Francesca Di Maggio

è un’attrice italiana nata a Lucera il 12 agosto 1987. Fin da giovane intraprende un percorso formativo nel mondo della recitazione e del doppiaggio, perfezionandosi con maestri come Pino Pellegrino,…

BIOGRAFIA

#Francesca Di Maggio

è un’attrice italiana nata a Lucera il 12 agosto 1987. Fin da giovane intraprende un percorso formativo nel mondo della recitazione e del doppiaggio, perfezionandosi con maestri come Pino Pellegrino, Rossella Izzo e Giancarlo Giannini. La sua carriera prende avvio tra teatro e cortometraggi, collaborando con professionisti del settore come Rossella Izzo, Federico Moccia e Daniele Costantini, distinguendosi per sensibilità interpretativa e versatilità.

Esordisce al cinema nel 2015 come protagonista del film “La bugia bianca”, distribuito nelle sale italiane, segnando un primo importante passo nel panorama cinematografico. Successivamente, nel 2017, prende parte al film horror “Acherontia”, ampliando ulteriormente il proprio raggio espressivo.

Il passaggio alla televisione avviene nel 2018 con la fiction di Rai 1 “La vita promessa”, diretta da Ricky Tognazzi, dove interpreta Maria Carrizzo, coprotagonista accanto a Luisa Ranieri. L’anno seguente è tra i volti principali della fiction di Canale 5 “L’amore strappato”, diretta da Ricky Tognazzi e Simona Izzo, nel ruolo di Arianna Macaluso, al fianco di Sabrina Ferilli.

Nel 2020 torna su Rai 1 con “La vita promessa – Parte Seconda”, confermando la propria presenza nel panorama televisivo italiano. Nel corso della sua carriera Francesca Di Maggio ha costruito un percorso solido e coerente, caratterizzato da una continua crescita artistica e da una forte capacità di interpretare ruoli intensi e complessi, affermandosi come una delle interpreti più interessanti della sua generazione.

Cos’è per te l’arte?

Per me l’arte è tutto ciò che mi porta oltre la realtà. Alcune realtà possono ispirarmi, altre possono essere più scomode o difficili da guardare, ma attraverso l’arte anche queste possono trasformarsi e assumere una forma quasi illusoria, diventando qualcosa di nuovo. Forse è anche per questo che, oltre alla recitazione, ho iniziato a dipingere e a lavorare la lana cardata, perché sento il bisogno di trasformare ciò che vedo e ciò che sento in qualcosa di concreto, ma allo stesso tempo lontano dalla realtà da cui nasce. La recitazione, invece, mi permette di andare ancora più lontano, mi permette di abitare per un po’ storie, emozioni e persone che non sono me. In fondo, per me, l’arte è proprio questo, cioè la possibilità di guardare la realtà da un’altra prospettiva e, per un momento, vivere qualcosa che va oltre ciò che conosco.

Qual è stato il momento in cui hai capito che la recitazione sarebbe diventata la tua strada?

Da piccola guardavo i film e volevo diventare quel personaggio. Poi ne guardavo un altro e volevo essere anche quello. Erano tutti diversi, con vite, caratteri e storie completamente lontane tra loro, e questa cosa mi mandava un po’ in confusione. Se da bambina mi avessero chiesto “cosa vuoi fare da grande?”, probabilmente non avrei saputo rispondere. Poi, crescendo, ho capito che forse la risposta era proprio lì. Non volevo essere una persona soltanto. Volevo essere tutte quelle persone. Forse ho capito che la recitazione era la mia strada quando ho realizzato che, più che voler diventare qualcuno, volevo essere tutti tranne che me.

Quanto hanno influito i tuoi studi con maestri come Pino Pellegrino, Rossella Izzo e Giancarlo Giannini sulla tua crescita artistica?

Hanno sicuramente influito. Da ciascuno di loro ho ricevuto insegnamenti che mi sono rimasti dentro e che fanno ancora parte del mio modo di lavorare. Ma, oltre a loro, ho avuto tanti maestri, perché credo che la vera scuola di un attore sia il set. È lì che continui a imparare, ogni volta, da ogni singola persona e da ogni elemento che contribuisce a creare un film.

Il tuo percorso spazia tra teatro, cinema e televisione: in quale di questi ambiti ti senti più a casa e perché?

Non credo che ciò che mi fa sentire a casa sia un luogo, ma le persone che mi circondano. Teatro, cinema e televisione hanno linguaggi diversi, ma ogni esperienza può diventare casa a seconda di chi incontri e di ciò che si crea intorno a te. Ogni set è diverso e, soprattutto negli ultimi anni, ho capito quanto sia proprio l’ambiente che ti circonda a farti sentire più o meno nel posto giusto.

Il debutto cinematografico con “La bugia bianca” è stato un passaggio importante: che ricordo conservi di quell’esperienza?

Un ricordo bellissimo e immenso. Sarò sempre grata a Giovanni Virgilio per aver creduto in me e per avermi dato quella possibilità. Forse erano altri tempi, non lo so, ma non è semplice essere scelti quando il proprio nome non è ancora considerato tra quelli “vincenti” o capaci, secondo il sistema, di portare avanti un film. Io, invece, credo che un film lo faccia prima di tutto una bella storia, e poi l’unione che si crea tra le persone che la raccontano. Ho amato profondamente quel set. È stata un’esperienza che mi ha lasciato tanto e che porterò sempre con me.

Hai interpretato ruoli molto diversi tra loro: come ti prepari per entrare in personaggi così differenti?

Ogni personaggio per me nasce in modo diverso. Ricordo che, per La bugia bianca, incontrai Gianluca Enria, che mi aiutò a comprendere a fondo Veronica, la sua psicologia e ciò che portava dentro. Mi disse una frase che ancora oggi porto con me e che continuo a ripetermi quando affronto personaggi apparentemente semplici, ma in realtà molto complessi e segnati da traumi. Con La vita promessa ho invece realizzato uno dei miei sogni perché ho sempre desiderato interpretare un personaggio come Maria e amo profondamente i film in costume. Quando poi sei diretta bene, tutto diventa più naturale, e non posso non ringraziare Ricky Tognazzi e Simona Izzo. Per Arianna, invece, ho letto il libro e ho sentito fin da subito una grande responsabilità, perché il personaggio, che nella realtà si chiama Angela, esiste davvero. In quel caso sentivo ancora più forte il dovere di avvicinarmi a lei con rispetto e verità.

Nelle fiction “La vita promessa” e “L’amore strappato” hai lavorato con grandi nomi del cinema italiano: cosa ti hanno lasciato queste esperienze?

Mi hanno insegnato quanto sia importante essere accoglienti con il personaggio, lasciarsi andare e allo stesso tempo esserlo anche con i propri colleghi, aiutandosi e sostenendosi. Perché, come dicevo prima, un film non lo fa il singolo attore, lo fanno tutte le persone che contribuiscono a raccontarlo.

Quanto è importante per te il rapporto con il regista e con il resto del cast durante un progetto?

Per me è fondamentale. È tutto. Se il clima non è favorevole, ci sarà sempre un velo che impedirà di rivelare fino in fondo ciò che avresti voluto raccontare. Credo che sentirsi accolti e liberi sia indispensabile per poter dare davvero qualcosa al personaggio.

C’è un personaggio che senti particolarmente vicino a te o che ti ha lasciato qualcosa di importante?

Ogni personaggio che ho avuto la fortuna di interpretare mi ha lasciato qualcosa. Sono particolarmente grata, però, di aver avuto la possibilità di interpretare un ruolo come quello ne La vita promessa, perché mi ha permesso di vivere e raccontare un ambiente che, almeno nella sua dimensione estetica, purtroppo non ci appartiene più.

Quali sono le sfide più grandi che hai affrontato nel tuo percorso artistico finora?

La sfida più grande è farsi conoscere e poi ricordare. 

Come immagini l’evoluzione della tua carriera nei prossimi anni e quali ruoli ti piacerebbe interpretare?

È un mondo talmente imprevedibile che non mi sento di dire dove mi vedo. Sicuramente mi auguro di poter continuare e di interpretare ruoli forti, pieni di passione e carattere; ma anche ruoli leggeri, perché la leggerezza, a volte, può salvarci. 

Descriviti in tre parole.

Empatica. Inquieta. Istintiva.

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