nasce a Sesto San Giovanni (Milano) nel 1973. Fin da bambino manifesta evidenti capacità creative, riconosciute già durante gli anni delle scuole medie dal professor Ciricugno, che individua nelle sue inclinazioni artistiche un talento naturale, sviluppatosi in modo spontaneo e indipendente dagli insegnamenti accademici. Da quel momento prende avvio un percorso artistico che unisce astratto e figurativo in uno stile personale, in cui sentimenti e stati d’animo emergono con forza, come riflessi interiori tradotti sulla tela.
Parallelamente alla pittura, porta avanti un solido percorso di studi tecnici, diplomandosi come arredatore e conseguendo successivamente la laurea magistrale in Architettura presso il Politecnico di Milano. La sua formazione accademica lascia un’impronta evidente nella produzione artistica, visibile nella cura del dettaglio, nella costruzione prospettica e nell’armonia delle proporzioni. Durante gli anni universitari, l’incontro con figure come il professor Piselli e il professor Edoardo Varon, con cui collabora anche come assistente nel 1999 nel corso di Arte e Giardini, contribuisce a consolidare il suo approccio progettuale e la sua sensibilità verso il rapporto tra spazio, memoria e vissuto.
Architetto e artista, vive e lavora tra Bari e Milano, integrando costantemente le due discipline in un percorso unitario. Dopo la laurea, nel 2000 fonda il proprio studio, portando avanti in modo continuo sia l’attività progettuale sia quella artistica. Autodidatta nella pittura, sviluppa negli anni una ricerca in costante evoluzione, costruita attraverso esperienze, sperimentazioni e una profonda introspezione.
La sua produzione è fortemente legata al vissuto personale: luoghi, persone, momenti e ricordi diventano materia espressiva, trasformandosi in immagini che raccontano emozioni sedimentate nel tempo. Morolla definisce questo patrimonio interiore come una “banca del vissuto”, una ricchezza immateriale che accompagna l’individuo e si riflette nelle opere. Il colore, spesso intenso ed esplosivo, diventa il mezzo attraverso cui dare forma ai sentimenti, mentre elementi architettonici e spazi urbani — palazzi, monumenti, luoghi pubblici — si intrecciano con la dimensione emotiva, influenzando la percezione e il benessere dell’individuo. Le sue tele si configurano così come reinterpretazioni di esperienze vissute, memorie rielaborate che continuano a dialogare con chi osserva.
Cos’è per te l’arte?
L’arte per me è un modo per comunicare con il mondo che mi circonda, senza filtri, senza paure, senza vincoli di committenze, perché nella stessa esprimo tutto me stesso, la mia parte più spirituale e meno razionale.
In che modo la tua formazione da architetto continua a influenzare le tue scelte pittoriche oggi, anche a livello inconscio?
La formazione come architetto è stata una fase successiva alla mia formazione come artista pittore. Dipingo da quando ero bambino per pura passione, sempre come autodidatta. Gli studi come architetto hanno influenzato molto la mia arte, in quanto mi hanno insegnato a osservare tutto ciò che mi circonda con una consapevolezza diversa: non si osserva solo con gli occhi, ma anche con la mente. Le nostre conoscenze influiscono sul nostro modo di vedere le cose. Gli oggetti, i monumenti, i paesaggi naturali e antropizzati, le persone, influiscono su di noi a seconda di come noi ci rapportiamo con essi, ed è in questo rapportarsi ed entrare in simbiosi con essi che si basa la mia arte. Il passaggio attraverso una piazza affollata o davanti a un monumento ci provoca un’emozione, positiva o negativa, ed è quel sentimento che io cerco di esplorare nella mia arte.
Il tuo lavoro unisce astratto e figurativo: come avviene questo equilibrio durante il processo creativo?
All’inizio nasce tutto da un sentimento scaturito da un luogo o da una persona che hanno segnato alcuni miei momenti di vita e di cui ho nostalgia. È proprio la necessità di rivivere quel momento che mi porta a tentare di riprodurre quell’istante di vita, dipingendolo. È da questo bisogno che scaturisce l’opera, che si concretizza in una parte più figurativa legata al mio modo di vedere le cose, mentre vi è una parte fortemente informale che è pura emozione e avvolge la parte figurativa, con affetto, quasi ad abbracciare un ricordo vissuto.
Parli di una “banca del vissuto”: c’è un ricordo o un’esperienza che senti particolarmente centrale nella tua produzione artistica?
Tutti i momenti di vita per me sono fonti di ispirazione. Cerco di vivere con intensità ogni istante, anche se non è semplice. La cosa che faccio puntualmente ogni sera è ripercorrere velocemente ciò che ho vissuto durante la giornata e molte volte vado indietro nel tempo per rivivere un istante del passato. È incredibile come affiorino ricordi, particolari immagini anche dettagliate, quasi una sorta di film di un nostro momento vissuto. Tutto ciò è fantastico perché dimostra come noi esistiamo atemporalmente.
Quanto conta per te il colore come linguaggio emotivo rispetto alla forma e alla composizione?
Il colore è puro sentimento in un’opera, influisce sull’ambiente che lo circonda ed è fonte di benessere. Il colore contiene in sé già delle forme che ognuno di noi legge in maniera differente.
I luoghi e l’architettura ricorrono spesso nelle tue opere: che tipo di relazione cerchi di instaurare tra spazio ed emozione?
Ogni luogo attraversato ci provoca un’emozione: un marciapiede, una piazza, un monumento influiscono sul nostro benessere. Nel passato, più di adesso, si curava maggiormente quest’aspetto; non a caso le città antiche sono leggibili nella loro complessità come un tutt’uno, a differenza della città contemporanea frammentata ed individualistica.
Nel tuo percorso, quando hai sentito di aver trovato una vera identità stilistica?
In verità non ho mai percepito questa sensazione, perché le opere sono in continua evoluzione e fanno parte di un percorso legato a momenti di vita. In questo periodo sono molto legato agli spazi antropizzati e alle persone, però cerco di guardare oltre: molte volte mi immergo nell’universo del puro sentimento, dove prevale il solo colore.
Quanto è importante per te il gesto istintivo rispetto alla progettazione, considerando la tua doppia anima di artista e architetto?
Il gesto istintivo fa parte dell’ispirazione, dell’intuizione che ti permette di andare oltre alla ricerca dell’inesplorato ed è un aspetto su cui mi soffermo molto, sia come pittore che come architetto. Certo, come pittore sono maggiormente libero di esprimermi; come architetto l’ispirazione ti permette di dare forma a opere originali che diano benessere, ma che devono sottostare a canoni normativi e funzionali che ne consentano l’utilizzo. Molte volte si tratta l’architettura come se fosse una scultura legata molto alle mode del momento, senza tener conto che la stessa deve essere utilizzata. L’architettura è una delle forme d’arte più complesse, in quanto è arte funzionalizzata.
Le tue opere sembrano trasformare esperienze personali in immagini universali: quanto ti interessa il dialogo con chi osserva?
Io dipingo per bisogno, è una necessità. Nessuno mi impone di dipingere. Quando dipingo sento di essere un tutt’uno con ciò che mi circonda: è una sorta di legame con il mondo. Però chiunque dipinga o crei arte non dipinge solo per se stesso; lo stesso processo creativo è un atto di donazione ad altri di qualcosa che ci appartiene, ma questo è un processo che avviene inconsapevolmente.
C’è una differenza nel modo in cui progetti un edificio e nel modo in cui costruisci un quadro?
Purtroppo sì, sono due percorsi completamente differenti. Mentre l’architettura nasce da un bisogno sociale o privato, che deve assolvere a bisogni precisi, funzionali e normativi, e solo in seconda istanza a un aspetto estetico e artistico, nel quadro vi è creatività allo stato puro. Non ci sono vincoli, se non quello di dare forma all’ispirazione e al sentimento che ci spingono a creare. Vivo con estrema passione entrambe le professioni e non potrei fare a meno di svolgerle entrambe.
Guardando al futuro, pensi che la tua ricerca si spingerà più verso l’interiorità o verso una dimensione sempre più legata allo spazio e al contesto urbano?
Non pongo limiti alle mie future forme espressive. Il futuro non è prevedibile; sono certo che vi sarà sempre un’evoluzione legata alla mia persona e al mondo che mi circonda.
Descriviti in tre colori.
Rosso, giallo e azzurro.
