quanto operatore nel settore dell’arte, non mi sottraggo al tentativo definendola come la ricerca necessaria e inevitabile dell’essere umano di esplorare le vette del sublime e comunicare un proprio punto prospettico, una visione del mondo, al fine di espandere la conoscenza.
Qual è il primo impulso che ti porta a trasformare un’idea in scultura, e come capisci che è il momento giusto per darle forma?
La realizzazione di ogni mia opera parte proprio dalla necessità che quel “punto prospettico”, quella connessione di senso nuovo generata da un’immagine, una poesia, una lettura o da un evento, spesso apparentemente lontani tra di loro, sia necessario condividerlo per farlo continuare ad essere e a divenire.
La tua ricerca nasce da una curiosità che sembra attraversare diversi campi del sapere: c’è un momento in cui questa curiosità si è trasformata in necessità artistica?
La curiosità è il motore della creatività. Ad un certo punto della mia vita ho sentito il bisogno di provare a trasformare l’idea, il pensiero in un sistema di forme e volumi, dialogando alchemicamente con la materia.
Parli di “emblemi” ed “enigmi” della mente e del cuore: come scegli i soggetti o gli oggetti riconoscibili da cui partire?
Credo che l’uso di simboli o emblemi sia il modo più diretto e profondo di comunicazione, perché questi parlano anche, e forse principalmente, al nostro inconscio. Gli oggetti che uso trattare più frequentemente sono facilmente riconoscibili da tutti: alberi, navi, libri, figure umane, città. In questo modo lo sguardo del fruitore si posa con serenità sull’opera ma, in seconda lettura, nota qualcosa di “altro” che ne trascende il senso e scopre nuovi significati.
In che modo materiali così diversi come pietra, legno, metalli e resine influenzano il significato finale dell’opera?
Ogni materiale ha la sua specificità e le sue caratteristiche intrinseche, direi quasi un suo carattere che, se rispettati, mi permettono di realizzare le mie idee. In sostanza la scelta del o dei materiali da utilizzare parte proprio dal pensiero che intendo rappresentare.
Quando lavori alla scultura, quanto lasci spazio all’intuizione rispetto alla progettazione?
Il mio percorso è: intuizione/progettazione, che è la fase realmente creativa ed entusiasmante. La realizzazione è lavoro, tekhnè.
C’è un tema o un “grande interrogativo” che torna più spesso nel tuo lavoro e che senti ancora aperto?
Il tema che sento non risolto, ed è forse irrisolvibile, è legato al tempo, alla nostra finitezza, alla ricerca del ruolo che ognuno di noi ha nell’essere qui e ora.
Quanto conta per te il rapporto tra memoria e forma, tra ciò che è vissuto interiormente e ciò che diventa materia?
Noi siamo memoria e racconto. La forma è un aspetto essenziale del nostro raccontarsi, la materia è la pagina e l’inchiostro.
Come cambia il tuo sguardo sulle tue opere una volta concluse e lasciate al pubblico?
Penso che un’opera non sia mai finita. Lo sguardo dell’altro la arricchisce, la cambia, la trasforma. Il mio “punto prospettico” ne sviluppa altri, espandendo il reale e rendendoci tutti creatori di mondi.
Cosa cerchi di lasciare a chi si confronta con le tue sculture: una risposta, una domanda o una sensazione?
Risposte certamente no. Se invece le mie opere interrogano e generano sensazioni e domande, allora ritengo di aver dato un senso al mio fare.
Guardando al tuo percorso, senti che la tua ricerca sta andando verso una maggiore sintesi o verso una complessità sempre più aperta?
La trasformazione del pensiero in forma è sempre un processo di sintesi. Il mio percorso è in continua evoluzione e, per quanto mi sforzi di comunicare un’idea, ho la convinzione che sarà sempre il risultato di una sintesi, consapevole che qualunque forma di linguaggio si utilizzi, siamo tutti comunque destinati a scambiarci balbettii.
Descriviti in tre parole.
Curioso, divergente, visionario.
