nato a Bari nel 1950, dopo una formazione in Giurisprudenza presso l’Università della sua città e una lunga carriera lavorativa, ha scelto di riscoprire e coltivare la sua passione per la pittura, mai realmente abbandonata. Il suo percorso artistico prende forma ufficialmente nel 2014, segnando l’inizio di una costante partecipazione a mostre collettive, manifestazioni ed eventi culturali.
Presenza assidua nel panorama artistico pugliese, è stato protagonista di numerose edizioni della BIBART, Biennale d’Arte Contemporanea Internazionale di Bari, inclusa quella del 2026. Nel corso degli anni ha inoltre realizzato diverse mostre personali in spazi espositivi significativi, tra cui la Galleria Formaquattro e la Fiera del Levante di Bari, la Galleria Area Contesa di Roma, il Centro d’Arte Santa Teresa dei Maschi nel borgo antico di Bari, oltre a gallerie e location espositive tra Bari e il territorio pugliese.
Nel 2018 aderisce al movimento e laboratorio Contraccademia, coordinato dal maestro Miguel Gomez, consolidando ulteriormente la propria ricerca artistica. Parallelamente, partecipa a numerosi concorsi d’arte in Italia e all’estero, distinguendosi nella sezione Informale e ottenendo premi e riconoscimenti.
La sua pittura si caratterizza per un linguaggio espressivo maturo e libero, incentrato su una profonda indagine del colore, vero protagonista delle sue opere. Attraverso una gestualità spontanea e una ricerca materica che include anche elementi di recupero, Montefusco costruisce composizioni dinamiche e vibranti, capaci di coniugare energia cromatica e tensione formale. Il suo lavoro, pur richiamando l’Informale, mantiene una cifra stilistica autonoma, in cui il segno e il gesto diventano strumenti di un’espressione autentica e coerente. Vive e lavora a Bari, dove continua a portare avanti la sua ricerca artistica.
Cos’è per te l’Arte?
Provo a rispondere semplicemente ed incisivamente. L’Arte è una sana aria di bellezza, di emozioni, di incontri. L’Arte vede, vive, ricrea, cerca, attraverso la ricerca, la visione, il pensiero, il sentimento. Faccio mia una citazione del pittore Giorgio Tonelli: “I quadri vanno guardati e basta. Non c’è niente da capire. Quelli che pensano che la pittura serva a capire qualcosa, non hanno capito niente. Perché la pittura, come la musica, la scultura, la letteratura, l’Arte in generale, tocca corde che vanno al di là della razionalità. Ti ha colpito e basta! Di conseguenza bisogna essere aperti ad essere colpiti dalla bellezza. Se non si è aperti e si arriva con le idee, non si arriva a vedere niente. E vedere significa anche scoprire la propria anima, avere il coraggio di scoprirla.” L’Arte genera libertà, diverse forme di libertà. Libertà “espressiva”, nel mio caso è il colore coniugato ai materiali di recupero. Libertà “contemplativa”, fertilizzante ideale per entrare in comunicazione con l’opera d’arte. Libertà “interpretativa”, per comprendere il messaggio, il significato dell’opera d’arte. Queste forme di libertà compiono il miracolo della rielaborazione. A questo punto la sintonia tra ciò che l’artista ha voluto dire e ciò che il “lettore” ha recepito è raggiunta. Infine, posso dire che l’Arte sono io, sei tu, se siamo aperti ad essere colpiti dalla bellezza.
Come hai vissuto il passaggio da una lunga carriera professionale alla scelta di dedicarti pienamente alla pittura?
Un passaggio inevitabile e necessario.
C’è stato un momento preciso o un evento che ti ha fatto capire che la tua ricerca artistica doveva diventare centrale?
Quando ho dato seguito alla necessità di studiare, ricercare, seguire i miei sentimenti, ascoltare le critiche costruttive e farne tesoro.
In che modo la formazione in Giurisprudenza e il tuo percorso di vita precedente hanno influenzato, anche indirettamente, il tuo linguaggio pittorico?
La formazione scolastica, universitaria e professionale mi hanno fornito la meticolosità e la precisione nella costruzione e realizzazione delle mie opere.
Quando lavori, quanto spazio lasci all’istinto e quanto alla progettualità?
Non lascio spazio all’istinto in maniera incontrollata. Ascolto suggestioni che mi vengono dal mondo esterno, che lascio maturare dentro di me fino a che non nasce un’idea che, meticolosamente, trasformo in progetto. Visualizzo quasi sempre, dall’inizio, l’opera che costruisco man mano utilizzando i materiali che mi sembrano più adatti a realizzare quell’idea.
Il colore è indicato come elemento centrale della tua ricerca: cosa rappresenta per te e come scegli le tue combinazioni cromatiche?
La scelta cromatica nasce dalla costruzione, nella mia mente, dell’opera. Ma la bellezza risiede anche nella libertà di cambiare cromatismi o tonalità, se ritengo di modificarle. “Il colore è il significato e non il fine dell’opera” (Rothko).
L’uso di materiali di recupero nelle tue opere nasce da una necessità estetica, concettuale o entrambe?
L’uso dei materiali di recupero nelle mie opere nasce da una necessità estetica ma, soprattutto, il riciclo dei materiali è un principio etico a cui mi ispiro.
La tua pittura viene spesso accostata all’Informale, ma con una cifra autonoma: come definiresti oggi la tua identità artistica?
Nel movimento Informale si distinguono due tendenze: “Informale gestuale”, quello di Jackson Pollock, in cui il colore è steso con gesto istintivo e dove ciò che conta effettivamente è il momento della creazione e non il prodotto che si realizza; “Informale materico”, in cui gli artisti sperimentano la capacità di esprimersi attraverso la “materia”, introducendo materiali inediti nella pittura (legni, plastica, juta, carta, metalli, stoffa ecc.). Questi materiali diventano importanti perché non sono dei mezzi ma i protagonisti essi stessi dell’opera. Condivido con Alberto Burri l’affermazione che “i materiali non hanno importanza”, intendendo dire che non sono i materiali di per sé ad avere significato quanto l’uso che di questi viene fatto. Io, infatti, utilizzo tali materiali perché mi piace dare dignità artistica a questi “recuperati”, eleggendoli a comprimari, insieme al colore, nel significato dell’opera. Da qui la risposta alla domanda: mi definisco un artista informale materico.
Cosa cerchi di comunicare allo spettatore attraverso la gestualità e la materia?
Il mio intento è creare emozioni.
Le esperienze collettive, come la partecipazione alla Bibart e ai movimenti artistici, quanto incidono sul tuo lavoro individuale?
La realizzazione delle mie opere mi impegna molto, anche a livello fisico; lavoro per molte ore in completa solitudine. Per questo, poi, mi piace ritrovarmi con i colleghi che vivono e sentono l’Arte in maniera differente. Il confronto con loro è sempre stimolante ed istruttivo. Il mondo dell’Arte è una fonte infinita di suggestioni, riflessioni e arricchimento.
Guardando al tuo percorso dal 2014 ad oggi, quali sono i cambiamenti più significativi che riconosci nella tua pittura?
Ho iniziato, come tutti, dal Figurativismo per poi approdare, gradatamente, all’Informale, forma espressiva che in modo totalizzante riempie la mia vita d’artista, gratificandola e motivandola.
Descriviti in tre colori.
Le mie opere non mi descrivono in tre colori cristallizzati. Lo spettro cromatico fortunatamente mi fa spaziare come voglio ed in quante forme voglio. Sono cromaticamente libero di essere uno e tanti colori.
