Roberta Bucci

nasce nel 1983 a Tarquinia e cresce a Canino, in provincia di Viterbo. Fin da bambina sviluppa una profonda passione per la lettura e la scrittura creativa, avvicinandosi progressivamente allo…

BIOGRAFIA

#Roberta Bucci

nasce nel 1983 a Tarquinia e cresce a Canino, in provincia di Viterbo. Fin da bambina sviluppa una profonda passione per la lettura e la scrittura creativa, avvicinandosi progressivamente allo studio delle diverse forme di comunicazione. Spinta dall’interesse per i linguaggi e per le dinamiche espressive, approfondisce gli aspetti verbali, paraverbali e psicologici della comunicazione, con una particolare attenzione alla dimensione semiotica.

Nel 2009 consegue con lode la laurea magistrale in Teorie della Comunicazione e Tecniche dei Linguaggi Persuasivi presso l’Università di Siena, consolidando un percorso di studi orientato all’analisi dei significati e dei meccanismi che regolano la percezione e l’interpretazione della realtà.

Attualmente vive a Viterbo, dove porta avanti il proprio percorso creativo. Il suo esordio letterario avviene con il romanzo Aura Oscura, un thriller psicologico che esplora le profondità dell’inconscio e conduce il lettore in un viaggio tra manipolazione e verità. Attraverso una narrazione intensa e stratificata, l’opera indaga i significati nascosti che si celano sotto la superficie della consapevolezza, invitando a mettere in discussione ciò che appare evidente.

Cos’è per te la scrittura?

La scrittura per me è un’esigenza, il filo diretto e necessario con l’universo di emozioni e sensazioni in continuo tumulto dentro me stessa. Nasce come un’emergenza; il bisogno urgente e insindacabile di mettere ordine, tirando fuori – spesso “violentemente”- gli stati d’animo che continuamente affollano il mio mondo interiore. La paragonerei ad una sorta di catarsi, qualcosa che con l’inevitabile e tormentata esigenza di fare uscire ciò che vortica all’interno, mi svuota, creando uno spazio positivo, nuovamente pronto per essere riempito di nuove sensazioni.

Qual è stato il momento in cui hai capito che la scrittura sarebbe diventata parte integrante del tuo percorso?

La scrittura è sempre stata parte del mio percorso. Così come la lettura, le due attività mi accompagnano sin da piccola, seppur in modi e con spettri di sensazioni del tutto diverse. La lettura è sempre stata una zona franca, di benessere, mentre la scrittura ha avuto sempre carattere di necessità, spesso scomoda al pari di un tormento, seppure con fini sempre “terapeutici”. Scrivevo sin da bambina; diari, articoli, storie, imitando ciò che leggevo ma aggiungendo lo sfogo della mia immaginazione. Naturalmente, con il tempo, l’esperienza e le competenze, gli interessi e i risultati del mio scrivere sono cambiati, ma la scrittura è stata sempre parte integrante del mio percorso di crescita e di vita.

In che modo la tua formazione nelle teorie della comunicazione influenza il tuo modo di scrivere narrativa?

La formazione in teorie della comunicazione e linguaggi persuasivi non insegna direttamente come scrivere narrativa, ma è inevitabile che abbia fornito solide e approfondite basi sul linguaggio e sugli strumenti di analisi attorno al linguaggio per catturare ed esprimere le dinamiche che orbitano intorno al testo, nei più disparati campi di comunicazione. La moltissima pratica relativa alla comprensione profonda dei testi, contaminata costantemente da sociologia, semiotica e altri strumenti di potere e comprensione della comunicazione, è un valido input alla scrittura. Resta però estranea la parte creativa, quella che va aggiunta ed elaborata all’unisono per un risultato credibile e di buon livello.

Da dove nasce l’idea di Aura Oscura e quale esigenza ti ha spinto a raccontare questa storia?

Aura Oscura nasce da un’insieme di idee, sedimentate nel corso del tempo fino a provocare la necessità di essere espresse. È il connubio di idee, stati d’animo e domande fermentate con il tempo, che hanno creato un’idea consistente da impastare con una buona dose di immaginazione e lavoro per risultare visibile e leggibile. Nel periodo del covid, momento di grande trasformazione e introspezione, ho sentito forte la necessità di iniziare a gettarle su carta. Nel momento in cui i personaggi hanno preso poi consistenza diventando complessi e stratificati, sono stati in un certo senso loro a indicare la strada, proponendomi le scelte narrative necessarie per mantenere la loro credibilità e coerenza, fino al romanzo completo.

Quanto è importante per te esplorare l’inconscio e le dinamiche psicologiche dei tuoi personaggi?

Per me è un bisogno continuo, nella vita di tutti i giorni, porre attenzione costantemente alle dinamiche psicologiche espresse e latenti – cioè nascoste, ma presenti e imponenti fino a guidare le nostre scelte – di persone reali o personaggi romanzati. Pertanto era inevitabile che l’attenzione nel romanzo si ponesse al carattere psicologico relativo alle azioni e alle scelte dei personaggi in discussione. Proprio perché più spesso di quanto crediamo siamo guidati dai nostri traumi irrisolti a compiere azioni e scelte, influenzati dalle mancate conciliazioni con noi stessi, ripetendo o ripudiando schemi che ci appartengono.

Nel romanzo manipolazione e verità sembrano intrecciarsi continuamente: cosa rappresentano per te questi due concetti?

Sono i due poli interconnessi che governano comunemente e costantemente la comunicazione tra esseri umani. Che la si voglia interpretare con accezione semplicistica o con carattere più profondo, la manipolazione (del linguaggio, della gestualità ecc) appartiene a moltissimi – forse a tutti? – ambiti della comunicazione, e guida la maggior parte delle scelte che compiamo ogni giorno, anche inconsapevolmente; pensiamo ad esempio alla pubblicità, e alla capacità del marketing di indurre bisogni non necessari. Saper cogliere i tratti della manipolazione, nel linguaggio inteso in senso lato, non solo verbale, ma anche paraverbale, è un grosso vantaggio comunicativo. Dall’altro lato, la ricerca della verità sembra essere uno dei motivi che spinge l’essere umano ad andare avanti sin dai tempi più lontani. Ma la ricerca difficile e seria delle verità su noi stessi, spesso scomode da affrontare, è una strada che non tutti percorrono, richiede una grandissima assunzione di onestà e percorsi complessi e faticosi.

Quanto della tua passione per la semiotica e per i significati nascosti è confluito nella costruzione della storia?

Direi tutta: la semiotica studia il senso che diamo alla realtà attraverso i processi di significazione. Si applica ai più svariati contesti di significato e, anche se non ne siamo inconsapevoli, permea la nostra vita di tutti i giorni. Analizza il processo comunicativo dalla forma alla sostanza, rendendoti consapevole del ‘perché’ e del ‘come’ una qualsiasi ‘cosa’ significhi ‘qualcosa’. L’intera storia è basata su significati evidenti e significati nascosti, a partire dalla trama, passando alle sfere emotive dei personaggi, al loro modo di comunicare, smascherare, apprendere, conoscere e comprendere. Fino a fare interrogare il lettore nei confronti di se stesso: se il romanzo lascia qualcosa, spero siano domande e non risposte.

Come lavori sulla caratterizzazione psicologica dei personaggi e sulla loro evoluzione nel corso della narrazione?

I personaggi sono tutti anti-eroi, anche quello che si mostra con più sicurezza e capacità di gestire la propria presenza nel mondo, nasconde insicurezze e fallimenti. Ho cercato di costruire di ognuno un universo, un passato e attitudini complesse e differenti. Il comune denominatore è che ciascuno di loro arriva a interrogarsi, a tormentarsi e a fare i conti con quello che spesso è il giudice meno clemente per chiunque: se stesso. Da un certo punto in poi però, quando la loro personalità si è cristallizzata diventando credibile, è avvenuta una sorta di magia: è come se fossero stati loro a spiegare la propria evoluzione, a dirmi cosa scrivere, tanto che ho dovuto rivedere alcune scene relative ad un personaggio in particolare, perché se le avessi lasciate come avrei voluto in partenza, senza rendere conto della personalità complessa che si era formata, sarebbero risultate incoerenti e non credibili.

Cosa vorresti che il lettore mettesse in discussione dopo aver terminato Aura Oscura?

Io credo che nella vita ci siano poche certezze, giusto quelle di cui abbiamo bisogno per orbitare senza impazzire attorno a qualche punto fermo. Credo che tutto sia visibile da un doppio punto di vista, che la verità sia un’astrazione necessaria più per il ruolo che riveste che per la singola verità in sé, e che ciascuno debba riservarsi il diritto e il dovere di cambiare idee nel corso della vita. Alla luce di questo, spero che al Lettore restino tante domande e pochi punti fermi, spero che metta in discussione la necessità di ottenere sempre e continuamente risposte ai propri dubbi, perché credo che la vera fortuna nella vita, non sia tanto di ottenere le risposte, ma di sapersi porre le domande giuste.

Quali sono gli autori o le opere che hanno maggiormente influenzato il tuo immaginario letterario?

Certamente i due autori che con la loro filosofia guidano la mia vita sono Pirandello e Svevo. Il primo per il concetto della relatività della conoscenza, perché la vita è un flusso continuo e mutevole che l’uomo cerca di controllare con la forma, indossando maschere con cui ci conoscono gli altri, fino al rischio di perdere la propria vera identità. E lo si ritrova per l’intera spina dorsale del romanzo, nelle scelte dei personaggi, nei loro approcci con gli altri e nelle proprie crisi esistenziali. Per quanto riguarda Svevo, sono certamente debitrice per il rifiuto delle certezze, per il concetto di inettitudine che permea i miei personaggi e per l’attenzione alle sfere dell’inconscio. Detto questo, le mie letture sono per il novanta per cento thriller psicologici ed ho una passione profonda per le opere di Donato Carrisi e Paola Barbato, dai quali prendo ispirazione e dai cui universi narrativi complessi e incredibili cerco di attingere insegnamenti.

Dopo questo esordio, quali nuovi progetti e direzioni vorresti esplorare nel tuo percorso di scrittrice?

Con mio grandissimo piacere diversi lettori mi hanno contattato e chiesto un sequel, il che mi lusinga e stimola ad esplorarne le possibilità. Ho anche un paio di idee in merito. Vero è che ho una piccola e concentrata idea su una storia del tutto diversa – si tratta sempre thriller psicologico – che si muove con forza nella testa, ancora da elaborare e strutturare, ma di grande potenza e maggiore crudeltà, e spinge per essere accennata su carta. Vediamo. Come da diverso tempo a questa parte, lascerò che le cose prendano la loro strada senza forzature, finora mi è sembrata la scelta migliore. Certamente è mia intenzione restare nel campo del thriller, esplorandone gli aspetti legati a intenzioni psicologiche, è quello che sento appartenermi di più. È mia intenzione in ogni caso anche continuare a studiarne le tecniche, approfondendo con corsi di scrittura ad hoc, perché si sa, non si finisce mai di imparare e si può e deve sempre migliorare.

Descriviti in tre libri.

Questa domanda è bellissima e mi mette in crisi, perché è davvero difficile ridurre tutto a tre libri. Se proprio dovessi decidere, mi riferirei a tre grandi classici, tre cortocircuiti incredibili:

Uno, nessuno e centomila di Pirandello, perché è quello che mi ha aperto la strada alla filosofia pirandelliana sulla relatività della conoscenza, diventata poi centrale nella mia vita, nonché manifesto dell’ironia della facilità con cui disgreghiamo il proprio io per conformarci alle circostanze del mondo che ci circonda;

Il ritratto di Dorian Gray,Oscar Wildeperché la profonda riflessione sulla vanità e l’ipocrisia è svelata attraverso uno stile di scrittura ironico e sublime, che mette costantemente il lettore in posizione di disagio e giudizio, facendogli oltrepassare quella linea immaginaria che lo tiene al sicuro fuori dal libro, catapultandolo invece nel processo narrativo stesso, ed è quel cortocircuito che mi rappresenta in molti aspetti della vita;

La Metamorfosi, di Kafka, perché la prima volta che l’ho letto mi ha destabilizzato, la seconda (in età più matura) mi ha fatto ancora una volta capire l’importanza di soffermarci, oltre lo scorrere frenetico del tempo, per ascoltarci davvero. Il capolavoro in poche pagine svela l’incastro giocando con l’assurdo e la crudeltà della maschera borghese in cui si è incastrati. Rivela con uno schiaffo la nostra assuefazione ai sistemi, così forte che ci porta a dimenticare le cose veramente importanti. Non dimentichiamoci che quando Gregor Samsa si risveglia nei panni di uno scarafaggio, la prima preoccupazione che si pone non è quella di essere un insetto, ma come farà ad andare a lavoro.

In fondo, un cortocircuito non ci costringe forse a fermarci e riflettere? Perché non dovremmo mai dimenticare che “Ciò che conosciamo di noi è solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa.” Pirandello.

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