violinista e scrittore, vive e lavora a Roma. Laureato in Lettere con indirizzo in Filologia Moderna, si distingue fin da giovanissimo nel panorama letterario: a soli diciannove anni il suo racconto Follia e Pietà, pubblicato sotto pseudonimo, si classifica secondo alla V edizione del “Neropremio” ed entra nell’ebook Doppio Incubo, il meglio del Neropremio, curato da Latelanera.com.
Nel corso del suo percorso narrativo ha pubblicato diversi lavori che hanno ottenuto riconoscimenti significativi. Il suo romanzo d’esordio, Il Cacciatore di Colori, riceve una Menzione d’Onore al premio SetArt 2023 e vince la sezione thriller del Premio “Romanzi e Generi” 2023 indetto da Edizioni Italiane. Con Nella Morte e nell’Amore raggiunge importanti traguardi, risultando finalista al Premio Bukowski 2023, vincitore del Concorso Letterario Argentario 2023 e vincitore assoluto del Concorso SetArt 2024, che ne cura la pubblicazione, oltre a classificarsi quinto al concorso “Tre Colori” promosso dal festival “Inventa un film” di Lenola. Nel 2026 pubblica in self publishing I Confetti di Charlie, premiato con Encomio della Giuria al concorso “Le Pietre di Anuaria” 2023.
Elemento centrale della sua produzione è una forte componente introspettiva, accompagnata da un profondo interesse per la psicologia umana, che attraversa e caratterizza l’intero universo narrativo delle sue opere.
Cos’è per te l’arte?
Credo che l’arte sia qualcosa in grado di esistere e persistere al di là di come ognuno di noi la voglia declinare: è un qualcosa di fragile, a volte impalpabile, ma allo stesso tempo estremamente potente, in grado di scatenare emozioni tra le più forti che l’essere umano possa mai provare. Forse l’arte è davvero perfezione, il miracolo di una struttura perfetta costruita da persone imperfette, in grado di resistere al tempo e alle mode, regole a cui, invece, ogni suo creatore è costretto a sottostare. L’arte è forma, contenuto, pensiero e parola, e ancora musica e colori; è espressione ed espressività, nonostante sia in grado di esistere anche senza nessuno ad ammirarla. È un fiocco di neve, un esempio, una meraviglia cui tendere per cercare di ritrovare la luce in grado di farci brillare.
In che modo la tua formazione musicale come violinista influenza la tua scrittura?
Quando scrivo cerco sempre di fare in modo che ogni mia frase abbia una sua musicalità, uno scorrere fluido che accompagni la fantasia di chi legge mentre immagina luoghi e situazioni a partire dalle parole. È una sorta di deviazione professionale, ma voglio che la mia prosa fluisca senza intoppi e spesso mi trovo a passare un sacco di tempo sulla scelta della parola giusta, del termine che non solo esprima al meglio la sensazione che vorrei suscitare, ma che abbia anche una sua “cantabilità”. Ovviamente sono io a stabilire i canoni di questa musicalità e non è detto che ciò che per me risulta fluido lo sia anche per un altro scrittore o lettore; ma cerco di fare sempre tutto al meglio, di non tralasciare nulla e di migliorare ogni aspetto per costruire un prodotto che funzioni al 100%, almeno per me.
Cosa ti affascina maggiormente dell’introspezione psicologica nei tuoi personaggi?
L’introspezione psicologica ha sempre esercitato un grande fascino su di me. Di indole sono abbastanza introverso – anche se poi, una volta raggiunta la giusta confidenza, non si direbbe – e questo mio lato riflessivo mi porta spesso a pensare ai risvolti delle cose, alle implicazioni, alle motivazioni di un certo gesto o evento e ai meccanismi che l’hanno generato. È una cosa che ho sempre fatto e che trovo non solo molto divertente, ma anche utile: sapere cosa si nasconde in profondità di una reazione o di una situazione ci permette di conoscerla meglio, di “giudicarla” con più elementi a disposizione senza doverla per forza respingere a priori solo perché magari, a un primo impatto, risulta lontana da noi. E poi, quando creo un personaggio mi piace scendere in profondità, tracciare i suoi processi mentali, le sue contraddizioni e tutto ciò che ha a che fare con la sua psicologia; credo che rendere partecipe il lettore di cosa avviene nella testa del protagonista sia la strada migliore per far sì che possa comprenderlo e, perché no, anche immedesimarcisi. Alla fine i processi mentali sono più o meno sempre gli stessi e spesso accade di ritrovare in un libro pensieri, fantasie o paure che assomigliano molto alle nostre. È una forma di continuità, oltre che di coerenza, ma, soprattutto, è una forma di rispetto verso chiunque si avvicini alla mia storia.
Come nasce l’idea di una tua storia e quale ruolo ha l’analisi della mente umana nel processo creativo?
Le mie storie nascono in modo del tutto diverso tra loro: a volte si insinuano casualmente nella mia testa, innescate da un odore, una parola o da qualcosa che ho letto o sentito da qualche parte. La storia del mio ultimo romanzo, che credo uscirà per Natale 2026, è scaturita da un dialogo tra i personaggi di un anime che stavo vedendo all’epoca. Uno dei racconti di un altro progetto che sto scrivendo, di cui però non voglio ancora svelare nulla, ha preso il via da un nome proprio; un altro è una sorta di remake in chiave thriller psicologica di un racconto di Gogol’. E poi, ovviamente, film e libri: tutto può diventare una fonte di riflessione. Altre volte, invece, sapevo da subito cosa volessi dire e ho costruito tutto sulla base della storia che avevo in mente; allora nomi, situazioni e personaggi sono venuti in momenti successivi. In generale, però, in ogni cosa che scrivo l’analisi psicologica ha sempre un ruolo di primo piano.
C’è un legame tra musica e narrazione nel ritmo o nella struttura dei tuoi romanzi?
Assolutamente sì: lo studio della musica, la ripetitività quasi ossessiva di un determinato passo, l’umiltà, la progettazione di ogni singolo movimento e l’idea di un “buon lavoro” da costruire nel tempo sono tutti concetti che aiutano molto la stesura di un romanzo, o almeno sono molto utili nel mio caso: trovo, infatti, che arrivare alla parola “fine” di una qualsiasi storia, sia solo l’inizio di un lavoro molto più grande. Un po’ come arrivare in fondo a uno spartito: una volta letto tutto, si inizia a studiare, a isolare le parti più complesse, a cucirle con il resto delle pagine e eseguire passi sempre più lunghi, fino ad arrivare a gestire ogni singola difficoltà. Con la scrittura è più o meno la stessa cosa: studio il modo di risultare più chiaro, cerco di gestire al meglio la trama, i momenti e le situazioni, provando poi a collegarli con l’aspetto emotivo del personaggio cui do vita e che respira determinate sensazioni o emozioni. Per quanto riguarda il ritmo e la struttura, invece, cerco di avere sempre chiaro in mente dove la mia storia vuole arrivare, quali sono gli step attraverso cui passare e quale strada prendere per arrivare alla fine. Di solito, se non ho tutto chiaro in mente prima, anche per sommi capi, è difficile che inizi a scrivere qualcosa; anche qui, è una progettazione che prendo in presto dalla musica, ma che è possibile ritrovare in qualsiasi altra attività. L’importante è che venga fatta in un certo modo. In realtà si tratta di un controllo piuttosto fittizio perché a volte le storie vanno dove vogliono seguendo un percorso del tutto loro, ma credo che conoscere bene gli argini del nostro fiume sia ugualmente utile per concedergli una libertà di movimento senza per forza vederlo trasformarsi in qualcosa di estraneo alla nostra idea di partenza.
Qual è stata l’emozione più forte nel ricevere i primi riconoscimenti letterari già in giovane età?
Quando a diciannove anni sono arrivato secondo a un importante concorso letterario (tra l’altro questo concorso è ancora in voga e più vivo che mai) credo di non essermi reso davvero conto di cosa stesse accadendo. Ero un ragazzo e il fatto che il mio racconto (scritto sotto pseudonimo) venisse pubblicato in un’antologia ebook insieme al meglio dei racconti di quell’edizione non mi ha sconvolto più di tanto; certo, ricordo di essere stato molto felice, sicuramente soddisfatto che la mia indagine psicologica – anche allora avevo il pallino della psicologia – avesse lasciato il segno, ma era un racconto di poche pagine e il mio modo di scrivere di allora era molto diverso da quello di adesso. Inoltre, facevo tutto con meno consapevolezza e col fare un po’ sfacciato tipico dei ragazzi di quell’età. Col senno di poi, penso davvero di non aver realizzato appieno le implicazioni di quell’importante traguardo. Quando invece, anni dopo, ho vinto altri concorsi importanti con i miei romanzi beh… è stata tutta un’altra cosa. C’è stato un periodo in cui il mio libro verde (è così che chiamo il mio romanzo “Nella Morte e nell’Amore”) ha vinto una serie di concorsi uno dopo l’altro e partire con la mia macchina sgangherata insieme a mia moglie per andare a ricevere i premi, sentire scorrere sulla pelle le motivazioni della giuria che tra centinaia di altri romanzi in gara aveva scelto proprio il mio è stata un’esperienza davvero impagabile. Vincere la pubblicazione gratuita con entrambi i miei romanzi, poi, mi ha fatto sentire davvero felice e non solo per una questione di soddisfazione personale: sapere che i miei protagonisti erano stati in grado di far commuovere, che le mie storie avevano scatenato delle riflessioni impossibili da ignorare e sentire altri scrittori che elogiavano il mio modo di raccontare è stata una cosa davvero impagabile. Mi ha fatto pensare che forse la mia scrittura poteva arrivare a un livello successivo; che avrei fatto bene a investire il mio tempo e le mie forze nel cercare di migliorarmi sempre di più.
Tra le tue opere, ce n’è una a cui ti senti particolarmente legato e perché?
In realtà no; ogni libro o racconto che ho scritto è una parte imprescindibile di me, qualcosa di necessario e a cui non potrei rinunciare nemmeno volendo. Capisco che questa risposta risulterà banale, ma credo sia così per chiunque: ogni protagonista cui ho dato voce rispecchia un aspetto del mio carattere – alla fine non si scrive sempre di cose che si conosce? Sì, ed è proprio per questo che è davvero importante continuare a studiare e scoprire sempre cose nuove – non importa che sia latente, reale o ben camuffato. Certo, devo a Julie (Il Cacciatore di Colori), al violinista disperato (Nella Morte e nell’Amore) e a Charlie (I Confetti di Charlie) molto più dei protagonisti dei miei racconti ma quello dipende solo dalla lunghezza del viaggio: un romanzo o un racconto hanno esigenze diverse ed è diverso il modo in cui mettere a nudo certe cose. Ma questo non significa che siano meno importanti o che non siano stati fatti con il massimo del mio sudore e della mia attenzione, anzi: potrei elencare i nomi di tutti i personaggi di cui ho scritto (la maggior parte di essi ancora sconosciuti perché parte di progetti ancora inediti, ma abbiate pazienza, non manca molto) e associare a ognuno di loro il tipo di sensazione o di emozione che mi lega a lui/lei. Questo per dire che quando investiamo il massimo delle energie in ciò che facciamo non siamo in grado di stilare una classifica, ma ogni lavoro ha importanza perché legato a un particolare momento, periodo, o fase della nostra vita. O almeno è così che vale per me.
Come vivi il passaggio tra scrittura e musica nella tua quotidianità artistica?
Bene e male allo stesso tempo. Come dicevo poco più su, non sono attività così distanti tra loro, anzi; eppure entrambe richiedono molto tempo e la giornata è fatta solo di ventiquattro ore. Se ci aggiungi il dormire, il mangiare, il lavoro e tutto il resto di una normalissima vita diventa molto problematico riuscire a fare tutto. Per fortuna il mio lavoro ha a che fare con la musica, quindi da quel punto di vista riesco più o meno a far quadrare le cose anche se non sempre come vorrei. Ci sono stati periodi della mia vita in cui mi svegliavo alle sei di mattina solo per poter scrivere prima di andare al lavoro; scrivevo nelle ore di buco, nelle pause tra una prova e l’altra o quando avevo la fortuna di trovare parcheggio in anticipo. Con la musica ho fatto anche di peggio, ma non credo sia molto elegante rivelare dove mi rinchiudevo per riuscire a studiare un po’. Credo di essere comunque molto fortunato perché, nonostante io abbia davvero molti progetti, cerco di organizzare il mio tempo al meglio per riuscire a portarli avanti nel migliore dei modi. Mai come vorrei, ma non siamo sempre un po’ tutti scontenti? Tanto, come dice mia moglie, se anche vivessi su Venere (in cui ogni singolo giorno dura 243 giorni terrestri) riuscirei comunque a riempirmi di cose da fare e finirei col lamentarmi perché non ho abbastanza per tempo par dar loro la giusta attenzione.
Cosa cerchi di lasciare al lettore una volta terminata la lettura di un tuo libro?
Di solito si scrive sempre per una ragione; per una moltitudine di ragioni diverse in realtà, alcune delle quali possono essere rivelate, altre no. Credo che una di queste sia la voglia di comunicare. Forse è questo ciò che vorrei regalare a ogni lettore: un’emozione, certo, una sensazione, ma anche una riflessione, magari la possibilità di mettersi a paragone con i miei protagonisti per scovare analogie e somiglianze. Mi piacerebbe riuscire a lasciargli addosso un qualcosa, anche un piccolo dubbio, il germe di un cambiamento invisibile che possa crescere e trasformarsi in un bagaglio prezioso da portare con sé lungo il cammino. È quello che cerco da lettore in tutti i libri che leggo: un qualcosa in grado di rendermi più attento, consapevole e, quindi, migliore. Ora, la mia scrittura scava piuttosto in profondità nella psicologia dei personaggi ed è ovvio che per essere recepita a pieno necessita di un lettore pronto a immedesimarsi e a mettersi davvero in gioco, ma è così che la lettura da semplice svago può davvero diventare un esempio o, perché no, un arricchimento. Sperare che qualcuno possa arrivare in fondo a una delle mie storie sentendosi un po’ più arricchito di quando aveva iniziato sarebbe davvero il massimo: perché siamo persone e un libro non è altro che un dialogo silenzioso, un confronto da cui uscire diversi, magari migliori, rispetto a come ci si è entrati.
Quanto è importante per te il confronto con il pubblico e con la critica?
Molto, anzi moltissimo. Come dico sempre è il pubblico a dare valore alle nostre storie: senza un lettore in grado di far esplodere le emozioni che seminiamo nel corso del libro, infatti, le nostre parole rimarrebbero solo tracce di inchiostro su una pagina bianca. La critica, quella sensata, costruttiva e sincera, è un enorme valore aggiunto alla nostra scrittura: ci fa maturare, guardare le cose da altri punti di vista, scovare i nostri punti deboli e pone un faro enorme su quanto ancora possiamo migliorare. Nel corso della mia piccola esperienza ho ricevuto critiche di vario genere, dalle più importanti e utili ad altre prive di argomentazioni, fatte da chi ha voluto dare fiato alla bocca solo perché poteva farlo. Ma va bene così: quando ci esponiamo con un prodotto ci sta che ognuno dia la propria opinione, per quanto becera, spesso sgrammaticata e illogica possa essere. Migliorare e migliorarsi, però, significa anche capire a cosa prestare ascolto, filtrare ciò che serve da ciò che non serve, trattenere il primo e lasciare andare il secondo. Nessuno di noi è perfetto e un libro è solo una fotografia del punto in cui il nostro percorso di scrittura è arrivato in un dato momento. Da lì in poi sta a noi scegliere come voler procedere: c’è chi smette perché condizionato troppo dal giudizio degli altri, chi si barrica dietro una struttura che ha già funzionato in precedenza e tende a riproporre la stessa storia, chi va in blocco perché non sa più come dire ciò che vorrebbe; e poi, chi riesce a fare tesoro di ogni singola parola spesa e trova il modo di “aggiustare il tiro”, di sperimentare e, appunto, di migliorarsi. Ovviamente non c’è giudizio in tutto questo, ognuno prosegue sulla strada che meglio crede – o semplicemente che può gestire in quel momento. Personalmente credo che nella sua carriera uno scrittore incontrerà lettori buoni, accondiscendenti, forse troppo permissivi, innamorati, crudeli, ingiustamente spietati, sciocchi, indifferenti o magari appassionati; e ognuno dirà la sua, come è giusto che sia. Sta a noi, come nella vita, circondarci di chi vogliamo al nostro fianco perché crediamo, insieme a loro, di poter tirare fuori il meglio di noi.
In che direzione immagini evolverà la tua ricerca narrativa nei prossimi anni?
Al momento sto ultimando un nuovo romanzo che credo uscirà a Natale 2026. Si tratta di un libro che ho scritto anni fa, che ha già avuto riscontri in alcuni concorsi, e che, dopo il giusto periodo di pausa, sto riprendendo in mano per tirarlo a lucido in ogni suo aspetto. Ovviamente si tratta di un thriller psicologico, per quanto il confine tra thriller e horror è sempre molto labile in ogni mio romanzo. Poi, ho in cantiere un romanzo con una forte componente storica (ci vorrà un po’ anche se ne ho buttato giù più di metà) e una raccolta di racconti lunghi sui peccati capitali. Nel frattempo, conto di rientrare in possesso dei diritti di uno dei romanzi finora pubblicati e di rieditarlo con una veste del tutto nuova, con un’impaginazione, una copertina e un lavoro interno all’altezza della mia storia. Per il resto chissà? Mi auguro di mantenere sempre vivo l’entusiasmo, l’interesse e la curiosità in ogni cosa che faccio così da riuscire sempre a costruire un prodotto di cui possa essere soddisfatto al 100%.
Descriviti in tre parole.
Metodico, idealista e perseverante.