è un’attrice italiana. Dopo la formazione presso l’Accademia Officina Pasolini, tra set e teatro, lavora sia come attrice che come assistente alla regia, tra gli altri, per Lux Vide. Prende parte al film Fuori di Mario Martone e collabora con Paolo Sorrentino in La grazia, interpretando il ruolo della “suora bellissima”.
In teatro lavora con Massimo Venturiello, Armando Pugliese, Giacomo de Cataldo e Juan Diego Puerta Lopez, sviluppando una ricerca attoriale centrata su corpo, voce e presenza scenica. Ha inoltre scritto e diretto uno spettacolo messo in scena con tre donne, sul tema del trauma e sulla facoltà magica di riallacciare insieme i fili perduti, esplorando la resilienza e la potenza trasformativa del teatro. La sua arte unisce eleganza e intensità, muovendosi tra cinema, performance e poesia, alla ricerca di progetti capaci di emozionare e lasciare un’impronta visiva ed emotiva.
Cos’è l’arte per te?
Mi ricordo un giorno in cui, da bambina, accompagnata dall’infermiera, raggiunsi una grande sala mentre ero in ospedale per un problema di salute. Era una stanza bianca, abbacinata dal sole, quasi fastidiosa. L’ennesima prova che in ospedale anche i luoghi d’attesa, persino quelli adibiti al riposo, possono essere faticosi. Stranianti, freddi, assenti. Cercavo, in quel viaggio attraverso il reparto, un sollievo. All’improvviso vidi appesi al muro dei quadri. Erano l’unico elemento di colore in mezzo a quel bianco uniforme. Ricordo di essere rimasta completamente stravolta. Per la prima volta, durante quella permanenza in ospedale, trovavo una forma di vitalità al di là della vita. Da allora penso che l’arte sia per me un ritorno a casa. La casa che forse abbiamo avuto prima di questa terra e che, mi auguro, avremo dopo. Ogni volta che riesco a intercettare questo luogo di vibrazione desidero condividerlo con gli altri, perché questa tensione verso un inspiegabile altrove è una delle poche cose che ci accomuna tutti, in forme e declinazioni diverse.
Com’è nato il tuo rapporto con la recitazione? Quando hai capito che sarebbe diventata la tua strada?
Devo essere onesta. Non c’è stato un momento preciso in cui ho capito che la recitazione sarebbe diventata la mia strada. Tuttora è un’indagine senza risposta. La cosa bella, e anche faticosa, del recitare è che si può farlo ovunque e per qualsiasi persona, con intenti diversi. Per intrattenere, far godere, piangere, pensare, persino per una qualche forma di rivalsa. Ma un conto è recitare, un altro è riconoscere nella recitazione una strada. È un lavoro molto aleatorio, imponderabile, fatto di percorsi misteriosi e spesso senza regole precise. Ho però capito presto che dentro di me c’era un interprete. Qualcuno che tende, appunto, a interpretare il mondo attraverso le storie. Forse il primo indizio risale a quando ero bambina e organizzavo degli spettacolini. Chiudevo la famiglia in balcone o in luoghi irraggiungibili allo sguardo. Li facevo aspettare anche ore, poverini. Tutto doveva funzionare alla grande. C’era tutta la cura, e quasi la maniacalità, con cui si affronta una cosa seria. Volevo che vivessero la passione e la fantasia da cui ero attraversata anch’io. Volevo trasmettergliela. Era un gioco, ma un gioco serissimo. Ripensandoci oggi, forse quella era già una forma molto precisa di vocazione.
Qual è stata l’esperienza sul set che ti ha lasciato il segno più profondo?
Forse l’esperienza che mi è rimasta più impressa è stata quella di Fuori di Mario Martone, anche per una ragione profondamente personale. Il carcere in cui, nel film come nel libro di Goliarda Sapienza, la protagonista trova una seconda casa, una nuova comunità, era in parte ricostruito in uno studio della periferia romana. Era piena estate e faceva molto caldo. Eravamo tutte donne, in una situazione narrativamente e visivamente molto forte. Gli zoccoli di legno, le vesti logore e stropicciate, il sudore che scendeva dalla fronte, le piccole celle ricostruite lungo il corridoio, l’attesa che si rinnovava ogni giorno prima che Martone ci chiamasse. Eravamo spesso sospese in quella grande e calda stanza antistante e questo esasperava ed esaltava ancora di più la nostra femminilità, ancor prima della scena. Mentre giravamo, però, è mancato mio nonno. L’ho saputo dopo una chiamata improvvisa di mia madre. Ricordo tutte le attrici, provate da una giornata di set, che non esitarono un istante ad abbracciarmi. Si raccolsero intorno a me come api intorno a un nido. Mi sollevarono e mi asciugarono il pianto mentre io, su una brandina, liberavo tutta l’emozione e salutavo da lì mio nonno. Di quel set mi è rimasta impressa anche la grande professionalità delle maestranze che lavoravano con Martone. Ricordo la placidità del direttore della fotografia, Paolo Carnera, i suoi grandi sorrisi. Era capace di rimanere calmo e positivo anche in mezzo a scene molto difficili da coordinare. È una qualità che ho osservato e che non ho più dimenticato.
Come ricordi il provino per Fuori di Mario Martone?
Ricordo ancora quel provino. Portai una canzone in romanesco e un monologo tratto da Dramma della gelosia, con Monica Vitti. Nel monologo feci un po’ di confusione, presa dalla grande emozione di ritrovarmi valutata da uno dei più grandi cineasti che abbiamo in Italia. Nella canzone, invece, detti tutto. Fu anche l’occasione di uno scambio successivo con Martone. Mario mi chiamò personalmente, qualche giorno dopo, per chiedermi quale fosse il titolo della canzone e si complimentò con me. Dovetti restare seduta a contemplare il pavimento per una buona manciata di minuti. Poi mi disse. «Ti ho scelta». Non credevo alle mie orecchie.
Com’è stata l’esperienza de La Grazia di Paolo Sorrentino?
La Grazia è stata una sfida divertente. Vestivo i panni di una suora e Sorrentino ha scelto di presentarmi come una bellezza ferita, arrivando a definire il personaggio «suora bellissima». Eppure, come accade con molti dei suoi personaggi, quella definizione era già portatrice di una contraddizione. Decise di mettere sul mio viso un enorme porro. È stato molto divertente vederlo estrarre personalmente, sul set, da una scatolina piena di porri, quello eletto, quello giusto. «È questo», mi disse. E poi tornò in regia. Quanta cura e precisione in ogni particolare. Quanta dedizione a ogni scelta. Quel particolare ha cambiato anche la mia interpretazione di un ruolo piccolo, a suo modo significativo. Ogni elemento può rivelare di un personaggio una possibile deviazione di percorso, una storia pregressa, un dissidio tra quel che è e quel che appare. Del set con Sorrentino ricordo poi la solennità e l’attenzione di tutti. E soprattutto l’incontro con Toni Servillo, che per me è stata una delle sorprese più belle. È una persona distinta e profondamente umana, di una curiosità ricca e innocente. Mi ha guardato con sorpresa sin dal primo istante, nonostante rispetto a lui io potessi essere, in quel momento, completamente irrilevante. Mi piacerebbe tanto poter lavorare ancora con lui. Non solo per l’attore maestoso che è, ma per il grande essere umano che ho intravisto.
In che modo il teatro ha influenzato il tuo modo di essere attrice?
Il teatro mi ha offerto la possibilità di decentrarmi. Può sembrare una condizione infelice, ma in realtà è un grande regalo per un attore, perché ti costringe ad allenare l’ascolto e la consapevolezza che, anche quando sei in scena, conta tantissimo ciò che accade soprattutto agli altri. Il teatro mi ha insegnato a mettermi al servizio della storia, non della mia visione o della mia aspettativa. Il cinema può dare una maggiore sensazione di centralità, di indagine personale. Il teatro, invece, ti costringe a considerare la correlazione degli elementi che compongono il quadro finale. Una grande orchestrazione di cui tu sei parte indispensabile, ma non esclusiva. Mi ha reso più umile e mi ha instillato il desiderio di ascoltare ciò che accade anche negli altri attori. E poi, banalmente, mi offre il gioco. A teatro c’è una parte di costruzione molto più viva, aperta, imprevedibile. Il processo è più esposto, in tutti i sensi. Ed è bellissimo correre un rischio ogni sera.
Quanto conta il corpo nella formazione di un attore?
A teatro si lavora moltissimo sul corpo, anche forzandolo, entrando in territori che possono sembrare quasi una violazione di sé stessi, o di quello che si è abituati a pensare come sé. È una ricerca che può essere dolorosa, ma l’obiettivo dell’attore dovrebbe essere quello di liberarsi progressivamente dei propri tabù per raggiungere un territorio quasi osceno. Un luogo fuori dalla scena sociale, dove affiorano i residui invisibili di ciò che siamo, persino gli spazi d’ombra del bacino collettivo. Bisogna poterlo fare, naturalmente, guidati e consapevoli. E poi bisogna rendere partecipe anche il pubblico di questo grande avvenimento, trasportandolo fuori dall’ordinario.
Come si costruisce la presenza scenica?
La presenza scenica si costruisce in parte attraverso delle tecniche, ma c’è anche un elemento imponderabile e personale. È qualcosa di abbastanza analogo al carisma. Spesso si ha oppure non si ha. Ci si può lavorare sopra, si possono trovare dei modi per infuocarsi e trasferire quel fuoco al pubblico. Ma credo che cambi anche a seconda di quanto l’attore senta, nello spettacolo e nel personaggio, qualcosa di veramente vibrante per sé. Se quella vibrazione non esiste per l’attore, è difficile che arrivi agli altri.
E la voce?
La mia voce a teatro cambia molto. Nella vita tendo a essere più soffiata, delicata. Sul palco, invece, riesco a tirare fuori delle note molto oscure, terrene, profonde, quasi ancestrali. Quando accade, sorprende persino me.
Cosa ti ha spinto a scrivere?
Sono partita, per il mio spettacolo Sfilati che ho scritto e diretto, da una canzone di Fabrizio De André contenuta nell’album Anime salve, scritta con Ivano Fossati. Ho visto Nina volare. È una canzone piena di allegorie e archetipi, come spesso accade nella scrittura di De André. Mi ha colpito soprattutto l’immagine fortissima del masticare e sputare. Da una parte la cera e dall’altra il miele. In seguito ho scoperto che si tratta anche di un gesto arcaico legato al lavoro delle contadine del Sud Italia per estrarre la cera d’api. Ho pensato che fosse un gesto capace di descrivere molto bene quello che facciamo, spesso senza rendercene conto, nella vita. Masticare continuamente ciò che ci accade, lo scarto, lo sbaglio, i tantissimi cul-de-sac, alla ricerca di una parte edibile, di qualcosa che possiamo trattenere, del nostro ora. La protagonista è una ragazzina che in fondo è una ribelle, pur sembrando una persona arresa. La madre è una forza esuberante, quasi teutonica e asfissiante, ma in realtà è un personaggio percorso da fragilità e poesia. C’è poi la sarta, che tira le fila del trauma. È l’archetipo di quelle figure sapienti che incontriamo nella vita, spesso defilate, capaci di osservare e di togliere tutto ciò che di superfluo e non veritiero ci portiamo dietro. È stato significativo scrivere e dirigere tre donne in scena, ciascuna con la propria personalità e il proprio sguardo. E poi, dalla regia, capire che in realtà ce n’era una quarta in scena. Io, anche se non recitavo.
Che rapporto hai con il trauma e con la possibilità di trasformarlo in arte?
Il trauma è un avvenimento, un cataclisma sicuramente doloroso, ma può essere anche una miccia. Può spingere a cambiare non soltanto qualcosa della propria storia, ma anche la storia degli altri. Per un artista, questo può diventare una responsabilità, quasi una missione. Prendere ciò che ci ha attraversati e trasformarlo in qualcosa da mettere in relazione universale.
Quanto è importante per te la dimensione autoriale?
La dimensione autoriale è centrale per me. Nell’autorialità individuo innanzitutto l’adesione a una ricerca, a un progetto, a un credo. Come attrice sento il bisogno di delineare una carriera che mi rappresenti. Non ho l’urgenza di catapultarmi ovunque, anche se naturalmente esiste un’urgenza interiore. Il desiderio di esprimere, di fare, di esserci. E l’industria non sempre facilita questa possibilità. La parte autoriale, per me, è un modo di essere coerente con i temi che mi interessano e, soprattutto, con la visione dell’arte che mi porto dentro.
Come riesci a trasformare l’intensità in una forma artistica?
È una domanda molto bella, perché l’intensità va sempre educata e trasformata. Altrimenti diventa soltanto un grido. Non che a volte non mi piacerebbe gridare e lasciare andare, semplicemente, il libero sfogo delle cose che mi si mischiano dentro. Però penso che, affinché il pubblico possa partecipare e gli altri possano davvero entrare dentro quella stessa intensità, io debba confezionarla, o forse è meglio dire ingentilirla, dentro una forma che sia anche morbida e accogliente. In questo modo gli altri possono entrare. E poi, al momento giusto, possono ritrovarsi travolti, in senso positivo, dall’intensità e dal contenuto. Insomma, la mia eleganza è forse la forma migliore di condivisione che abbia trovato.
Quali sono le storie e i personaggi che senti più vicini?
Le storie che sento più vicine sono quelle degli ultimi, degli eretici, dei goffi, degli sbagliati, che siano simpatici e non poco importa, delle persone che cadono e si rialzano e che, proprio nella caduta, rivelano tutta la poeticità dell’essere umano. Mi interessano le persone che resistono senza necessariamente proclamarlo. Le rivoluzioni silenziose, quelle che fanno rumore ma restano inascoltate, tutte le deviazioni dalla norma.
Che cosa cerchi nei progetti ai quali vuoi partecipare?
Vorrei far parte di qualcosa che non sia soltanto un elemento decorativo nell’arsenale dei successi, ma di un progetto che lasci qualcosa nel tessuto collettivo. Che risponda a un’esigenza sotterranea, a domande che ancora non abbiamo intercettato. Mi piacerebbe recitare in un film, in uno spettacolo, che riesca davvero ad aprire un corridoio di stupore e di cambiamento negli altri. Forse, far parte di una nuova corrente. Due estati fa sono stata a Marettimo e a Gibellina, davanti al Cretto di Burri e alla sua città ideale. Ho visto installazioni artistiche e luoghi nati dalla ferita del terremoto e trasformati nel tempo in una forma diversa di memoria. Da quell’esperienza è nato un cortometraggio che ho scritto e interpretato, presentato alla Casa del Cinema di Roma e in concorso a Las Vegas. Spero che continui il suo percorso, così come continua a camminare la protagonista de L’Appuntamento. Una moderna Gradiva che attraversa un’isola ed elabora il proprio lutto consegnando una lettera a qualcuno che non la aprirà. Le basta, però, la testimonianza del suo cammino e della sua elaborazione per tracciare un nuovo senso. E questo è quello che vorrei fare con i prossimi progetti. Raccontare qualcosa che abbia un apparente destinatario e che invece colpisca dove non ci si aspetta.
Se dovessi descriverti in tre parole?
Intensa. Sfuggente. Fondamentalmente libera.