nato a Roma nel 1984, Valerio Molinaro è scrittore, sceneggiatore, autore e regista teatrale. Il suo percorso artistico si sviluppa tra letteratura, cinema e teatro, attraversando generi e linguaggi differenti con una particolare attenzione alla costruzione narrativa, al noir, al thriller e, negli ultimi anni, alla scrittura cinematografica e audiovisiva. A fare da filo conduttore alla sua attività è la narrazione, intesa come strumento capace di esplorare la realtà, le relazioni umane e le fragilità dell’individuo.
Dopo gli studi e un’esperienza all’interno degli studi Rai nella redazione di Domenica In, Molinaro sceglie di dedicarsi professionalmente alla scrittura. I primi anni della sua carriera sono fortemente legati al teatro, ambito nel quale si cimenta sia come autore sia come regista. Tra i suoi lavori figurano Allora si può, Sono pulp perché mi chiamo Bukowski e Gratta Gratta Bang Bang, oltre a un adattamento musicale ispirato a Nightmare Before Christmas. Nel suo percorso teatrale collabora inoltre con importanti professionisti dello spettacolo, lavorando come aiuto regista di Gino Landi per Il letto ovale e affiancando successivamente Pino Quartullo nello spettacolo Occhio a quei due, interpretato da Lillo e Greg.
Parallelamente sviluppa un’intensa attività letteraria. Nel 2016 pubblica con Newton Compton il giallo A sei miglia da L’Avana, seguito nel 2017 da Gli Orchi non sempre sono verdi. Nel 2021 arrivano Il rosario di madreperla, pubblicato da Echos Edizioni, e la raccolta poetica Sognatore stonato, edita da Nulla Die. Nel 2022 pubblica Sangre y Rum con Watson Edizioni, mentre nel 2024 amplia ulteriormente la propria ricerca con La bellezza dei giorni dispari, edito da Dialoghi, una raccolta di pensieri e riflessioni caratterizzata da un registro più intimo e personale rispetto alla narrativa di genere.
Negli anni successivi la sceneggiatura assume un ruolo sempre più importante nel suo percorso. Il pescatore, diretto da Daniele Frontoni, entra nel catalogo dei cortometraggi dei David di Donatello 2022. Nello stesso periodo Molinaro firma la sceneggiatura di Effetto Pipistrello, progetto dedicato al calcio praticato da persone non vedenti e realizzato con il patrocinio, tra gli altri, del Comitato Italiano Paralimpico e del CONI regionale. Nel 2023 è coautore, insieme a Daniele Frontoni, di Maledetta Primavera, cortometraggio dedicato al calcio femminile e agli stereotipi di genere, presentato nell’ambito della Festa del Cinema di Roma.
Tra il 2024 e il 2026 intensifica ulteriormente la propria attività nel cinema breve, firmando o cofirmando le sceneggiature di Pesce rosso, Sinfonia Notturna, Solo un Crodino, Fabiana, Pare Brutto e Per un padre. Solo un Crodino, scritto e prodotto da Molinaro, attraversa diversi festival italiani, ottenendo tra gli altri il premio per il miglior cortometraggio comedy ad Accussì – Festival per gli Occhi e una menzione speciale al Moonlight Short Film Fest. Sinfonia Notturna, co-sceneggiato dall’autore, viene premiato ex aequo come miglior cortometraggio al festival Borghi sul Set. Con Fabiana, horror diretto da Piero Calvarese, Molinaro firma soggetto e sceneggiatura, ricoprendo anche i ruoli di produttore e aiuto regista. Nel 2026 è inoltre tra gli sceneggiatori di Per un padre, presentato nel circuito di Tulipani di Seta Nera e disponibile su RaiPlay.
Accanto alla produzione artistica, Molinaro è impegnato anche nella formazione. È docente di sceneggiatura presso la Libera Università del Cinema, dove cura un percorso dedicato alla scrittura per immagini, affrontando gli elementi che vanno dalla struttura narrativa alla sceneggiatura cinematografica e documentaristica. Un’attività che si inserisce naturalmente nella sua idea di scrittura come strumento di costruzione, ricerca e condivisione.
Il suo percorso è stato accompagnato anche da diversi riconoscimenti. Nel dicembre 2024 riceve il Premio Vincenzo Crocitti International – Vince Award, inserito tra gli artisti “in carriera” dell’edizione. Nel gennaio 2026 gli viene conferito in Campidoglio il Premio Energie per Roma 2026, nell’ambito artistico-culturale, come riconoscimento per l’attività svolta nel campo della scrittura e della cultura.
Nel 2026 prosegue il suo impegno tra cinema, teatro e formazione. A settembre partecipa in Campidoglio all’iniziativa dedicata al cortometraggio Futura – Donare è amore che continua, intervenendo sul percorso creativo e drammaturgico dell’opera. Tra i lavori teatrali più recenti figura Brandon Lee – Il figlio del fantasma, testo scritto da Molinaro e interpretato da Giuseppe Ippoliti, con Corrado Retico alla chitarra. Lo spettacolo affronta la figura di Brandon Lee, il rapporto con il padre Bruce e la ricerca di una propria identità personale e artistica. Dopo una prima rappresentazione a San Benedetto dei Marsi, l’opera è andata in scena il 2 ottobre 2026 al Castello Orsini-Colonna di Avezzano, con produzione Panama Multimedia Production.
La scrittura di Valerio Molinaro attraversa dunque generi e forme espressive differenti, mantenendo sempre al centro il bisogno di raccontare. Nei suoi lavori ricorrono temi come il viaggio, la solitudine, l’identità, i rapporti umani e il confronto con le proprie fragilità, affrontati attraverso registri che possono spaziare dal dramma all’ironia, dal noir al grottesco. Una ricerca narrativa che si distingue anche per una forte componente visiva e che considera il viaggio, reale o metaforico, come una delle dimensioni ricorrenti del proprio immaginario creativo.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è prima di tutto una necessità. È il tentativo, forse un po’ presuntuoso, di dare un senso a quello che ci accade e soprattutto a quello che non riusciamo a comprendere. Credo che l’arte nasca da un’inquietudine, da qualcosa che abbiamo dentro e che cerca disperatamente una forma per uscire. Non penso che debba necessariamente offrire risposte. Anzi, spesso le opere che amo di più sono quelle che mi lasciano delle domande.
Quando nasce il tuo rapporto con la scrittura e qual è stato il momento in cui hai capito che sarebbe diventata una parte centrale della tua vita?
Il mio rapporto con la scrittura nasce dalla passione per le storie, prima ancora che dal desiderio di raccontarle. Sono sempre stato affascinato dalla possibilità di costruire mondi, immaginare situazioni e dare vita a personaggi che fino a pochi istanti prima non esistevano. Il passaggio decisivo è arrivato durante gli anni universitari, quando ho iniziato ad avvicinarmi seriamente alla sceneggiatura e al mondo dello spettacolo. L’esperienza televisiva a Domenica In mi ha permesso di osservare da vicino un ambiente che fino a quel momento conoscevo soprattutto da spettatore. È stata un’esperienza importante, perché mi ha fatto comprendere che ciò che mi interessava davvero non era tanto stare davanti ai riflettori, quanto inventare quello che sarebbe accaduto sotto quei riflettori.
Hai attraversato letteratura, teatro e cinema: che cosa cambia per te quando passi da un linguaggio all’altro e cosa, invece, rimane sempre uguale nel tuo modo di raccontare?
Cambiano le regole del gioco, ma non cambia il bisogno che mi spinge a giocare. Ogni linguaggio possiede una grammatica precisa e impone all’autore di confrontarsi con limiti differenti. Nel romanzo posso entrare nella testa dei personaggi, rallentare il tempo, concedermi una descrizione o una digressione. Nel cinema devo imparare a sottrarre: un’immagine, uno sguardo o un silenzio possono raccontare molto più di una pagina di dialogo. Il teatro, invece, possiede qualcosa di irripetibile: il rapporto diretto tra l’attore e il pubblico. Ogni rappresentazione è un organismo vivo, destinato a esistere soltanto in quel momento.
Il noir e il thriller ricorrono spesso nella tua produzione: che cosa ti affascina maggiormente di questi generi e quali possibilità narrative ti offrono?
Il noir mi affascina perché mi permette di indagare le zone d’ombra dell’essere umano. Il male, la colpa, il senso di giustizia, la vendetta, il rimorso sono tutti elementi che raccontano qualcosa di profondamente autentico sulla nostra natura. Ho sempre amato leggere gialli e thriller e credo che, inevitabilmente, questa passione abbia influenzato il mio modo di scrivere. Ma il delitto, per quanto possa sembrare paradossale, non è necessariamente ciò che mi interessa di più. Mi interessa capire che cosa conduce una persona a compiere un determinato gesto e quali conseguenze quel gesto produrrà sugli altri. Il thriller offre una libertà narrativa straordinaria, perché permette di coinvolgere il lettore attraverso la tensione e, nello stesso tempo, di affrontare temi molto più profondi. Penso, per esempio, ai sentimenti di perdita, di solitudine e di riscatto che attraversano alcune mie storie.
Hai iniziato il tuo percorso professionale nel teatro come autore e regista: quanto questa esperienza ha influenzato il tuo modo di scrivere per il cinema?
Moltissimo. Il teatro è stato una palestra fondamentale, soprattutto perché mi ha insegnato che un testo non termina quando l’autore mette il punto finale. È in quel momento, semmai, che comincia la sua seconda vita. Quando scrivi per il teatro devi confrontarti con gli attori, con i loro tempi, con la respirazione delle battute, con le pause. Impari a riconoscere immediatamente quando un dialogo funziona e quando invece suona artificioso. E soprattutto impari che le parole hanno un peso fisico. Ho avuto anche la fortuna di lavorare accanto a professionisti come Gino Landi e Pino Quartullo, esperienze che mi hanno permesso di osservare quanto siano importanti il ritmo, la costruzione della scena e il rapporto tra autore, regista e interprete. Nel cinema porto con me proprio questa attenzione al personaggio e alla sua credibilità. Cerco di scrivere dialoghi che possano essere pronunciati da esseri umani e non semplicemente letti su una pagina. Ma il teatro mi ha insegnato anche un’altra cosa: a volte, per raccontare davvero un’emozione, bisogna avere il coraggio di non far dire nulla al personaggio.
Nella tua scrittura il viaggio, reale o metaforico, sembra essere un tema ricorrente: che significato assume per te il viaggio e perché pensi sia così presente nelle tue storie?
Il viaggio, per me, rappresenta soprattutto la possibilità di cambiare. È il momento in cui abbandoniamo qualcosa di conosciuto e ci confrontiamo con una realtà che inevitabilmente ci trasforma. Nei miei romanzi il viaggio assume spesso una dimensione concreta. Penso ad A sei miglia da L’Avana / Sangre y rum, dove lo spostamento geografico diventa anche il pretesto per affrontare un percorso interiore. I personaggi partono per raggiungere un luogo, ma quasi sempre finiscono per cercare qualcosa di molto diverso.
Quanto è importante per te la componente visiva della scrittura e come immagini una scena cinematografica mentre stai ancora lavorando sulla pagina?
È fondamentale. Ho sempre avuto una scrittura molto visiva, tanto che spesso, prima ancora delle parole, mi appare un’immagine. Può essere una strada deserta, un uomo seduto da solo in un bar, una stanza illuminata male. Da quell’immagine comincio a costruire il resto. Quando lavoro a una sceneggiatura provo a immaginare la scena come se fossi già seduto davanti a un monitor. Mi chiedo dove sia la macchina da presa, quale dettaglio debba attirare l’attenzione dello spettatore e soprattutto che cosa possa essere raccontato senza bisogno di essere spiegato. Anche quando scrivo romanzi mantengo questa impostazione. Mi piace che il lettore riesca a vedere quello che sto raccontando, quasi avesse davanti una sequenza cinematografica.
Nei tuoi lavori emergono spesso solitudine, identità, fragilità e rapporti umani: da dove nascono questi temi e quanto c’è di osservazione della realtà nella loro costruzione?
Nascono principalmente dall’osservazione delle persone. Mi piace osservare chi mi circonda, ascoltare le conversazioni, immaginare quello che si nasconde dietro un comportamento apparentemente normale. A volte basta un’espressione del viso o una frase ascoltata per strada per cominciare a costruire un personaggio. Cammino molto per Roma, spesso da solo, ed è proprio durante queste passeggiate che prendono forma molte delle mie storie. La solitudine, del resto, non è necessariamente una condizione negativa. Per chi scrive può diventare uno spazio prezioso, un luogo dove elaborare pensieri ed emozioni. I miei personaggi nascono spesso da persone reali, che poi trasformo, estremizzo e talvolta stravolgo completamente. Non mi interessa raccontare la realtà in maniera fotografica. Mi interessa utilizzarla come punto di partenza per arrivare a una verità emotiva. Perché possiamo inventare qualsiasi storia, anche la più assurda, ma le emozioni devono rimanere credibili.
Hai scritto opere molto diverse tra loro, dalla narrativa di genere alla poesia, dalla sceneggiatura al teatro: c’è un linguaggio nel quale senti di riuscire a esprimere più liberamente la tua parte più personale?
Probabilmente la poesia, anche se il teatro continua a rappresentare uno dei miei grandi amori. Con il romanzo e la sceneggiatura tendo a nascondermi dietro i personaggi. Posso affidare loro pensieri, paure, desideri, ma esiste sempre una distanza tra me e quello che sto raccontando. La poesia, invece, mi lascia molto meno spazio per nascondermi. Detto questo, non rinuncerei mai alla narrativa. Inventare storie rimane una delle esperienze più gratificanti che conosca. Diciamo che nei romanzi mi piace esplorare le vite degli altri, mentre nella poesia finisco inevitabilmente per incontrare me stesso.
Qual è stato il progetto che ti ha messo maggiormente alla prova dal punto di vista creativo e che cosa ti ha lasciato quell’esperienza?
Sicuramente Scritto coi piedi, la sceneggiatura del mio primo lungometraggio. È stata una sfida importante, non soltanto perché si tratta del mio esordio nel cinema con un progetto di questa dimensione, ma soprattutto perché ho scelto di confrontarmi con un genere diverso da quelli che frequento abitualmente: la commedia. La difficoltà maggiore è stata proprio trovare l’equilibrio tra comicità e profondità. Volevo che il pubblico ridesse delle situazioni assurde in cui si ritrova il protagonista, ma anche che riuscisse a riconoscersi nelle sue fragilità, nelle sue frustrazioni e nel suo desiderio di essere finalmente apprezzato per ciò che è. Al momento Scritto coi piedi non è ancora stato prodotto, ma spero davvero che possa arrivare presto sul grande schermo. Dopo tanto lavoro, sarebbe una bella soddisfazione vedere questi personaggi prendere vita e scoprire come il pubblico reagirà a una storia che, dietro situazioni paradossali e momenti di comicità, racconta qualcosa di molto attuale.
Con il tempo hai affiancato alla scrittura anche l’attività di docente di sceneggiatura: che cosa significa per te insegnare a raccontare una storia e cosa impari, a tua volta, dagli aspiranti sceneggiatori?
Insegnare sceneggiatura significa innanzitutto trasmettere degli strumenti. Esistono regole, tecniche, strutture narrative che è importante conoscere, ma non credo esista una formula matematica per costruire una bella storia. Puoi spiegare come funziona un conflitto, come si sviluppa un personaggio o come si costruisce una sequenza, ma poi deve intervenire qualcosa di personale. Quella sensibilità non si può insegnare fino in fondo. Si può però aiutare una persona a riconoscerla e a utilizzarla. Cerco soprattutto di trasmettere ai miei studenti l’importanza dell’osservazione e della disciplina. La creatività è fondamentale, ma da sola non basta. Scrivere significa anche riscrivere, tagliare, accettare che una scena alla quale sei particolarmente affezionato possa non funzionare. Dagli aspiranti sceneggiatori imparo moltissimo, soprattutto a non dare nulla per scontato. I loro punti di vista, spesso lontani dai miei, mi ricordano che le storie possono essere affrontate in modi completamente differenti.
Hai ricevuto diversi riconoscimenti per il tuo percorso artistico: quanto contano per te i premi e quanto, invece, ritieni che il vero riconoscimento per uno scrittore sia la capacità di lasciare qualcosa nel pubblico?
Sarei ipocrita se dicessi che i premi non mi interessano. Ricevere un riconoscimento fa piacere, soprattutto perché dietro ogni lavoro ci sono sacrifici, dubbi, rifiuti e moltissime ore trascorse davanti a una pagina bianca. Riconoscimenti come il premio Vincenzo Crocitti International hanno un valore particolare, perché rappresentano anche un’occasione per fermarsi e guardare il percorso compiuto. In un mestiere dove spesso prevalgono l’incertezza e la precarietà, una gratificazione esterna può diventare una bella iniezione di fiducia. Quello che mi emoziona maggiormente, però, è il rapporto con il pubblico. Quando qualcuno mi racconta di essersi riconosciuto in un mio personaggio, oppure di aver continuato a pensare a una storia dopo aver terminato il libro, provo una soddisfazione difficile da descrivere.
Tra i tuoi lavori teatrali più recenti c’è Brandon Lee – Il figlio del fantasma: cosa ti ha spinto a raccontare proprio la figura di Brandon Lee e il rapporto con suo padre Bruce?
Mi interessava raccontare Brandon Lee non soltanto come attore, ma soprattutto come essere umano. Quando si pronuncia il suo nome, inevitabilmente, si pensa a Bruce Lee, a Il Corvo, alla sua morte tragica. Ma dietro questi elementi, diventati quasi mitologici, esisteva un ragazzo che cercava di costruire una propria identità. Quello che mi ha colpito maggiormente è stato proprio il rapporto con il padre, o meglio, con l’eredità che il padre gli aveva lasciato. Essere figlio di una leggenda può rappresentare un privilegio, ma anche una condanna. Significa crescere sotto lo sguardo costante degli altri, con la sensazione di dover dimostrare continuamente qualcosa. Brandon non voleva essere semplicemente il figlio di Bruce Lee. Voleva essere riconosciuto per il proprio talento, per le proprie scelte, per la persona che era diventato. Credo che questo conflitto sia profondamente universale. Tutti, in misura diversa, dobbiamo confrontarci con le aspettative degli altri e con il desiderio di trovare una strada che ci appartenga davvero.
Guardando al futuro, c’è una storia che ancora non hai raccontato e che senti particolarmente urgente di portare sulla pagina, sul palcoscenico o sullo schermo?
Ho sempre diverse storie che mi girano per la testa. Alcune sono soltanto immagini, altre hanno già dei personaggi abbastanza definiti. Il problema, semmai, è trovare il tempo di scriverle tutte. Mi piacerebbe continuare a esplorare il noir, magari raccontando personaggi che si trovano a fare i conti con un passato dal quale hanno cercato inutilmente di fuggire. È un tema che continua ad affascinarmi: la possibilità, o forse l’impossibilità, di ricominciare davvero. Del resto, ogni volta che termino un lavoro e mi riprometto di concedermi una pausa, arriva puntualmente un nuovo personaggio a rovinarmi i programmi.
Descriviti in tre libri.
Pulp — Charles Bukowski
Perché amo l’ironia, il disincanto e i personaggi che sembrano irrimediabilmente fuori posto. Bukowski ha la straordinaria capacità di raccontare il fallimento senza trasformarlo necessariamente in una tragedia. E poi Pulp ha rappresentato anche un passaggio importante del mio percorso teatrale, quindi possiede un valore affettivo particolare.
Dieci piccoli indiani — Agatha Christie
Perché rappresenta il mio amore per il mistero e per i meccanismi della narrazione. Mi affascina l’intelligenza con cui Christie riesce a costruire una storia, manipolando continuamente le aspettative del lettore. È uno di quei romanzi che mi ricordano quanto sia meravigliosamente complicato il mestiere di inventare storie.
Maschio bianco etero — John Niven
Perché amo i personaggi contraddittori, quelli che commettono errori, che si rendono spesso insopportabili, ma che conservano una possibilità di cambiamento. Mi piace l’idea che un essere umano possa rimettere in discussione la propria vita anche quando sembra avere ormai compromesso tutto. E poi apprezzo molto quell’ironia feroce che permette di affrontare argomenti seri senza prendersi sempre troppo sul serio.
Forse questi tre libri raccontano abbastanza bene anche le mie contraddizioni: un po’ di cinismo, una passione smisurata per il mistero e la speranza, nonostante tutto, che le persone possano cambiare.