in arte Mercy Mei, intraprende la sua formazione al Liceo Artistico A.G. Bragaglia, indirizzo grafico visivo, per poi conseguire il diploma di laurea in Anatomia Artistica presso l’Accademia di Belle Arti. Da allora partecipa a numerosi contest, vincendone alcuni, e prende parte a collettive, estemporanee, esposizioni, premi culturali e mostre personali, attirando l’attenzione per una ricerca che esplora le emozioni umane, il disagio interiore e i tormenti individuali e collettivi di una società in evoluzione.
Il suo lavoro nasce dall’osservazione diretta delle esperienze e delle sensazioni, proprie e dell’animo umano, e si traduce in un’analisi interiore comunicata con forte intensità espressiva. Attratta dalla sperimentazione materica, spazia dalla pittura all’installazione, in una continua indagine della fisicità intesa come corpo, spirito e riflesso del disagio sociale.
Il suo intento è accompagnare lo spettatore in un’esplorazione intima e complessa, tessendo un filo invisibile tra il proprio io e chi osserva. Attraverso illustrazione, installazione, pittura e scrittura sviluppa una comunicazione non solo visiva ma anche emotiva e sensoriale, creando dinamiche di reciproco coinvolgimento. Si muove come esploratrice di un territorio al tempo stesso sconosciuto e condiviso, in cui ognuno può rispecchiarsi e ritrovare la propria essenza.
La sua pratica rivela una rinnovata volontà di esporsi più che di dimostrare: una denuncia sincera e senza inibizioni del proprio vissuto profondo e naturale.
Cos’è per te l’arte?
Difficile rispondere a una domanda così ampia, ma sicuramente è una necessità intrinseca in ogni essere umano. Nasce e si evolve prima delle parole stesse; un’urgenza nel comunicare, nel trasmettere messaggi attraverso il linguaggio visivo delle prime pitture rupestri, incisioni, statuette ecc. Una necessità espressiva, una forma d’arte simbolica e innata, un bisogno interiore di sintesi del reale. Un tentativo dell’uomo di influenzare e di dare un senso al mondo circostante attraverso il segno. L’umanità conserva ancora questa necessità, e ce ne accorgiamo osservando i bambini, che si esprimono dapprima con segni, disegni e colori e solo in un secondo momento con le parole. Una necessità espressiva che si sviluppa in noi in maniere diverse, dalle arti visive alla musica, alla scrittura ecc., ma comunque profondamente radicata in noi.
Qual è stato il momento in cui hai capito che l’arte sarebbe diventata una necessità e non solo un interesse?
Da molto piccola, quando a un attimo di distrazione dei miei genitori correvo a “scarabocchiare” le pareti della mia camera, o quando mi affrettavo a terminare i compiti per poter creare qualcosa che era già dentro di me. Penso di aver vissuto l’arte sempre come una necessità, anche quando non la comprendevo completamente; poi si è sviluppato l’interesse e ho cominciato a seguirla e studiarla.
Quanto conta per te l’osservazione della tua esperienza personale rispetto a quella degli altri nella nascita di un’opera?
Il mio lavoro si basa sull’analisi delle mie esperienze personali. Come spiegavo prima, la mia è una necessità di comunicare e riportare pensieri, fantasie, angosce, paure che sono dentro di me. Quindi, per rispondere, direi che è fondamentale l’osservazione diretta della mia esperienza personale e di come vivo e osservo il mondo e la società che mi circonda.
Quando affronti temi come disagio interiore e tormento sociale, parti più dall’urgenza emotiva o da una riflessione razionale?
Sicuramente dall’urgenza emotiva di descrivere e riportare ciò che accade intorno a noi: l’evoluzione, il cambiamento, le controversie, i massacri, i conflitti, le disuguaglianze, i rapidi mutamenti sociali. Questa urgenza, però, scaturisce da attente e lunghe riflessioni razionali, che permettono di analizzare emozioni e pensieri, poi riportati in illustrazioni piuttosto che in installazioni, dipinti o poesie.
In che modo la formazione in Anatomia Artistica ha influenzato il tuo modo di rappresentare corpo e fisicità?
Moltissimo. Studiare come i corpi siano stati rappresentati nell’arte nel corso dei secoli, dalle prime raffigurazioni fino ai giorni nostri, ha influenzato profondamente il mio lavoro e mi ha aiutata ad andare oltre la mera rappresentazione del corpo e della sua fisicità.
Cosa ti spinge a scegliere un materiale o un linguaggio piuttosto che un altro tra pittura, installazione e illustrazione?
Non c’è un vero e proprio motivo per cui scelgo una tecnica piuttosto che un’altra; dipende soprattutto dalla voglia e dal bisogno di esplorare nuovi linguaggi, nuovi materiali, nuovi “mondi”. A volte una tela o un foglio, per quanto grandi, non bastano. Cresco, evolvo, cambio, così come l’arte, che non può restare la stessa: cresce, si evolve ed esplora con me.
Qual è la reazione del pubblico che ti colpisce di più quando entra in contatto con il tuo lavoro?
Lo stupore, lo shock e l’impatto emotivo, che cambiano da persona a persona. Lasciando sempre libera interpretazione al mio lavoro, ognuno si fa coinvolgere e interpreta secondo le proprie emozioni, esperienze e condizioni, generando un forte effetto emozionale e un potente contagio emotivo.
Ti è mai capitato di scoprire qualcosa di te stessa attraverso un’opera mentre la stavi realizzando?
Sempre, e penso che succeda a ogni artista: dal musicista allo scrittore, dal regista allo scultore.
Conosci sempre un pezzetto in più di te, da come affrontare le difficoltà a come trovare soluzioni pratiche, da come risolvere imprevisti a come rappresentare un’emozione. Nel corso degli anni impari anche a riconoscere i tuoi cambiamenti. E poi ci sono i pensieri: quando si è soli a creare per molto tempo, la mente non smette mai, è un lungo dialogo interiore, un ascolto intenso di sé stessi, una conoscenza insidiosa e silenziosa.
Quanto è importante per te il concetto di vulnerabilità nel processo creativo?
Di grandissima importanza. Se non si è vulnerabili mentre si affrontano temi che probabilmente ci riguardano da vicino e sono profondi, se non si è attraversati dalle emozioni che vediamo riversarsi in quadri, musiche, film, sculture, poesie, allora non si sta facendo arte ma solo un’esibizione di sé stessi. In questo modo non ci si espone, non ci si mette in discussione. Essere sensibili e vulnerabili durante la realizzazione di un’opera dà la possibilità di rimandare con veemenza le stesse o simili emozioni, creando empatia, che spesso manca.
Esiste un confine tra ciò che tieni per te e ciò che sei disposta a condividere artisticamente?
No, non esiste un confine. Anzi, essendo per me un bisogno, uno sfogo, l’arte diventa la mia miglior confidente, con la quale posso essere me stessa fino in fondo, sincera e aperta. Essa, dal canto suo, è sempre pronta a ricevere e accettare senza mai un giudizio. Le cose che tengo per me sono tutte riposte e confidate all’arte, come a un’amica leale.
Che tipo di esperienza vorresti che lo spettatore portasse con sé dopo aver incontrato il tuo lavoro?
Ciò che mi comunicano solitamente dopo aver visto i miei lavori è esattamente ciò che mi sono prefissata: un senso di stordimento, come quando si vive un’emozione dietro l’altra e non si ha il tempo di metabolizzare.
Un’esperienza che lascia il pensiero e la mente occupati anche in un secondo momento.
Descriviti in tre colori.
Nero, marrone, blu.