è un artista pittore, scrittore, performer e insegnante d’arte, diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Da oltre un decennio è attivo nel panorama artistico contemporaneo, partecipando a numerose esposizioni, premi e mostre istituzionali sia in Italia che all’estero. Tra le esperienze più significative del suo percorso si distingue la residenza artistica svolta nel 2013 presso l’ADAH – Abu Dhabi Art Hub negli Emirati Arabi, occasione in cui realizza una delle sue prime produzioni pittoriche, consolidando la propria ricerca.
La sua produzione si radica nell’espressività dei moti interiori e nella dimensione psicologica della figura umana, intesa come vibrazione sensoriale. Il linguaggio artistico si sviluppa attraverso l’uso intenso del colore, prevalentemente acrilico e a olio, su tela o su carta, dando vita a composizioni in cui astrazione e figurazione si incontrano e si confrontano. Il gesto e il movimento, derivanti anche dalla sua esperienza performativa, giocano un ruolo centrale nella costruzione dell’immagine, contribuendo a una visione dinamica e spaziale dell’opera.
Nel corso della sua carriera, le sue opere sono state selezionate anche per il cinema: nel 2016 il regista Roberto Mariotti sceglie alcuni suoi dipinti per il film “Una vita in cambio”. Nello stesso anno partecipa a importanti fiere d’arte come l’“EuroExpoArt” Vernice Art Fair di Forlì e “Art Beijing” tra NiJan e Pechino, proseguendo poi con progetti espositivi promossi da gallerie, in particolare nel contesto romano.
Nel 2024 presenta la mostra personale “Spiragli” presso lo Spazio Urano a Roma, a cura di Simona Pandolfi, mentre sul fronte della street art realizza nel 2021 il progetto “Incontri”, ideato con la curatrice Silvia Filippi e promosso dalla Regione Lazio nell’ambito dell’iniziativa “Lazio Street Art”, con il supporto del Comune di Manziana.
Accanto alla pittura, sviluppa un’intensa attività performativa. Tra gli interventi più rilevanti figura “Esplorazioni, La ricerca dell’Equilibrio tra Corpo Mente Anima”, realizzata nel 2019 al MACRO – Museo di Arte Contemporanea di Roma in occasione del MACRO REBIRTH DAY, evento legato alla visione del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto. Nel 2022 presenta invece “Oltre la maschera” presso l’Acquario Romano, nell’ambito della rassegna “PROIEZIONI – architettura, cinema e arte”, in collaborazione con Artelive360.
Le opere di Ivano Petrucci sono oggi presenti in collezioni private e pubbliche, in Italia e all’estero, testimoniando un percorso artistico che unisce ricerca pittorica, dimensione performativa e riflessione interiore.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è tutto e, come nelle leggi della percezione, è più della semplice somma delle sue parti. Un’opera non è soltanto tecnica, materia o forma: è l’incontro tra ciò che l’artista esprime e ciò che l’osservatore percepisce. In questo spazio nasce qualcosa di nuovo, che non appartiene più interamente né all’uno né all’altro. L’arte, quindi, non si limita a esistere: accade. Ed è proprio in questo “accadere” che supera il tutto, seppure seguendo una metodicità unica nel suo genere, diventando esperienza, interpretazione e significato.
Come si è evoluta la tua ricerca artistica dopo l’esperienza di residenza presso ADAH – Abu Dhabi Art Hub?
A seguito dell’esperienza ad Abu Dhabi, la ricerca ha avuto uno sviluppo lento ma costante, con l’obbiettivo di sciogliere, mano a mano, il nodo che ancora separava quell’influenza cubista/espressionistica che mi portavo dall’accademia, con colori molto più freddi e forme molto più geometriche, dalla successiva fusione di astratto e figurativo. L’elemento realistico non poteva essere del tutto abbandonato, specie quando la poetica espressiva dei moti dell’anima rimaneva, e rimane tutt’ora, il centro della mia ricerca. Posso dire che durante quell’immersione Extra continentale, tra cultura, colori ed emozioni diverse, ho potuto avere la spinta di “avvertire” nuovi orizzonti.
In che modo la tua attività di performer influenza concretamente il gesto pittorico e la composizione sulla tela?
Nell’attività performativa metto in atto con più forza la gestualità pittorica, la quale rivela una vera e propria necessità: persino dal punto di vista tecnico, la gestualità è essenziale in tutto il processo di elaborazione artistica, dalla sbozzatura agli accostamenti di macchie materiche finali. Nella performance artistica, in cui si unisce il movimento dell’action painting, del body painting e i ritmi musicali, ho potuto coinvolgere lo spettatore in una sinergia espressionistica in cui ci si possa sentire fisicamente dentro, una componente audiovisiva che crea una esperienza sensoriale completa, un azione scenica collettiva di stampo poetico e, allo stesso tempo, filosofico.
Il rapporto tra astrazione e figurazione è centrale nel tuo lavoro: come nasce questo equilibrio e cosa rappresenta per te?
Questo equilibrio non nasce come compromesso, ma come tensione continua: da un lato il bisogno di riconoscibilità, dall’altro la libertà espressiva del colore e della forma svincolata. Un’ambivalenza, questa, che ha assunto realmente un punto d’incontro solo negli ultimi anni, tra le serie “Maschere” del 2022 e “Incompiute” del 2023/24. In questo percorso ho scelto di indagare la figura femminile, il ritratto e lo studio del colore come veicoli di un’energia sensoriale, costruendo uno spazio intermedio in cui il lavoro trova la sua dimensione più autentica. Qui il visibile si dissolve e si ricompone, e l’immagine non è mai definitiva ma in continua trasformazione. È una dimensione in cui, per citare il curatore Alessandro Giansanti, l’astrazione si incontra e si scontra con il figurativo, generando un linguaggio sospeso, capace di essere al tempo stesso intimo e potente.
Quanto conta l’elemento emotivo e psicologico nella costruzione delle tue opere?
Le opere non sono costruite a partire dall’elemento emotivo e psicologico: provengono da esse. Si potrebbe dire che la natura delle “creature” che emergono nei miei lavori non sono altro che l’evoluzione di impulsi emotivi e psicologici, che prendono forma attraverso il gesto e il colore. Questi elementi, interni ed esterni, si intrecciano nelle espressioni figurative e nelle forme timbriche dell’ambiente cromatico astratto. Ogni opera diventa così un tentativo di entrare in empatia con chi osserva, aprendo uno spazio di risonanza emotiva. È il risultato di una ricerca costante sui misteri della mente e della natura umana.
L’uso del colore nelle tue tele è molto intenso: è una scelta istintiva o segue una struttura precisa?
Il linguaggio cromatico è istintivo, ma non si esaurisce mai in esso. L’uso del colore è guidato da una necessità immediata, quasi viscerale, ma questo slancio si confronta con una ricerca più consapevole, legata alla conoscenza accademica degli accostamenti e degli equilibri cromatici. Non si tratta quindi di una scelta puramente spontanea né rigidamente controllata, ma di un processo in cui l’intuizione viene accolta, rielaborata e armonizzata, fino a costruire una tensione visiva capace di sostenere l’intera composizione.
Che tipo di dialogo cerchi di instaurare con lo spettatore attraverso le tue opere?
Ritengo che compito dell’arte e dell’artista è lasciare un messaggio che possa essere letto tra le righe, interpretato nelle sfumature e analizzato al di là della sua mera forma. Non ho mai cercato di costruire un dialogo preciso o controllato con lo spettatore, né di stabilire cosa debba cogliere nei codici pittorici, che si tratti di tormenti o di gioie. Ho sempre creduto che l’opera pittorica, seppure sognata, pensata e progettata preventivamente, ha sempre un piccolo mistero sconosciuto anche all’artista. È proprio in questo spazio di indeterminazione che si apre il vero dialogo: un incontro libero, in cui lo spettatore non riceve un messaggio univoco, ma è invitato a cercare, riconoscere e costruire il proprio significato.
Come si sviluppa il passaggio tra pittura e performance nel tuo percorso artistico?
Posso affermare che, da un punto di vista tecnico, la transizione tra pittura e performance nasce nel momento in cui ho compreso più profondamente l’importanza del gesto grafico-pittorico: non solo come strumento esecutivo, ma come elemento capace di strutturare, rafforzare e dare dignità al segno e alle vibrazioni dell’immagine. Da un punto di vista artistico, invece, questo passaggio si è concretizzato con la nascita del progetto “Sinergica”, ideato insieme all’attrice Giada Lo Russo. È lì che ho potuto trasportare fuori dal cavalletto quella risonanza tra musica e gesto che già accompagnava il mio lavoro in studio, traducendola in un’esperienza viva: esibizione corporea, sincronia performativa con la modella, relazione diretta con il colore e la superficie. Nella performance la figura non è più soltanto rappresentata, ma è reale. Il corpo diventa parte integrante del processo pittorico, entrando in dialogo diretto con il colore.
Il progetto di street art “Incontri” ha un forte legame con il territorio: che esperienza è stata lavorare nello spazio pubblico?
Lavorare al progetto “Incontri” per la riqualificazione di una cinta muraria malmessa di uno spazio cittadino è stata un’esperienza profondamente diversa rispetto alla pratica in studio. Significa uscire da una dimensione moderata e confrontarsi con un ambiente urbano e ricco di confronto, in continuo mutamento, fatto di passaggi, sguardi e persino reazioni impreviste. Il territorio non è più solo un contesto, ma diventa parte attiva dell’opera, influenzandone tempi, forme e significati. Infatti, il progetto si proponeva di concepire lo spazio urbano come un’agorà dove sperimentare un nuovo modello di cooperazione tramite l’esperienza creativa, aperta alla contaminazione come punto di partenza per ridisegnare la geografia dei rapporti umani, territoriali e naturali; e l’uso di colori biologici, per rendere l’intervento mirato anche per sanificare l’ambiente, è stata una esperienza tecnica nuova. Ciò che mi ha colpito maggiormente è stato il contatto diretto con le persone: lo spettatore non è più distante o mediato, ma presente, partecipe, a volte persino coinvolto nel processo.
Qual è stata la sfida più grande nel portare il tuo lavoro in contesti internazionali?
Ammetto che uscire dal proprio contesto significa rinunciare a una parte di familiarità. Ciò che in un ambiente può risultare immediato, altrove può essere percepito in modo completamente diverso. Questo mi ha costretto a interrogare più a fondo il mio lavoro, a capire cosa fosse davvero essenziale e cosa invece legato a un’abitudine visiva o culturale. Allo stesso tempo, è stata anche un’opportunità: il confronto con pubblici diversi ha ampliato il significato delle opere, aprendo nuove possibilità di lettura. In questo senso, la sfida non è stata adattare il lavoro, ma lasciarlo evolvere senza perdere la sua autenticità.
Nel partecipare a fiere e mostre istituzionali, quanto cambia il tuo approccio rispetto a progetti più indipendenti?
A differenza di progetti più indipendenti, come la realizzazione di una nuova serie pittorica, una nuova esposizione o la realizzazione di un’opera su commissione, essere presente in fiere e mostre istituzionali comporta una valutazione più completa su come ci si presenta al pubblico estero. In poche parole, il mio approccio non cambia nella sua essenza ma nel metodo. Nei progetti indipendenti c’è una libertà più immediata, quasi istintiva, che mi permette di sperimentare senza vincoli e di lasciare che il lavoro si sviluppi in modo più aperto. Nei contesti istituzionali, invece, entro in relazione con una struttura. All’inizio pensavo che questo avrebbe limitato il mio processo. Invece lo ha reso più maturo e rigoroso.
La mostra “Spiragli” rappresenta un punto di svolta nella tua ricerca o una continuità?
La mostra “Spiragli” rappresenta per me più una continuità che una vera e propria svolta. Le opere esposte erano già il risultato di una ricerca avanzata, e l’esposizione ha consolidato un percorso che stavo già sviluppando. Allo stesso tempo, però, è stata un’occasione importante di crescita: mi ha permesso di confrontarmi con formati più ampi e di lavorare su soggetti dal vivo in studio, portando il mio linguaggio verso una maggiore apertura e consapevolezza. Anche il contesto espositivo, raccolto ma di qualità, ha contribuito a rendere l’esperienza significativa: uno spazio fondato sulla collaborazione e sullo scambio culturale, che ha dato valore al lavoro senza snaturarlo. In questo senso, la mostra non segna una rottura, ma un momento di conferma e di espansione della mia ricerca.
Cosa significa per te insegnare arte oggi?
Insegnare arte oggi, sia come docente sia come insegnante di laboratorio, lo considero fondamentale, soprattutto in una società complessa come quella contemporanea, in cui emerge sempre più la necessità di una maggiore consapevolezza di sé.
Le pratiche creative, in ogni ambito artistico, non contribuiscono soltanto al benessere fisico e mentale, ma permettono anche una connessione più profonda con la propria interiorità. Nell’infanzia nutrono la scoperta, la libertà e la spontaneità; nell’adulto, invece, possono rappresentare una riscoperta di quella dimensione autentica e priva di censura che spesso viene soffocata dalla quotidianità. Ho sempre guardato con diffidenza, e talvolta anche con opposizione, quelle visioni che considerano l’espressione artistica come qualcosa di superfluo o che negano all’arte la sua funzione di sfogo emotivo. Credo che tutto parta dalle emozioni, dalle istintività più primordiali, che non devono essere represse ma comprese, elaborate e trasformate. L’arte, per me, non serve a cancellare l’umanità, ma a restituirle profondità. Insegnarla oggi significa proprio questo: offrire uno spazio in cui sentirsi, riconoscersi ed evolvere, senza perdere ciò che ci rende umani.
Quali sono i temi che senti più urgenti da indagare nel tuo lavoro attuale?
Ricollegandomi alla domanda precedente, oggi sento urgente la necessità di riallacciare l’identità umana a una riscoperta spontanea della coscienza, intesa in termini universali, umanistici e, ancora più profondamente, cosmici. Credo che nulla avvenga per caso. Esiste un codice sottile e univoco che attraversa il mio lavoro e che si manifesta nei diversi stati della condizione umana, sempre alla ricerca di una forma di “risveglio”. La mia ricerca attuale nasce proprio da questa esigenza: rappresentare la figura nella sua essenza più espressiva, riducendo al tempo stesso il segno e il colore alla loro forma più necessaria. È un processo di sottrazione, più che di aggiunta, in cui cerco di eliminare il superfluo per lasciare emergere ciò che è essenziale, autentico e universale. Non si tratta semplicemente di un ritorno alla tecnica — che anzi diventa sempre più libera e meno legata al solo rigore accademico — ma di un cambiamento più profondo, intimo, che riguarda il rapporto con sé stessi e con il mondo. Un tentativo di allinearsi a una dimensione più ampia, a quelle che potremmo definire frequenze cosmiche, in cui l’arte diventa non solo rappresentazione, ma strumento di consapevolezza.
Guardando al futuro, in quale direzione immagini evolverà la tua ricerca artistica?
Senz’altro, immagino la mia ricerca artistica come un percorso sempre più orientato verso l’essenzialità e la profondità del linguaggio visivo. Il mio obiettivo è continuare a indagare la figura umana nella sua dimensione più espressiva e simbolica, affinando ulteriormente quel dialogo tra astrazione e figurazione che rappresenta il centro della mia pratica. Vorrei che il lavoro evolvesse mantenendo intatta la sua autenticità, ma aprendosi sempre di più a nuove possibilità di confronto, sia attraverso la pittura che attraverso la performance e i progetti interdisciplinari. Parallelamente, desidero che questa ricerca possa essere rappresentata e valorizzata con maggiore professionalità all’interno del panorama artistico contemporaneo, entrando in dialogo con collezionisti, gallerie e contesti istituzionali che possano comprenderne e sostenerne il percorso. Credo sia importante che l’opera non resti isolata, ma trovi interlocutori capaci di accompagnarla nella sua crescita e nella sua diffusione.
Descriviti in tre parole.
Introspettivo, vivo, integerrimo.