è un progetto artistico nato nel 2025 con l’obiettivo di sviluppare un linguaggio capace di mettere in relazione il mondo industriale e quello dell’arte, fondendoli in nuove forme espressive e simboliche. Alla base della ricerca vi è l’intenzione di sottrarre agli oggetti industriali, in particolare tridimensionali, il loro significato originario e la loro funzione, per reinterpretarli attraverso uno sguardo soggettivo fatto di forme, volumi e colori.
Il progetto si concentra in modo particolare sull’automobile, intesa non più come oggetto funzionale ma come entità estetica e simbolica. Nelle opere del GerarArt Studio, presentate anche in occasione di Bibart, automodelli in scala 1:64 diventano elementi centrali di composizioni che uniscono tridimensionalità e rappresentazione bidimensionale. I piccoli veicoli vengono inseriti in contesti figurativi di matrice pop, dove dialogano con superfici cromatiche e giochi prospettici realizzati su pannelli in polistirolo.
Il lavoro si sviluppa attraverso un continuo contrasto tra dimensioni e piani visivi: da un lato l’oggetto tridimensionale, dall’altro il fondo bidimensionale che ne amplifica e reinterpreta le forme. Le opere, infine, riacquistano profondità e valore prospettico grazie alle cornici-bacheca che le contengono, concepite non solo come elementi espositivi ma come veri e propri dispositivi concettuali, capaci di racchiudere e definire il significato dell’intervento artistico.
Cos’è per te l’arte?
L’Arte è la capacità di trasfigurare i messaggi interiori (fatti di emozioni, idee, pensieri, ma che fanno parte del linguaggio della coscienza, intimo e, quindi, non condivisibile nel suo stato puro) in simboli condivisi.
In che modo nasce l’idea di fondere il linguaggio industriale con quello artistico nel progetto GerarArt Studio?
Penso che dietro un oggetto industriale, di qualsiasi tipo, ci sia il pensiero di chi lo ha prima idealizzato e poi ideato, progettato e realizzato. Anche questa è una forma d’Arte, per quanto, a livello condiviso, i fruitori non ne siano coscienti. È intorno alla ricerca di liberare gli oggetti industriali dal contesto “funzionale” e nel restituire loro il valore “ideale” che nasce questo progetto.
Cosa significa, per te, privare un oggetto industriale del suo significato e della sua funzione originaria?
Come detto, significa liberarlo dalla “funzione” (che è un concetto meramente strutturalista e poco attinente all’animo umano) per restituirgli il proprio valore “ideale”, ovvero ridare dignità al pensiero di chi lo ha concepito. Donargli umanità.
Perché hai scelto proprio l’automobile come elemento centrale della tua ricerca?
Questo è legato soltanto a una passione che coltivo maniacalmente sin da bambino. Per questo l’automobile è il fulcro della mia ricerca. Ma non è escluso che in futuro possa esserci spazio anche per altro.
Che ruolo assume la scala 1:64 nella costruzione del tuo immaginario visivo e concettuale?
Questa è una scelta funzionale, ma in senso artistico! La scala 1:64 permette di lavorare con oggetti dalle dimensioni contenute, non oltre 3×8 cm, lasciando spazio all’espressione e ad eventuali composizioni particolari. Tra l’altro, i produttori di modelli in questa scala sono particolarmente prolifici e la scelta dei soggetti è ampissima.
Come sviluppi il dialogo tra tridimensionalità dell’oggetto e bidimensionalità del fondo?
Geometricamente non c’è. E quando appare è forzatamente distorto. Questo permette di creare un limite tra la bidimensionalità del fondo e la tridimensionalità del soggetto. Un limite adimensionale che separa due mondi dalle dimensioni incompatibili e la cui unione (anzi, unioni, visto che la fusione cambia a seconda dell’angolo di visuale) può essere apprezzata solo se osservati nel loro complesso. Il senso è dare valore alla visione d’insieme, un’altra delle grandi pecche della modernità, troppo impegnata a parcellizzare, incasellare, classificare…
Quanto incidono il colore e i riferimenti pop nella definizione delle tue opere?
Mi piacciono i contrasti e credo si veda. In questo mi riallaccio alla risposta alla prima domanda.
In che modo il contrasto dimensionale e prospettico contribuisce alla narrazione del lavoro?
Semplicemente manifestandosi: questo contrasto è il fulcro di ogni realizzazione. È così che il lavoro assume il significato che cerco di dargli. È così che l’Arte, come la intendo, si manifesta.
Le cornici-bacheca sono parte integrante dell’opera: come nasce questa scelta e quale valore concettuale attribuisci loro?
E qui giochiamo molto sul senso della multidimensionalità e della visione d’insieme. Personalmente credo che viviamo in un universo che non è altro che la proiezione quadridimensionale (tre dimensioni spaziali più il tempo) di un “qualcosa” di più ampio, a più dimensioni. Il senso delle cornici-bacheca è questo: rappresentare quest’idea, lasciare all’osservatore l’esperienza simbolica di potersi immaginare parte di un universo superiore che guarda proiezioni limitate e circoscritte del proprio mondo.
Qual è il messaggio o la riflessione che desideri trasmettere attraverso le tue composizioni?
Banalmente: “Il Tutto è più della somma delle sue parti”.
Come immagini l’evoluzione futura del progetto GerarArt Studio?
Potendomici dedicare a tempo pieno, immagino cose favolose. Ma la necessità di restare con i piedi per terra mi induce ad avere un cauto incedere nella direzione intrapresa. Sicuramente ci saranno altri lavori come questi, magari in diversi formati, e altre ricerche, ma sempre di tenore analogo.
Descriviti in tre colori.
Salvia, nocciola e testa di moro. Ma con degli spot in un rosso vivo e luminoso qua e là…
