è attrice, conduttrice, organizzatrice culturale e direttrice artistica, con un percorso professionale costruito attraverso la recitazione cinematografica e teatrale e la progettazione di festival ed eventi di rilievo nazionale. La sua attività si distingue per una particolare attenzione alla valorizzazione del territorio, della cultura e delle nuove generazioni.
Avvicinatasi al teatro di prosa nei primi anni Duemila, si diploma successivamente presso l’Accademia del Cinema e dello Spettacolo di Lecce. Nel corso della sua carriera televisiva prende parte a diverse fiction Mediaset, tra cui Il giudice Mastrangelo 2 e Mogli a pezzi, mentre sul grande schermo consolida la propria presenza con film come Taglionetto (2012), Nero Infinito (2013), Outing – Fidanzati per sbaglio (2013) e La bella giovinezza (2026). È inoltre protagonista di diversi cortometraggi pluripremiati, tra cui Malamore (2014), interpretazione che le vale la candidatura ai Premi David di Donatello e il prestigioso Premio Camomilla – Women for Women.
Parallelamente al lavoro di attrice, Carbone sviluppa una significativa esperienza nel teatro e nella produzione culturale. Nel 2016 co-produce, per la compagnia Artò Teatro, lo spettacolo Ri-Serve ritratto delle serve, ampliando il proprio percorso professionale anche nell’ambito della progettazione e organizzazione di produzioni artistiche.
La sua attività si estende inoltre alla conduzione di importanti manifestazioni dedicate al cinema e alla cultura. Tra gli appuntamenti presentati figurano il Premio Barocco Film Festival, diretto da Andrea Cartenì, e il Premio Noto all’Eccellenza di Adriano Pintaldi, manifestazione articolata in tre serate che ha accolto protagonisti e maestri del cinema italiano come Giancarlo Giannini, Lina Wertmüller e Pupi Avati.
Tra il 2014 e il 2015 avvia il proprio percorso come organizzatrice e direttrice artistica, dirigendo su commissione dell’Archeoclub il Gran Galà della Cultura, evento che ha riunito importanti personalità dello spettacolo italiano, tra cui Sebastiano Somma, Lino Capolicchio, Sandra Milo e Maurizio Casagrande. Da questa esperienza prende forma una nuova fase della sua attività, caratterizzata dalla ideazione e dalla direzione artistica di numerosi format ed eventi. Nel 2016 firma Concerto d’autore… sognando il cinema e la rassegna comica Una serata da ridere, mentre tra il 2017 e il 2018 organizza e segue la tournée di Il Pianoforte che dipinge del Maestro Francesco Maria Mancarella.
Nel corso degli anni collabora inoltre con la casa editrice Resalio Produzioni per l’organizzazione di tour editoriali in tutta Italia e cura per la casa editrice Bibliotheka l’evento Il Millimetro con Luca Sommi e Alessandro Di Battista.
Nel 2021 dà vita al progetto più ambizioso del suo percorso: il Generation Film Fest, conosciuto anche come GFF, nato con l’obiettivo di portare arte e cultura cinematografica nel cuore del Salento e creare un luogo di incontro e formazione per le nuove generazioni. Il festival coinvolge attivamente i talenti del territorio attraverso corsi formativi, masterclass, talk, proiezioni e la produzione di cortometraggi, costruendo nel tempo una rete culturale capace di mettere in relazione professionisti affermati, giovani artisti e pubblico.
Giunto alla quinta edizione nel luglio 2026, il Generation Film Fest si è affermato come una delle realtà indipendenti di maggiore rilievo nel panorama culturale pugliese. Nel corso delle sue edizioni ha ospitato e messo a confronto generazioni e personalità del cinema e dello spettacolo, accogliendo artisti come Jerry Calà, Enrico Lo Verso, Federico Moccia, Pia Lanciotti, Carlotta Natoli, Lech Majewsky, Anna Galiena e Donatella Finocchiaro. La dimensione e il valore della sua missione culturale hanno inoltre ricevuto un importante riconoscimento internazionale attraverso il plauso e il video messaggio di sostegno del Premio Oscar Helen Mirren.
Attraverso la duplice anima di artista e promotrice culturale, Nadia Carbone ha costruito un percorso nel quale cinema, teatro, formazione, organizzazione e valorizzazione del territorio convivono in un progetto professionale orientato alla creazione di nuove opportunità e alla diffusione della cultura cinematografica, con particolare attenzione al dialogo tra generazioni e alla crescita dei giovani talenti.
Qual è stato il momento in cui hai capito che la recitazione sarebbe diventata una parte importante del tuo percorso?
I miei ricordi risalgono all’età di 7 anni, ai tempi delle recite scolastiche. Nonostante fossi molto timida, venivo sempre messa in prima fila a cantare o a recitare. Sembrerà alquanto assurdo, eppure sapevo esattamente che cosa avrei fatto da grande.
In che modo la formazione all’Accademia del Cinema e dello Spettacolo di Lecce ha influenzato il tuo approccio al lavoro di attrice?
L’accademia ha svolto un ruolo fondamentale nel mio percorso, ponendo le basi per i miei studi successivi. Grazie a insegnanti eccellenti, ho ricevuto una formazione completa a 360° che includeva non solo la recitazione, ma anche la dizione, il canto e la danza. Proprio grazie all’accademia ho avuto l’opportunità di muovere i primi passi sullo schermo, ottenendo le mie prime comparsate in film e fiction.
Hai lavorato tra cinema, televisione e teatro: quali differenze senti maggiormente tra questi linguaggi e quale ti permette di esprimerti più liberamente?
La differenza principale sta nella gestione dello spazio e del tempo. Il teatro è senza filtri, dove il pubblico respira con te in quel preciso istante. La televisione ha ritmi frenetici e ti richiede di essere un soldato, veloce e flessibile, anche se ti permette di abitare un personaggio per molto tempo.
Il cinema, invece, lo definisco il regno del microscopico. La macchina da presa ti è addosso e legge ogni minimo pensiero o battito di ciglia. Se a teatro devi “ingrandire” l’emozione, al cinema devi interiorizzarla. Ed è proprio il cinema il linguaggio che mi permette di esprimermi più liberamente. Trovo una libertà immensa in questa intimità assoluta, non devo dimostrare nulla a una platea distante, e posso semplicemente essere il personaggio. Davanti all’obiettivo sento di poter mostrare le mie sfumature più fragili e nascoste, quelle che altrove andrebbero perse.
In merito al cortometraggio in concorso ai David di Donatello: cosa ha rappresentato per te quell’esperienza?
Vedere il corto entrare in concorso ai David di Donatello anche senza la candidatura finale, è stata comunque una vittoria enorme, perché comunque eri lì, in mezzo a progetti di altissimo livello .
Per me ha significato la conferma che il lavoro fatto con il regista Alessandro Carrieri e la troupe era arrivato al cuore delle persone. Mi ha dato una grandissima iniezione di fiducia e la certezza che, quando ti spendi al cento per cento per un progetto indipendente, la passione ripaga sempre.
Con lo stesso cortometraggio abbiamo successivamente ricevuto il Premio Women for Women, una bella soddisfazione.
Nel corso degli anni hai affiancato alla recitazione l’organizzazione culturale e la direzione artistica: cosa ti ha spinto a intraprendere anche questo percorso?
A un certo punto della mia carriera ho sentito il bisogno di non essere solo un ingranaggio all’interno della visione di qualcun altro, ma di diventare parte attiva nella creazione di opportunità, sia per me stessa che per gli altri. Spesso noi attori aspettiamo che il telefono squilli, l’organizzazione culturale mi ha permesso di smettere di aspettare e di iniziare a costruire.
La direzione artistica nasce da un profondo amore per il territorio e dal desiderio di creare ponti tra l’arte e il pubblico. Mi affascina l’idea di curare uno spazio, di scegliere quali storie raccontare e di dare voce a talenti che meritano di essere scoperti o riscoperti. Stare dietro le quinte ti insegna il valore del lavoro di squadra e ti dà una visione d’insieme.
Quanto è importante per te creare occasioni concrete per valorizzare i giovani talenti e le professionalità artistiche del territorio?
Per me non è solo importante, è un dovere etico oltre che artistico. Credo fortemente che la provincia e i singoli territori siano pieni di un potenziale umano e creativo pazzesco, che ha solo bisogno di spazio, fiducia e, soprattutto, di occasioni reali per esprimersi. Quando parlo di “valorizzare”, non intendo solo dare un palco su cui esibirsi, ma creare una rete che generi lavoro, formazione e crescita professionale. I giovani talenti non hanno bisogno di pacche sulle spalle, hanno bisogno di contratti, di occasioni e di confrontarsi con professionisti del settore. Attraverso i miei progetti e la direzione artistica, cerco di fare esattamente questo: piantare un seme sul territorio affinché i ragazzi e non, possano diventare loro stessi il motore culturale del luogo in cui vivono.
Come nasce l’idea del Generation Film Fest e quale esigenza culturale volevi soddisfare quando hai deciso di fondarlo?
L’idea del Generation Film Fest nasce dal profondo desiderio di creare un ponte concreto tra il grande patrimonio del cinema italiano e le nuove generazioni. Un luogo di incontro reale, intimo e partecipativo, dove registi, attori e sceneggiatori affermati potessero dialogare direttamente con il pubblico, senza barriere. L’esigenza culturale che volevo soddisfare era doppia: da un lato, valorizzare la storia del nostro cinema, e dall’altro, decentrare l’offerta culturale portando la qualità, la formazione e l’impegno sociale direttamente sul nostro territorio. Volevo dimostrare che non è sempre necessario fuggire nei grandi centri urbani per respirare il grande cinema. Con il festival offriamo proiezioni, talk, masterclass, arte e spazi di riflessione su temi urgenti come l’inclusione e la solidarietà, offrendo ai talenti locali gli strumenti per crescere e confermando che, quando si fa rete, nessuna meta è impossibile.
Il festival è arrivato alla quinta edizione e ha ospitato importanti protagonisti del cinema e dello spettacolo: qual è stato il momento che ricordi con maggiore emozione?
Ogni edizione ha portato con sé un pezzetto di cuore. Se penso a un momento istituzionale indimenticabile, l’emozione più grande è stata ricevere durante l’apertura di questa quinta edizione il videomessaggio speciale del Premio Oscar Helen Mirren . Sentire un’icona del cinema mondiale dedicare parole ai giovani artisti e alla bellezza del nostro territorio è stato qualcosa di indescrivibile. Una prova tangibile di quanto la nostra rassegna sia cresciuta, superando persino i confini nazionali. Ma l’emozione più pura, quella che mi ha toccato nel profondo dell’anima, è nata dalla collaborazione con l’associazione “Divertendoci Insieme” e il centro antiviolenza “Fiore di Loto”. Vedere il cinema trasformarsi in uno strumento concreto di inclusione, di riscatto e di ascolto per i ragazzi speciali e per le donne che lottano per la propria rinascita è stato il traguardo più alto. Condividere il palco con queste realtà, sentire l’abbraccio del pubblico e degli ospiti davanti a storie di vera solidarietà, mi ha fatto capire il senso profondo del mio lavoro. Lì il festival ha smesso di essere una semplice rassegna cinematografica ed è diventato vita vera, restituendomi un’energia e un’emozione che nessuna statuetta o red carpet potrà mai eguagliare.
Quanto è importante, per un festival indipendente, riuscire a costruire un dialogo tra le diverse generazioni e mettere in relazione artisti affermati e giovani talenti?
Per una realtà indipendente, creare questo dialogo non è solo un obiettivo artistico, ma una missione culturale. Il termine “Generation” nel nome del festival non è una scelta casuale: rappresenta proprio la volontà di far convergere mondi che spesso faticano a parlarsi. I giovani talenti portano con sé una fame incredibile, idee fresche, linguaggi nuovi e uno sguardo privo di sovrastrutture. Gli artisti affermati, d’altra parte, mettono a disposizione l’esperienza, la tecnica, la consapevolezza del mestiere e, spesso, una generosità d’animo disarmante. Quando queste due energie si incontrano – non in modo accademico o distaccato, ma sedendosi allo stesso tavolo o condividendo lo stesso palco – si crea una magia rara. I grandi maestri si rispecchiano nella passione degli inizi, e i ragazzi capiscono che quel mondo apparentemente inarrivabile è fatto di persone, sacrifici e dedizione. Abbattere le barriere e favorire questa trasmissione diretta di sapere è l’unico modo per garantire un futuro al nostro cinema, ed è la più grande soddisfazione che un festival indipendente possa regalare.
Guardando al tuo percorso tra recitazione, conduzione, organizzazione e direzione artistica, quale ruolo senti oggi più vicino alla tua identità?
Oggi sento che tutti questi ruoli non si escludono a vicenda, ma convivono e si alimentano l’un l’altro. Se però dovessi scavare fino alla radice della mia identità, ti risponderei che mi sento prima di tutto un’attrice. La recitazione è il mio primo amore, la lente attraverso cui osservo il mondo e il motore che ha dato inizio a tutto. L’organizzazione e la direzione artistica hanno aggiunto una maturità nuova alla mia identità. Non le vivo come deviazioni dal mio percorso, ma come un’estensione della mia personalità. Ideare e organizzare eventi, collaborare con altre realtà e creare occasioni significa comunque raccontare storie, esattamente come faccio quando interpreto un personaggio davanti alla macchina da presa. Oggi la mia identità è quella di un’artista/produttrice libera e indipendente, che usa la recitazione per esprimere se stessa e la direzione artistica per dare voce alla propria creatività e a quella degli altri.
Quali sono i prossimi progetti e quali nuove sfide professionali vorresti affrontare nel futuro?
Guardando al futuro, l’obiettivo principale è far crescere ulteriormente il Generation Film Fest, consolidando la rete sul territorio e le collaborazioni che lo rendono unico, ma sto anche lavorando per esportare format e la mia esperienza nella gestione di eventi aziendali e culturali verso nuove realtà e mercati. Il connubio tra visione artistica e organizzazione è una strada potente che voglio continuare a tracciare con progetti sempre più ambiziosi. Dal punto di vista della recitazione, a brevissimo uscirà nelle sale “La bella giovinezza”, un lungometraggio indipendente per la regia di Alessandro Zizzo nel quale ho avuto il piacere di interpretare un ruolo. È un progetto intenso, intimo e che valorizza straordinariamente le eccellenze creative del territorio, dunque non vedo l’ora che il pubblico possa scoprirlo. La mia vera sfida per il futuro è continuare a mantenere questo equilibrio perfetto tra l’essere artista e l’essere imprenditrice culturale. Da un lato c’è l’essere artista, che richiede vulnerabilità, pancia, istinto e la libertà di perdersi. Dall’altro c’è l’essere imprenditrice culturale, che richiede l’esatto opposto, come razionalità, pragmatismo, calcolo del budget, gestione dei contratti e la responsabilità di far quadrare i conti. La vera difficoltà non è fare l’una o l’altra cosa, ma riuscire a cambiare pelle rapidamente senza perdere l’anima. Se lasci che l’imprenditrice prenda il sopravvento, rischi di inaridire la tua creatività e di vedere i progetti solo attraverso i numeri. Se invece ti lasci guidare solo dall’artista, rischi di non avere le gambe economiche e organizzative per realizzare le tue idee. Mantenere questo equilibrio perfetto è la mia sfida più grande perché significa trasformare l’ideale in reale. E’ necessario usare la testa dell’imprenditrice per proteggere e dare spazio alla libertà dell’artista, e usare la sensibilità dell’attrice per dare un cuore e un senso umano alle logiche aziendali. Quando ci riesci, smetti di subire il sistema e diventi tu stessa il motore del tuo destino professionale.