conosciuta come Cryptic Flowers, è un’illustratrice e pittrice italiana nata e cresciuta in Salento. Dopo la laurea in Lettere conseguita con lode, intraprende un percorso professionale nel campo della formazione, mantenendo l’arte come spazio personale e privilegiato di espressione della propria interiorità.
I suoi primi lavori prendono forma attraverso l’uso dell’inchiostro nero, per poi evolversi verso tele e pennelli, restando sempre fedele ai media tradizionali. La sua ricerca visiva si nutre di un profondo amore per l’arte neoclassica, che viene rielaborata e contaminata da suggestioni dark, esoteriche e fetish. Ne nasce un immaginario intenso e simbolico, in cui eleganza classica e tensione contemporanea convivono, dando vita a opere che esplorano il confine tra bellezza, mistero e introspezione.
Cos’è per te l’arte?
L’arte è un modo per ricordarci che esiste una vita spirituale oltre al materialismo e alla banalità della vita di tutti i giorni. Per me l’arte è espressione del sentire profondo di un individuo e in ogni sua forma – musica, arti visive etc. – permette all’uomo una sorta di elevazione morale dalle cose contingenti. Vero è che l’arte è un fatto intimo e privato ma a volte l’espressione artistica può superare la dimensione solipsitica e autoreferenziale, e magari anche non volendo può diventare comunicazione, ponte tra idee, culture e modi di essere.
In che modo il Salento ha influenzato il tuo immaginario visivo e la tua sensibilità artistica?
Il Salento non è solo atmosfere soleggiate, serene, vacanziere, ma esiste anche un Salento più oscuro, più problematico, più profondo che probabilmente è quello che mi ha influenzato maggiormente: penso alle produzioni letterarie di un Vittorio Bodini o di Carmelo Bene. Quel Salento visionario e al limite dell’assurdo che insiste nella nostra magnifica arte barocca, con il suo horror vacui che mi ha sempre molto affascinato. E poi il Salento è anche terra di incontro con l’alterità perché è zona di frontiera e quindi è luogo di meticciamento, di fusione di influssi culturali e di idee. Di sicuro questi aspetti del Salento hanno avuto un peso nel mio immaginario visivo, seppur in un modo latente e non immediatamente riconoscibile nei miei lavori.
Quando hai capito che l’arte, pur non essendo inizialmente una professione, era una necessità espressiva irrinunciabile?
Ho sempre disegnato per hobby e ho imparato non da molto a rispettare il mio immaginario visivo e a dargli valore per quello che è, senza timore o remore. Quando ho compreso ciò è stato naturale elevare quello che era un passatempo ad un’attività svolta in modo più consapevole, pur restando una passione personale.
Il passaggio dall’inchiostro nero alle tele e ai pennelli ha segnato un cambiamento nel tuo linguaggio o solo nei mezzi?
Il cambiamento è relativo ai mezzi soltanto. La pittura permette un’espressione e una resa più completa di sfumature e ombre, dando una dimensione più pregnante all’immagine, anche se la tecnica dell’inchiostro sarà sempre la mia prediletta.
Cosa ti affascina maggiormente dell’arte neoclassica e come la rileggi attraverso un’estetica dark ed esoterica?
Gli studi classici mi hanno insegnato ad amare la serena compostezza dell’arte antica e classica come espressione di equilibrio, misura, rigore. Nei miei lavori c’è quasi sempre un’allusione al mondo neoclassico, su cui si innestano elementi eccedenti, che sono una rottura simbolica di quell’equilibrio: particolari esoterici, horror o fetish rappresentano la parte caotica e oscura che bilancia la misura tipica della classicità. È come se l’equilibrio fosse la risultanza di istanze diverse ma complementari, dialogicamente reciproche, necessarie le une alle altre.
I tuoi lavori evocano spesso simboli e atmosfere misteriose: quanto conta per te la dimensione simbolica rispetto a quella narrativa?
La dimensione simbolica è di sicuro importante nei miei lavori: a volte la rappresentazione di simboli è un’operazione logica, meditata, altre volte probabilmente è inconscia, non voluta. In generale credo che tutte le produzioni artistiche siano intessute di simbolismi: è inevitabile e coerente con la facoltà tipicamente umana di sintetizzare idee e concetti in simboli.
Che ruolo ha l’interiorità nel tuo processo creativo e quanto di personale confluisce nelle opere?
Nei miei dipinti c’è sicuramente un sostrato intimo e personale, rielaborato con immagini e simboli. Penso che l’arte non nasca come un fiore nel deserto ma sia sempre il risultato di diverse istanze, personali, culturali, estetiche etc.
La scelta di restare fedele ai media tradizionali è una posizione consapevole rispetto al digitale?
Di sicuro. Rispetto chi si serve delle tecniche digitali per fare arte ma non condivido. Per me l’arte deve passare dalle mani e dal cuore, ecco perché sono decisamente contraria all’uso dell’Intelligenza Artificiale applicata al mondo dell’arte e della creatività.
C’è un’opera o un ciclo di lavori che senti particolarmente rappresentativo del tuo percorso finora?
Sono affezionata ad ogni mio lavoro in egual misura, ma senza troppo attaccamento. Ognuno mi ricorda qualcosa, un periodo della mia vita, delle idee, delle persone.
Che tipo di dialogo speri si crei tra le tue opere e chi le osserva?
Non sono un’artista di professione, dipingo perché mi piace. Spero che chi si imbatta nei miei lavori possa evadere per un attimo in un universo “possibile”, uno spazio onirico dove niente è sbagliato e dove non esiste un modo “standard” di essere. Vorrei che chi osserva fosse affascinato dalla bellezza e anche un tantino turbato da quegli elementi di mistero che in definitiva fanno parte del mio universo visivo.
Descriviti in tre parole.
Appassionata. Profonda. Sensibile.