Irene Degani

nata nel 1987, vive e lavora in provincia di Verona, dove sviluppa una ricerca pittorica profondamente legata ai temi dell’identità, della presenza e della trasformazione. Formata presso l’Istituto d’Arte di…

BIOGRAFIA

#Irene Degani

nata nel 1987, vive e lavora in provincia di Verona, dove sviluppa una ricerca pittorica profondamente legata ai temi dell’identità, della presenza e della trasformazione. Formata presso l’Istituto d’Arte di Mantova, costruisce un linguaggio visivo riconoscibile, in cui la verticalità diventa elemento distintivo e tensione costante tra resistenza e dissoluzione.

Nelle sue opere, la materia pittorica si configura come traccia del vissuto: si stratifica, si consuma e si trasforma, dando forma a identità in continua evoluzione, mai completamente definite. Il suo lavoro si concentra su ciò che permane quando l’identità si modifica, si frammenta o si ridefinisce nel tempo, esplorando uno spazio sospeso tra presenza e assenza.

In questa dimensione instabile, la pittura diventa un luogo di resistenza silenziosa, capace di trattenere e allo stesso tempo lasciare andare, dove anche ciò che sembra dissolversi continua ostinatamente a esistere.

Cos’è per te l’arte?
per me l’arte è un modo di dare forma a ciò che spesso non riesce a trovare parole, è uno spazio in cui emozioni, contraddizioni e domande possono esistere senza dover essere risolte.

Come nasce il tuo interesse per i temi dell’identità e della trasformazione?
Credo nasca dall’osservazione di quanto siamo mutevoli. Nessuno di noi è una forma definitiva.. cambiamo attraverso le relazioni, le esperienze, le perdite e le rinascite. Mi interessa quel territorio instabile in cui l’identità si ridefinisce continuamente, spesso senza che ce ne accorgiamo.

Cosa rappresenta per te la verticalità all’interno delle tue opere?
La verticalità è il mio linguaggio più riconoscibile, è una tensione che attraversa il corpo e la materia. Per me rappresenta il desiderio di restare in piedi nonostante la fragilità, la capacità di mantenere una presenza anche quando qualcosa dentro di noi si sta trasformando o consumando.

In che modo la materia pittorica diventa memoria del vissuto nel tuo lavoro?
La materia conserva tracce. Ogni stratificazione, ogni segno coperto o lasciato emergere racconta un passaggio. Lavoro per accumulo e sottrazione proprio come accade nella vita: alcune esperienze lasciano segni evidenti, altre rimangono sotto la superficie ma continuano ad influenzare ciò che siamo.

Ti senti più legata al concetto di presenza o a quello di assenza?
Alla presenza. Anche quando le figure sembrano dissolversi o diventare quasi invisibili, quello che mi interessa è ciò che resta, ciò che continua a esistere nonostante la trasformazione.

Come si sviluppa il tuo processo creativo: è istintivo o costruito nel tempo?
Entrambe le cose. La prima fase è molto istintiva, seguo il gesto e le sensazioni del momento. Successivamente interviene una fase più lenta di ascolto e costruzione, strati di materia che compongono l’immagine e al tempo stesso la sgretolano.

C’è un momento in cui percepisci che un’opera ha raggiunto il suo equilibrio?
Si, ed è un momento difficile da spiegare. Accade quando smetto di sentire il bisogno di intervenire, non perché l’opera sia perfetta, ma perché ha trovato una sua verità interna, un suo equilibrio. A quel punto ogni aggiunta rischierebbe di togliere invece che dare.

Quanto è importante per te lasciare aperta l’interpretazione allo spettatore?
E’ fondamentale, non mi interessa fornire risposte o significati univoci, credo che un’opera si completi nello sguardo di chi la osserva. Quando qualcuno riconosce nella mia pittura qualcosa che appartiene alla propria esperienza nasce un dialogo che va oltre le mie intenzioni iniziali.

Quali emozioni cerchi di evocare attraverso la dissoluzione e la trasformazione delle forme?
Non cerco emozioni specifiche, cerco di evocare uno stato di riconoscimento. Vorrei che chi osserva potesse ritrovare qualcosa di sè in quelle figure che si trasformano, nella loro forza e nella loro vulnerabilità.

C’è un artista o un movimento che ha influenzato la tua ricerca?
Sono attratta da artisti che hanno saputo trasformare l’esperienza interiore in linguaggio visivo, che siano contemporanei o artisti storici. Mi piace studiare il loro vissuto per capire come sono arrivati a quello stile pittorico. Sono affascinata ad esempio dalla fragilità poetica di Modigliani, dalla forza emotiva di Schiele, dal colorato tormento interiore di Van Gogh se dobbiamo parlare di grandi Maestri, ma mi piace molto frequentare fiere e mostre contemporanee per trovare ispirazione anche attraverso gli artisti di oggi.

Come immagini l’evoluzione futura del tuo linguaggio pittorico?
Vorrei continuare ad approfondire la figura umana, spingendola sempre più verso l’essenziale. Mi interessa capire quanto si possa togliere senza perdere presenza e quanto una traccia possa ancora raccontare un’identità.

Qual è la sfida più grande nel lavorare su identità in continua ridefinizione?
L’identità non è mai stabile né lineare. La sfida è accettare l’ambiguità, lasciare spazio alle contraddizioni e rappresentare il cambiamento senza cercare di fissarlo in una forma definitiva.

Stai lavorando a nuovi progetti o esposizioni che approfondiscono questi temi?
In questo momento ho in corso la mia personale “TRAME D’IDENTITA'”, un progetto che riunisce diverse ricerche sul tema della presenza, della trasformazione e del legame. Attraverso figure che emergono e si dissolvono il percorso indaga ciò che resta quando l’identità si modifica e si ridefinisce nel tempo.

Descriviti in tre colori.
BLU PETROLIO, per la profondità e la parte più introspettiva della mia ricerca. VERDE OSSIDATO, per la sua idea di trasformazione, è un colore che porta con sé il tempo e la possibilità che qualcosa continui a esistere anche dopo il cambiamento. BEIGE POLVERE, per il legame con la materia e le tracce del vissuto, è un colore neutro senza tempo.

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