Veronica Cortese

nata a Venezia nel 2000, è un’artista che sviluppa il proprio percorso tra teatro, cinema e audiovisivo, attraverso una formazione multidisciplinare che unisce recitazione, danza e canto. Fin dagli inizi…

BIOGRAFIA

#Veronica Cortese

nata a Venezia nel 2000, è un’artista che sviluppa il proprio percorso tra teatro, cinema e audiovisivo, attraverso una formazione multidisciplinare che unisce recitazione, danza e canto. Fin dagli inizi si dedica allo studio della dizione, consolidando una preparazione tecnica orientata alla versatilità espressiva.

In ambito teatrale ha maturato diverse esperienze interpretative, ricoprendo ruoli da protagonista e coprotagonista. Tra questi spiccano Sophia in Fools di Neil Simon, Lidia in Mi chiamo Lidia Tommasini e Sittah in Nathan il Saggio di Gotthold Ephraim Lessing, oltre alla partecipazione a numerosi spettacoli e musical. Ha fatto parte della compagnia teatrale “Gli Apostrofi” di Treviso e attualmente è membro de “La Compagnia del Pane”, con cui porta in scena produzioni ispirate sia al teatro contemporaneo sia a quello classico.

Parallelamente al teatro, ha sviluppato un percorso nel settore audiovisivo, prendendo parte a film, cortometraggi, pubblicità e produzioni per piattaforme streaming, lavorando sia come attrice protagonista sia in ruoli di figurazione speciale.

La sua formazione artistica si completa con lo studio della danza fin dall’infanzia — nelle discipline classica, moderna, contemporanea e jazz — e del canto moderno, elementi che contribuiscono a definire un profilo artistico dinamico, aperto alla sperimentazione e alla continua ricerca espressiva.

Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è la capacità di dare un volto a ciò che non si riesce a descrivere a parole. Forse è proprio questo che mi ha sempre affascinata: la possibilità di trasformare qualcosa che sento dentro di me in qualcosa che prende forma, che sia attraverso un personaggio, una voce, un movimento o una storia.

Qual è stato il momento in cui hai capito che il teatro e la recitazione sarebbero diventati il tuo percorso principale?
Fin da bambina ho sempre avuto tanta immaginazione. Mi mettevo addosso le cose di mia mamma e di mio papà, ovviamente di dieci taglie più grandi, e iniziavo a giocare, trasformandomi ogni volta in qualcuno di diverso. In acqua ero una sirena o una pirata, la capanna fatta con le coperte diventava la torre di una principessa intrappolata, e l’armadio di casa di mia nonna era il mondo di Narnia. Credo che tutti, da bambini, abbiamo viaggiato in mondi che non esistono. Io, per esempio, ancora oggi, quando cammino per strada e la strada è isolata, mi immagino di essere una spia dell’FBI in missione. Forse non ho mai smesso davvero di giocare. Per molto tempo, però, l’ho vissuta semplicemente come una parte di me, senza pensare che potesse diventare il mio percorso. Quello che mi ha sempre affascinato, infatti, è soprattutto tutto ciò che viene prima: i preparativi, il trasformarsi, l’idea di entrare in scena e raccontare una storia. Ancora oggi il backstage per me è tutto, forse anche più della scena. Adoro le prove costume, le prove trucco, quell’attesa prima di iniziare. A teatro mi piace tantissimo sentire il vociare del pubblico poco prima che si apra il sipario; al cinema, invece, amo quel silenzio che arriva appena prima del ciak. Forse è stato proprio in quegli istanti che ho capito che questa sarebbe stata la mia strada: in quei momenti in cui ancora non è successo niente, ma senti che sta per succedere qualcosa.

In che modo la tua formazione multidisciplinare tra danza, canto e recitazione influenza il tuo modo di stare in scena?
La mia formazione multidisciplinare mi sta insegnando a mettere insieme corpo, voce ed emozioni e a farli dialogare tra loro. Se dovessi rispondere in modo tecnico, direi che ciò che accomuna danza, canto e recitazione è la respirazione: è il punto di partenza di tutte e tre le discipline, perché attraverso il respiro passano il corpo, la voce e anche l’emozione. Se invece dovessi rispondere con il cuore, ti direi che senza amore e passione per ciò che si fa è difficile arrivare davvero al pubblico. La frase “Sei bravo, ma non mi arriva” l’ho sentita in tutti e tre i settori e credo racchiuda perfettamente il punto: la tecnica è fondamentale, ma da sola non basta. Puoi essere preparato, preciso, intonato, ma se non ci metti qualcosa di tuo, se non ci metti il cuore, il pubblico lo percepisce. Ed è proprio questo che sto cercando di costruire attraverso la mia formazione: un modo di stare in scena in cui corpo, voce ed emozioni siano un tutt’uno. E dico “sto cercando” perché sono ancora in cammino e continuo a imparare. Ogni disciplina mi sta dando strumenti diversi, ma il mio obiettivo è riuscire a usarli per essere autentica e, soprattutto, per far arrivare davvero ciò che sento.

C’è un ruolo teatrale tra quelli interpretati che senti particolarmente vicino a te? Perché?
Ho sempre interpretato ruoli abbastanza “sofisticati”, vuoi perché artefatti, vuoi perché lontani dalla mia epoca. Recentemente, però, ho avuto la fortuna di interpretare Lidia Tommasini, una donna vissuta nel dopoguerra, e questo personaggio mi ha toccato particolarmente. Lidia era una combattente che, nonostante le difficoltà e le imposizioni della famiglia (una situazione comune a molte donne della sua epoca), non ha mai smesso di credere nell’amore. Per tutta la vita ha messo da parte se stessa per il bene degli altri, sacrificando i propri desideri e la propria felicità. È proprio questo l’aspetto che mi ha fatto sentire più vicina a lei: mi sono riconosciuta nel suo modo di mettere il bene degli altri davanti al proprio. Anche io, infatti, tendo a dare priorità alle persone che amo e alla loro felicità, spesso mettendo in secondo piano me stessa. Per questo interpretare Lidia mi ha permesso di sentire il personaggio in modo particolarmente autentico e personale.

Che differenza provi tra il lavoro sul palco e quello davanti alla macchina da presa?
Nel mio piccolo, posso dire che la caratteristica principale che distingue il cinema dal teatro è il primo piano. A teatro, per me, la difficoltà più grande è riuscire ad “arrivare”, senza microfono, a tutto il pubblico, trasmettendo l’introspezione e le emozioni del personaggio anche a chi si trova nell’ultima fila della platea o in galleria. Bisogna quindi trovare un equilibrio tra intensità e misura, affinché ciò che si prova sul palco possa essere percepito da tutti, evitando di sentirsi urlare dal pubblico: “Voceee!”. Il cinema, invece, presenta una difficoltà diversa, legata soprattutto alla continuità emotiva. Sul set, infatti, si gira spesso per “location” e non necessariamente seguendo l’ordine cronologico della storia. Può quindi capitare di dover girare l’ultima scena del film, nella quale il personaggio è profondamente innamorato di qualcuno, mentre la scena precedente è stata girata magari qualche settimana prima e, sul set, quella stessa persona l’hai conosciuta da appena cinque minuti. È una situazione particolare e, proprio per questo, anche molto divertente: bisogna riuscire a ricreare in pochi istanti un’emozione che, nella storia, è maturata magari nell’arco di mesi o di anni.

Cosa ti affascina di più del passaggio tra teatro classico e contemporaneo?
Proprio per la domanda posta prima, la prima cosa che mi viene da dire sono i costumi di scena. Mi affascina tantissimo il modo in cui un abito possa aiutarti a entrare in un’epoca, in una storia e, in qualche modo, anche nella pelle del personaggio. È un po’ lo stesso gioco che facevo da bambina quando indossavo i vestiti dei miei genitori e mi trasformavo in qualcun altro… credo che quella parte di me in fondo non sia mai davvero cambiata. Mi affascina anche il linguaggio. Nel teatro classico, soprattutto quando si affrontano testi lontani dalla nostra epoca, le parole e il modo di esprimersi possono essere molto diversi da quelli che utilizziamo ogni giorno. All’inizio può sembrare una distanza, ma in realtà trovo bellissimo proprio questo: uscire dai nostri schemi, dal modo abituale di parlare e di pensare, per entrare in una realtà diversa dalla nostra. Forse è proprio questo che amo del teatro: la possibilità di allontanarmi, per qualche ora, dalla quotidianità e di vivere un tempo, un linguaggio e una persona che non mi appartengono, per poi scoprire che, nonostante tutto, qualcosa di me riesce sempre a trovarsi lì dentro.

Come nasce il tuo approccio a un nuovo personaggio?
Io mi gestisco attraverso diverse fasi. La prima è la lettura neutra del copione: lo leggo quattro o cinque volte, senza cercare ancora di dare un’interpretazione al personaggio. La seconda fase consiste nel rileggerlo praticamente fino allo sfinimento, cercando a ogni lettura significati più profondi, sfumature e sottotesti. La terza fase arriva quando, dopo tutte queste letture, il copione è ormai quasi imparato a memoria. A quel punto inizio a inserire le intenzioni del personaggio e, soprattutto, a farmi delle domande: perché sta dicendo questa cosa proprio in questo momento? Che reazione ha? Qual è il suo pensiero prima di questa battuta? La quarta fase riguarda la voce. Mi chiedo: che voce ha questo personaggio? È calda? Distaccata? Seducente? Da bambina? Ingenua? Cerco di capire quale vocalità possa rappresentarlo meglio. Infine c’è il corpo. Mi domando come si muove, come cammina, quale postura ha, quali sono i suoi gesti. Cerco di capire come il suo mondo interiore possa tradursi anche fisicamente. È un percorso che parte quindi dal testo e, passo dopo passo, arriva alla costruzione completa del personaggio: prima la comprensione, poi le intenzioni, la voce e infine il corpo.

Quanto è importante per te la dizione nella costruzione di un ruolo?
Assolutamente importantissima. Al contrario di quanto si possa pensare, credo che la dizione sia uno degli strumenti più importanti per far percepire al pubblico che, dietro a ciò che sta vedendo, c’è un notevole lavoro da parte dell’attore. La dizione, del resto, è nata con l’obiettivo di creare un linguaggio comune e comprensibile a tutti. Ti immagini Romeo di Shakespeare parlare con una forte cadenza veneziana? Il rischio è che, invece di vedere Romeo con il suo panciotto e la sua spada, ci venga quasi da immaginarlo con il cappello da gondoliere e il remo in mano.

Quali emozioni cerchi di trasmettere quando reciti?
Non ci sono emozioni principali o prestabilite. Cerco piuttosto di rendere vera l’esperienza umana del personaggio. Non interpreto, per esempio, la malinconia come un’emozione da mostrare, ma cerco di viverla realmente, entrando in contatto con ciò che il personaggio sta attraversando.

L’esperienza con diverse compagnie teatrali cosa ti ha insegnato a livello umano e artistico?
Artisticamente, ho sempre cercato di migliorarmi e di mettermi in gioco. Un Maestro, con la M maiuscola, comprende l’importanza di lasciare andare il proprio allievo, permettendogli di crescere e migliorare anche altrove. A livello umano, ho avuto la fortuna di incontrare persone meravigliose. In teatro, per me, sono fondamentali l’ascolto e la fiducia nel regista. Alla fine, l’obiettivo è comune a tutti: fare il meglio possibile per lo spettacolo. E quando c’è un cast unito, che si ascolta e si sostiene, e un regista capace di comprendere anche il tuo stato d’animo, si crea quella sintonia che permette a tutti di dare il meglio di sé.

Nel mondo audiovisivo, quale tipo di progetto senti più nelle tue corde?
È un genere piuttosto lontano da quello che guardo solitamente (sono decisamente più da The Notebook, che, sarò banale, è il mio film preferito), ma mi sono divertita tantissimo a girare un cortometraggio thriller/horror. Forse proprio il fatto che questi ultimi mi facciano paura mi ha incuriosita e mi ha portata a scoprire quanto sia interessante capire come vengono costruite certe scene e i jumpscare. Mi piacerebbe continuare a sperimentare generi diversi, mettendomi alla prova in ruoli e progetti sempre nuovi. In particolare, nel campo audiovisivo, mi piacerebbe molto avere un giorno l’opportunità di partecipare a un lungometraggio romance o a una serie TV.

Quanto la danza ha contribuito alla tua espressività come attrice?
Credo che sia partito tutto da lì. I bravi ballerini sono, prima di tutto, dei bravi attori, perché senza dire una parola riescono a farti comprendere il loro stato d’animo. Hai presente Il cigno nero? Ecco… non è solo musica e danza, per me è tutto. La mia espressività l’ho acquisita soprattutto osservando la mia maestra di danza classica. Studiavo ogni suo movimento, ogni espressione del viso, ogni gesto del corpo. Cercavo di capire cosa comunicasse anche senza parlare. In fondo, senza espressività, il corpo rimane un corpo neutro che vaga nello spazio. È l’emozione che lo attraversa a dargli un significato.

Qual è stata la sfida più grande affrontata finora nel tuo percorso artistico?
Ho avuto l’onore di interpretare, in uno spettacolo teatrale, una ragazza scomparsa tragicamente. È stata una delle sfide più grandi del mio percorso artistico: darle nuovamente vita sul palco, davanti ai suoi genitori, cercando di raccontare la sua storia con la massima sensibilità e senza mai mancare di rispetto al dolore della sua famiglia, dei suoi amici e dei suoi cari.

Quali sono le direzioni che vorresti esplorare in futuro?
Perché non un ruolo da agente sotto copertura alla Jane Smith? O magari una principessa Disney in un musical? Mi piacerebbe esplorare ruoli molto diversi tra loro, anche apparentemente lontani da me. Mi rivedo molto in Rapunzel, per la sua curiosità e la voglia di scoprire il mondo, ma anche in Merida di Ribelle, per il suo carattere indipendente, determinato e un po’ ribelle.

Cosa rappresenta per te oggi la recitazione?
Recitare per me è liberarsi delle costruzioni imposte dalla società. È avere la possibilità di essere più persone, di far emergere lati di noi che ogni giorno nascondiamo agli altri per paura del giudizio. Alla fine, il personaggio è una maschera che ci protegge, perché possiamo sempre dire: “Questo non sono io, è il personaggio”. Ma sotto sotto, credo che proprio attraverso quella maschera riusciamo a mostrare parti di noi che nella vita reale non avremmo il coraggio di far vedere. E forse è proprio questo che amo della recitazione… poter essere completamente me stessa proprio mentre interpreto qualcun altro.

Se dovessi descriverti come artista in tre parole, quali sceglieresti?
Emotiva, creativa, versatile.

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