La donna come costrutto e la sua rappresentazione nell’arte e nella società

La figura muliebre, sin dall’antichità, è stata modellata non soltanto dalla mera realtà biologica, bensì da un articolato sistema di rappresentazioni culturali e sociali. La donna, intesa quale costrutto concettuale, assume molteplici significati che si declinano in base al contesto storico, artistico e sociologico. Ogni epoca ha ridefinito i confini estetici e politici della “femminilità”, oscillando costantemente tra la reificazione del soggetto e il correlato tentativo, da parte di quest’ultimo, di riappropriarsi della propria istanza rappresentativa

L’iconografia femminile nel panorama artistico trascende il mero dato estetico, radicandosi profondamente in istanze di natura culturale, sociale e religiosa. Essa si palesa quale musa, sorgente sorgiva d’ispirazione per gli artefici, ma parimenti quale seduttrice o amante, riverberando concezioni socioculturali di femminilità ed erotismo in perenne divenire. Oltre a tali declinazioni umane, la figura femminile viene elevata a dignità di santa o divinità, palesando l’anelito a coniugare il principio femmineo con la trascendenza e la potestà divina. Norme dogmatiche e ruoli ascritti – quali la configurazione materna, coniugale o di custode della moralità – hanno talora compresso la libertà individuale della donna, relegandola a una dimensione subalterna rispetto all’universo maschile. Questo microcosmo denso e polisemico di rappresentazioni comprova come la figura femminile non sia un mero oggetto di contemplazione, bensì un simbolo multiforme e gravido di significati, atto a offrire una preziosa chiave ermeneutica per decodificare la percezione culturale della femminilità


La biologia come destino o il genere quale artificio?

Il celebre aforisma di Simone de Beauvoir, «Donna non si nasce, lo si diventa» (1949), costituisce il fulcro epistemologico da cui muove la moderna critica femminista e la sociologia del genere. L’universo muliebre, nell’alveo della civiltà occidentale (e non solo), raramente è stato colto o percepito nella sua immediatezza ontologica; al contrario, è stato storicamente declinato quale “costrutto”, prodotto semiotico e sociale modellato da imperativi religiosi, economici e politici egemonizzati dal codice androcentrico. Il presente contributo intende indagare la duplice natura di tale fenomeno: da un lato, la reificazione della donna all’interno delle strutture sociali; dall’altro, la sua trasposizione in immagine visiva attraverso la storia dell’arte. L’espressione artistica non si configura, infatti, quale mero specchio passivo della realtà, bensì come agente attivo – un dispositivo, per mutuare la lezione di Foucault – capace di normalizzare determinati ruoli di genere o, in congiunture di rottura avanguardistica, di sovvertirli.

Il corpo muliebre quale territorio politico e sociale

Nell’alveo della sociologia strutturalista, il corpo non si configura come un’entità meramente biologica, bensì quale tela su cui il consorzio sociale imprime le proprie norme precettive. Per secoli, il costrutto della femminilità è stato polarizzato attorno a dicotomie rigide, funzionali e rassicuranti per l’ordine patriarcale: la diade Madonna/Maddalena. Tale polarizzazione sancisce la cesura tra la purezza asessuata – strumentale alla riproduzione e alla stabilità del nucleo familiare – e la carnalità peccaminosa, proiettata quale minaccia latente all’ordine pubblico.

Nel XIX secolo, con l’Orientalismo ( Ingres, La grande odalisca), il corpo femminile diventa sinonimo di territorio da conquistare, unendo il colonialismo geopolitico al dominio di genere. È solo con l’Olympia di Édouard Manet (1863) che il meccanismo si inceppa. Il soggetto, una cortigiana, restituisce lo sguardo allo spettatore, non è più un oggetto passivo ma un soggetto consapevole della propria mercificazione, provocando lo scandalo dell’epoca. Il XX secolo e l’avanguardia femminista Il Novecento segna l’appropriazione del mezzo artistico da parte delle donne artiste, che utilizzano l’arte non più per decorare, ma per smantellare il costrutto della femminilità tradizionale. L’arte femminista degli anni ’70 (la cosiddetta Feminist Art Movement) trasforma il corpo da oggetto di consumo a strumento di lotta. Artiste come Judy Chicago con The Dinner Party celebrano la storia della donna rimossa storiograficamente, mentre Cindy Sherman, attraverso la fotografia, impersona gli stereotipi femminili del cinema hollywoodiano per dimostrare che l’identità di genere è una performance, anticipando le teorie di Judith Butler sul genere come performatività. Tuttavia, con l’avvento dei movimenti femministi e la crescente attenzione critica verso questi stereotipi, la donna come costrutto viene riconsiderata e decostruita. L’arte contemporanea, in particolare, ha iniziato a esplorare nuove narrazioni che valorizzano la complessità, l’autonomia e la diversità delle esperienze femminili.

La rappresentazione dell’universo muliebre nelle arti visive contemporanee si configura quale nodo cruciale, fluido e in perenne divenire. Al giorno d’oggi, gli artefici non si limitano alla mera restituzione mimetica del corpo femminile, bensì ne scardinano i pregressi stereotipi storici per esplorare costrutti complessi quali l’identità, le dinamiche di potere, la vulnerabilità e la geopolitica del corpo. La figura femminile, affrancata dal canone della tradizione, rifugge ormai l’istanza di compiacere lo sguardo dell’osservatore (il cosiddetto male gaze); al contrario, lo sfida apertamente, disvelando e mettendo a nudo i traumi della violenza endofamiliare, della mercificazione capitalistica e del decadimento biologico, tematiche storicamente escluse e tabuizzate dalla storiografia estetica ufficiale.

L’iconografia muliebre si riconferma fulcro tematico di preminente rilievo e costante favore presso il pubblico, sorgente inesausta di rinnovati spunti di riflessione, precipuamente nel solco delle rassegne collettive. Dal 4 al 25 ottobre 2026, la storica cornice di Villa Farsetti a Santa Maria di Sala (Venezia) accoglierà la solenne e attesa esposizione dal titolo “Le Donne Nella Società”. Si dipanerà così un itinerario visivo ed emozionale volto a indagare il ruolo, l’identità e l’evoluzione dell’universo femminile, filtrati attraverso la sensibilità e il magistero di interpreti nazionali e internazionali dell’arte contemporanea.


In sintesi, la figura muliebre, intesa quale costrutto, si configura come un prisma ermeneutico imprescindibile per decodificare le complesse dinamiche intercorrenti tra identità, potere e cultura. L’esegesi delle sue molteplici trasposizioni nell’alveo artistico e sociale consente di riflettere sulle mutazioni storiche e sulle cogenze contemporanee legate alla parità di genere e all’empowerment femminile. L’archetipo sociale della donna e la sua codificazione estetica costituiscono ordito e trama del medesimo tessuto culturale. Se, per secoli, l’espressione artistica ha cooperato alla cristallizzazione della subordinazione femminea, sublimando l’asimmetria di potere in armonia formale, l’ultimo secolo ha viceversa disvelato il potenziale eversivo e liberatorio delle immagini.

Oggi, nella transizione verso una civiltà iper-connessa e post-industriale, la sfida cruciale non risiede unicamente nella denuncia del male gaze, bensì nella genesi di nuove e inedite iconografie. La decostruzione del simulacro patriarcale propizia l’emergere di narrazioni plurali e polifoniche, entro le quali il genere cessa di configurarsi quale gabbia dogmatica, per tramutarsi in uno spazio aperto di autodeterminazione e risignificazione culturale.

a cura della Dott.ssa Tanja Cacciotti – storica e critica d’arte, archeologa

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Barbara Kruger – „Your body is a battleground“ (1989)

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