Nata in Calabria, a Cropani in provincia di Catanzaro, porta con sé un legame profondo con la propria terra d’origine, da cui trae un forte senso dell’identità, della misura e dell’ascolto che alimenta la sua sensibilità artistica. La recitazione è da sempre la sua prima e più autentica passione, vissuta inizialmente come una necessità interiore prima ancora che come una professione. Dopo la formazione iniziale sceglie di trasferirsi a Roma, dove studia recitazione, dizione e tecniche attoriali frequentando scuole e laboratori professionali. Provenendo da una realtà distante da quel mondo, affronta quegli anni con dedizione totale, osservando, imparando e cercando di comprendere a fondo il linguaggio del cinema e del teatro.
Il cinema rappresenta per lei un amore profondo e assoluto, al quale per un periodo della sua vita si dedica completamente. Col tempo matura la consapevolezza che vivere esclusivamente per questo mestiere non fosse un equilibrio possibile, ma riconosce quanto quella fase sia stata fondamentale per costruire il proprio percorso artistico e umano. Il primo incontro significativo con il cinema avviene con La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, un’esperienza breve ma decisiva che segna un inizio importante. Successivamente prende parte a Frames of Life di Giorgio Armani, cortometraggio che esplora il dialogo tra cinema e moda e amplia il suo sguardo verso forme espressive diverse.
Negli anni lavora tra cinema e televisione, partecipando a vari progetti che contribuiscono alla sua crescita professionale e personale, costruendo un percorso fondato su costanza, studio e passione. Attualmente è in attesa degli sviluppi di due progetti molto differenti tra loro ma ugualmente significativi. L’Oratore di Marco Pollini racconta la storia di un giovane che presta la propria voce per messe e funerali per sostenere la famiglia, un film delicato e umano che parla di dignità e sopravvivenza. Il Vangelo di Giuda è invece un’opera sperimentale che rilegge la figura di Gesù dal punto di vista di Giuda, realizzata come film muto con voce narrante, una scelta stilistica non convenzionale che unisce passato e presente.
Oggi guarda al futuro con fiducia e con uno sguardo più consapevole, continuando ad amare profondamente il cinema ma con un equilibrio più maturo. L’auspicio è che il 2026 la veda ancora parte di nuovi progetti, capace di raccontare storie dotate di senso, profondità e verità.
Cos’è per te l’arte?
L’arte è un atto di verità. È il tentativo di dare forma a ciò che spesso non riusciamo a dire, ma che sentiamo profondamente.
In che modo le radici calabresi continuano a influenzare il suo modo di stare in scena e di scegliere i personaggi?
La Calabria mi ha insegnato l’essenzialità, il silenzio, l’ascolto. Porto in scena una misura emotiva che viene da lì, ai personaggi che ho interpretato ho cercato di dare un’anima, non solo una funzione narrativa.
Quando ha capito che la recitazione non era solo una passione, ma una necessità interiore imprescindibile?
Quando ho capito che non era una scelta, ma qualcosa che mi mancava se non la praticavo. Non farlo significava sentirmi incompleta.
Cosa le ha insegnato il trasferimento a Roma, sia dal punto di vista umano che artistico?
Mi ha insegnato la disciplina, l’attesa e il confronto. A Roma ho imparato a stare nel mondo artistico senza idealizzarlo.
Il suo primo incontro con il cinema è stato La Grande Bellezza: che tipo di consapevolezza le ha lasciato quell’esperienza, anche se breve?
Mi ha fatto capire che anche un piccolo spazio può essere decisivo, se vissuto con attenzione e rispetto per il linguaggio cinematografico.
Il dialogo tra cinema e moda in Frames of Life le ha aperto nuove prospettive espressive: quanto è importante per lei contaminare linguaggi diversi?
Molto. La contaminazione arricchisce l’espressione e permette di raccontare emozioni da angolazioni inattese.
Come è cambiato il suo rapporto con il cinema dopo aver compreso che l’equilibrio personale è fondamentale quanto la dedizione al lavoro?
È diventato più maturo. Amo il cinema con la stessa intensità, ma senza annullarmi: oggi cerco un dialogo, non una fusione totale.
Ne L’Oratore emergono temi come dignità e necessità: cosa l’ha colpita maggiormente di questa storia?
La semplicità con cui racconta il bisogno di sopravvivere senza perdere la propria umanità.
Il Vangelo di Giuda propone una rilettura radicale e sperimentale: cosa la attrae maggiormente dei progetti che osano rompere le convenzioni?
La libertà. Mi attraggono i progetti che non cercano consenso immediato, ma pongono domande.
Guardando al suo percorso, c’è un momento che considera davvero fondativo, anche se all’esterno potrebbe sembrare piccolo?
Sì: la decisione di restare, di studiare e osservare in silenzio, quando nessuno vedeva ancora nulla.
Quali storie sente oggi l’urgenza di raccontare e cosa spera che il pubblico colga del suo lavoro nei prossimi anni?
Storie umane, fragili, necessarie. Spero che il pubblico colga la sincerità, l’autenticità prima ancora della performance.
Descriviti in tre parole.
Intensa. Curiosa. Leale.