nata a Bologna nel 1973, vive a Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, ed è laureata in Giurisprudenza. Lavora da sempre nel settore assicurativo come agente generale, una professione che negli anni le ha permesso di entrare in contatto con molte persone e con le loro storie, alimentando una naturale curiosità verso l’animo umano.
Accanto al lavoro, ha coltivato con costanza la passione per la scrittura, inizialmente attraverso racconti brevi che hanno ottenuto importanti riconoscimenti in diversi concorsi letterari. Tra questi, Quello che non ho visto alle 3.08 ha ricevuto una menzione speciale al Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “Alda Merini”, mentre un altro racconto si è classificato terzo al Premio Internazionale “Di terrore, di mistero e di altri racconti”. La batteria della sposa ha conquistato il secondo posto al concorso “Amori balsamici” ed è stato pubblicato nell’omonima antologia da Edizioni del Loggione. Nel 2026 un suo racconto è stato inoltre incluso nell’antologia 8 come Bacio di Giulio Perrone Editore.
Nel 2026 ha esordito con il romanzo Il castigo dei Prediletti, pubblicato da Dialoghi, un thriller in cui l’indagine e il mistero si intrecciano con un’attenzione profonda ai personaggi, alle loro contraddizioni e alle scelte che li definiscono. Il suo interesse si concentra sulle zone più sfumate dell’animo umano, dove il confine tra colpa e verità diventa incerto.
Oggi continua a portare avanti la sua attività di assicuratrice affiancandola alla scrittura, due percorsi apparentemente distanti ma uniti da un elemento comune: il continuo incontro con le persone, da sempre al centro della sua ricerca e della sua narrazione.
Qual è stato il momento in cui la scrittura è passata da passione a vera esigenza espressiva?
Credo sia successo gradualmente. Ho sempre avuto un rapporto molto forte con la lettura e con la scrittura, ma per molto tempo quest’ultima è rimasta qualcosa che apparteneva soprattutto a me. A un certo punto, però, ho capito che non mi bastava più avere delle storie in testa: avevo bisogno di dare loro una forma, di costruire personaggi, farli vivere e soprattutto metterli davanti a domande alle quali spesso non so rispondere nemmeno io. È lì che la scrittura ha smesso di essere soltanto una passione ed è diventata un’esigenza.
In che modo il tuo lavoro nel settore assicurativo ha influenzato il tuo sguardo sui personaggi e sulle loro storie?
Il mio lavoro di assicuratrice mi ha portata per tanti anni a stare a contatto con le persone nei momenti più diversi della loro vita, non sempre facili. E quando lavori con le persone impari che quello che mostrano è solo una parte di ciò che sono. Dietro una reazione, una paura o una scelta apparentemente incomprensibile c’è quasi sempre una storia che non conosciamo. Credo che questo abbia influenzato molto anche il mio modo di scrivere. Non vedo un personaggio soltanto come “buono” o “cattivo”. Mi interessa capire cosa lo abbia portato a diventare quello che è.
Cosa ti affascina maggiormente delle zone più ambigue dell’animo umano che esplori nei tuoi testi?
Proprio il fatto che non esistano confini così netti come pensiamo. Mi interessa quella zona in cui una persona compie qualcosa che non condividiamo, magari qualcosa di terribile, eppure riusciamo per un istante a comprenderne il percorso. Comprendere, naturalmente, non significa giustificare. Ma credo che sia proprio lì che un personaggio diventa interessante: quando ci costringe ad abbandonare le nostre certezze e a farci qualche domanda.
Come nasce l’idea di un racconto o di un romanzo: parti da una trama, da un personaggio o da un’emozione?
Quasi mai da una trama completa. Di solito nasce tutto da un’immagine, da una situazione o, ancora più spesso, da una domanda. Qualcosa che mi incuriosisce e sulla quale continuo a tornare con il pensiero. Da lì arrivano i personaggi e solo dopo comincio a costruire la storia. Anche Il castigo dei Prediletti, in fondo, è nato così: prima ancora della trama c’era una domanda sull’essere umano e sui confini della comprensione. Il mio romanzo inizia proprio con una domanda: si può capire qualcuno senza diventare come lui?
Quali sono le principali differenze che hai riscontrato tra la scrittura di racconti brevi e quella del tuo primo romanzo?
Il racconto breve ti obbliga a essere molto rigoroso. Hai poco spazio e ogni parola deve avere una funzione. Il romanzo, invece, ti permette di entrare molto più profondamente nei personaggi e nelle loro contraddizioni, ma proprio per questo richiede un controllo completamente diverso. Devi riuscire a tenere insieme trama, ritmo, evoluzione dei personaggi e tensione per molto più tempo. Scrivere il mio primo romanzo mi ha fatto capire quanto sia complesso costruire una storia lunga senza perdere mai di vista il filo che la tiene insieme.
Il thriller è un genere che senti particolarmente vicino o pensi di esplorare anche altri territori narrativi?
Il noir e il thriller psicologico sono i territori nei quali oggi mi riconosco maggiormente, perché mi permettono di esplorare ciò che più mi interessa: le motivazioni, le ossessioni, le fragilità e le contraddizioni delle persone. Più che il crimine in sé, mi interessa ciò che lo precede e ciò che accade nella mente di chi lo compie. Non escludo affatto, però, di esplorare altri territori. Credo che per uno scrittore sia importante non sentirsi prigioniero di un genere.
Che valore hanno per te i riconoscimenti ottenuti nei concorsi letterari lungo il tuo percorso?
Hanno avuto soprattutto il valore di una conferma. Quando scrivi, trascorri moltissimo tempo da sola con quello che stai facendo e inevitabilmente attraversi momenti nei quali ti chiedi se ciò che hai scritto riesca davvero ad arrivare agli altri. I riconoscimenti ricevuti mi hanno dato fiducia e mi hanno fatto capire che valeva la pena continuare. Non li considero un punto d’arrivo, ma sicuramente sono stati tappe importanti del mio percorso. Un allenamento, anche per uscire dalla mia area di conforto.
C’è un personaggio che hai creato che senti particolarmente vicino a te? Perché?
Sicuramente il protagonista, l’ispettore Lee Gold. Non perché mi assomigli in senso stretto, ma perché condivido con lui una certa curiosità nei confronti delle persone. Lee non si accontenta di sapere chi ha commesso un delitto: vuole capire perché. È attratto dalle motivazioni, anche quando sono scomode o difficili da accettare. Probabilmente è questa la parte di lui nella quale mi riconosco di più: il bisogno di andare oltre ciò che appare e cercare ciò che c’è dietro.
Come gestisci l’equilibrio tra la tua professione e il tempo dedicato alla scrittura?
Con una certa dose di organizzazione e, spesso, facendo qualche acrobazia! La mia professione occupa una parte importante delle mie giornate e la scrittura deve necessariamente trovare spazio intorno a tutto il resto. Ma quando qualcosa diventa davvero importante, il tempo in qualche modo si trova. Scrivo quando posso, spesso ritagliandomi momenti che altrimenti sarebbero destinati ad altro. Non è semplice, ma ormai la scrittura è entrata nella mia quotidianità. È diventata un bisogno per stare bene.
Quali temi o storie senti ancora il bisogno di raccontare in futuro?
Continuano ad attirarmi le storie nelle quali le persone non sono esattamente ciò che sembrano. Vorrei continuare a esplorare il confine tra normalità e ossessione, tra amore e possesso, tra ciò che facciamo per gli altri e ciò che facciamo per noi stessi. Mi interessano soprattutto le domande che non hanno una risposta semplice. Credo che saranno ancora quelle a guidare le nuove storie che scriverò. E la prossima è già in lavorazione.
Descriviti in tre libri
Questa è la domanda più difficile! Direi “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie (autrice delle mie letture giovanili), perché amo gli enigmi e tutto ciò che si nasconde dietro le apparenze. “Misery” di Stephen King (altro tra i miei autori preferiti e che mi hanno formata), per il lato più oscuro e imprevedibile della mente umana. E “Il suggeritore” di Donato Carrisi, perché rappresenta forse meglio ciò che cerco anch’io quando scrivo: non mi basta sapere chi è stato, voglio capire perché. In fondo, questi tre libri raccontano tre cose che mi appartengono: la curiosità, l’attrazione per ciò che non è immediatamente visibile e il bisogno di capire le persone, anche nei loro lati più oscuri.