Siamo nel 2026 e ancora devo spiegarlo. Ancora una donna deve chiedersi, prima di aprire bocca, come è vestita. Se il décolleté è troppo evidente. Se la scollatura distrae. Se il corpo, quel corpo che abita da sempre, che non ha scelto, che porta con sé ogni giorno, darà fastidio a qualcuno. Io no. Non me lo chiedo più. Qualche giorno fa ho pubblicato un reel spontaneo, registrato di getto, appena finita una lezione di danza orientale consapevole. Stavo ancora con il mio abbigliamento da lavoro. Parlavo di endometriosi, di fibromialgia, di paura, di ricominciare, di non arrendersi. Parlavo di dolore vero, di quello che conosco sulla pelle. Uno dei commenti ricevuti: “Se lo diceva vestita in maniera meno vistosa aveva meno importanza?” Ovviamente con rispetto. Le rose in fondo lo confermano.
No. Non funziona così.
Il messaggio non cambia in base a cosa indosso. La sofferenza non diventa più credibile se mi copro. Le parole non pesano di più o di meno a seconda di quanta pelle mostro. Eppure questa è la logica con cui molte donne crescono. Con cui sono cresciuta anch’io. Ho un corpo minuto ma florido. Un seno importante. Curve pronunciate. Una femminilità naturale, spiccata, che non ho mai cercato di costruire, c’è e basta, da sempre. E da sempre sento lo stesso disco rotto: “Con quel seno lì, cosa ti aspetti?” “Se ti vesti così, è ovvio.” “Certo che ci stai, si vede.” Ho subito un abuso. Una delle prime cose che mi sono sentita dire, dentro e fuori, riguardava la mia abbondanza. Capisci? Il corpo di una donna diventa la giustificazione di tutto. Della mancanza di rispetto, della violenza, dell’essere ignorata, del non essere ascoltata.
Cosa dovrei fare?
Diminuirmi il seno? Indossare una palandrana? Sparire dentro un sacco? Il mio seno si vede. Che io indossi un lupetto, una felpa, un abito, un costume. Frontale, laterale, qualunque inquadratura. Si vede. È il mio corpo. Non ho niente da nascondere e non ho intenzione di farlo. E soprattutto: non è un invito. Non è un messaggio. Non è una dichiarazione di disponibilità. È un corpo. Il mio.
L’atteggiamento fa tutto, ma non il mio.
Si parla sempre dell’atteggiamento delle donne. Di come ci muoviamo, come parliamo, come ci vestiamo, come sorridiamo, come non sorridiamo. Nessuno parla abbastanza dell’atteggiamento di chi guarda. Di chi apre un reel in cui una donna parla di malattia e dolore cronico e trova il tempo di commentare il suo corpo. Di chi scrive in direct “con quelle tettone sai cosa ti farei” a una persona che ha appena condiviso la sua vulnerabilità. Di chi confonde la presenza di un corpo con il permesso di tutto. Questo è il patriarcato. Non quello con la P maiuscola dei libri di storia. Quello quotidiano, banale, travestito da complimento, da rispetto, da rose rosse in fondo al messaggio.
A tutte le donne che leggono: Non cambiate come vi vestite. Non cambiate come parlate. Non abbassate la voce per essere ascoltate meglio. Non sparite per occupare meno spazio. Il problema non siete voi. Non lo siete mai state. A chi ancora nel 2026 misura il valore delle parole di una donna dalla scollatura, ho solo una cosa da dire.
Imparate il rispetto. O fate silenzio. 🖤
Valentina Gazelle Self Love
a cura di Valentina Gazelle







