Mary Aruta

è un’artista napoletana, attrice, performer, cantante e autrice, nata nel Rione Sanità di Napoli, a pochi passi dalla casa di Totò, un dettaglio simbolico che sembra anticipare un destino profondamente…

BIOGRAFIA

#Mary Aruta

è un’artista napoletana, attrice, performer, cantante e autrice, nata nel Rione Sanità di Napoli, a pochi passi dalla casa di Totò, un dettaglio simbolico che sembra anticipare un destino profondamente legato alla scena e al racconto. Fin da giovane avverte una forte vocazione artistica, trovando nel teatro il primo spazio in cui esprimersi e dare forma alla propria identità creativa. Inizia così un percorso che la porta a confrontarsi con realtà importanti come il Teatro Totò e il Teatro San Carlo, entrando in contatto con linguaggi diversi e con protagonisti della scena italiana e internazionale.

Una tappa fondamentale del suo percorso è rappresentata dalla Spagna, terra che sente profondamente affine. A Barcellona viene ammessa alla scuola di arte scenica e drammatica del Teatro Poliorama, dove studia recitazione, canto e danza e prende parte a “Bodas de sangre”, esperienza che contribuisce a definire una doppia anima artistica: Napoli come radice identitaria e la Spagna come spazio di scoperta e apertura.

Nel corso degli anni attraversa diversi ambiti espressivi, spaziando tra teatro, cinema, televisione, musica e conduzione, costruendo un percorso poliedrico e in continua evoluzione. Nel 2015 si avvicina anche alla musica con il progetto “No Me Importa”, che la porta fino a Miami e al Billboard Latin Music Show Awards, segnando un’importante apertura internazionale. Nel 2025 firma “NMRK”, proseguendo la sua ricerca artistica anche attraverso la scrittura musicale.

Parallelamente sviluppa una presenza nel mondo della comunicazione con “Latin Lover”, un format radio e web dedicato alla musica latina, attraverso cui continua a raccontare e condividere la propria visione artistica. Il suo lavoro si distingue per la capacità di attraversare linguaggi e forme espressive diverse, senza mai limitarsi a una sola direzione.

Mary Aruta costruisce così un percorso libero da schemi predefiniti, guidato da una costante esigenza di espressione e autenticità. La sua identità artistica si fonda sulla volontà di seguire ciò che sente, trasformando ogni esperienza in racconto, senza vincoli di genere o di lingua, ma con l’urgenza di dare voce a un sentire personale e universale.

Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è un modo per dare voce a ciò che sento. È il modo che ho trovato per trasformare emozioni, pensieri e ciò che vivo in qualcosa che possa arrivare agli altri. Credo che l’arte abbia la capacità di raccontare anche ciò che a volte le parole, da sole, non riescono a dire.

Quando hai capito che la scena sarebbe diventata una parte imprescindibile della tua vita?
In realtà, credo che la scena sia entrata nella mia vita molto prima che io capissi cosa significasse davvero. Da piccolissima avevo già bisogno di esprimermi: cantavo, recitavo, disegnavo, inventavo storie. A scuola, durante le recite, stare sul palco mi emozionava e mi veniva naturale. Mi improvvisavo persino speaker: nella mia cameretta avevo una radio tutta mia, parlavo, presentavo, cantavo… costruivo da sola quel piccolo mondo in cui potevo esprimermi. Ripensandoci oggi, forse non c’è mai stato un momento preciso in cui ho capito che la scena sarebbe stata la mia vita. Era già lì, dentro di me. Io ho semplicemente iniziato ad ascoltarla.

In che modo le tue radici napoletane influenzano il tuo modo di interpretare e raccontare?
Credo che essere napoletana mi abbia dato quel qualcosa in più che non si impara: il modo di sentire tutto un po’ più forte, di usare l’ironia anche quando la vita si fa seria e di trasformare quasi ogni cosa in un racconto. Sono nata e cresciuta nel Rione Sanità e Napoli è completamente dentro di me, nel modo in cui parlo, guardo, interpreto e mi rapporto agli altri. La napoletanità non la interpreto: ce l’ho proprio addosso. E, sinceramente, non saprei essere diversamente… anche perché ormai non c’è più modo di levarmela!

Cosa ha rappresentato per te il passaggio dal Teatro Totò al Teatro San Carlo?
Sono state due esperienze molto diverse, ma che si sono completate. Il Teatro Totò è stato casa, le mie origini, il luogo delle prime volte su un palco e dei primi passi veri nel teatro. Lì c’erano la prosa, il personaggio, la parola e il rapporto diretto con il pubblico. Il San Carlo è stato qualcosa di completamente diverso: il mimo, il corpo, il gesto, il raccontare anche senza dire una parola. Uno mi ha insegnato a usare la voce, l’altro a capire che può parlare anche il silenzio. E insieme hanno costruito una parte importante di me.

Quanto è stato importante l’incontro con la Spagna nel tuo percorso artistico?
Più che un incontro, la Spagna è stata un richiamo. È come se una parte di me avesse sempre riconosciuto quella lingua, quei suoni, quelle usanze, ancora prima di conoscerle davvero. Ho sempre parlato spagnolo con una naturalezza quasi inspiegabile, come se fosse una seconda lingua che in qualche modo avevo già dentro. E la Spagna l’ho sempre sentita casa. A volte ho avuto quasi la sensazione di ritrovare qualcosa che mi apparteneva già, come se arrivasse da un’altra vita. Prima è entrata nella mia vita e poi, naturalmente, nella mia arte. Forse è proprio questo che rende speciale il mio rapporto con la Spagna: non l’ho mai sentita come qualcosa che ho incontrato, ma come qualcosa che, in qualche modo, ho ritrovato.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza formativa al Teatro Poliorama di Barcellona?
Mi ha lasciato soprattutto la certezza che non potevo appartenere a un solo luogo, né a un solo modo di fare arte. Barcellona mi ha fatto capire che potevo sentirmi a casa anche lontano da Napoli e che potevo attraversare linguaggi e mondi diversi. Amo i testi di Federico García Lorca così come amo quelli di Eduardo De Filippo. Ho sempre sentito vicino Totò, il suo modo di recitare, di scrivere e persino di giocare con le parole e con le canzoni. E mi affascina tutto ciò che ha scritto Carlos Gardel. Per me non c’è paragone tra questi mondi: c’è fusione, c’è arte. Anche per questo ho iniziato a immaginarmi sia in un film di Almodóvar sia in uno di Sorrentino. Poi, per ora, nessuno dei due mi ha ancora chiamata… ma io non perdo le speranze!

Come convivono dentro di te le due anime, Napoli e la Spagna?
Convivono in me in modo naturale, come respirare. Napoli è la mia radice, la Spagna è quella parte di me che, senza sapere perché, ho sempre sentito familiare. Non le vivo come due mondi separati: sono due parti della stessa persona.

In che modo riesci a muoverti tra teatro, musica, televisione e conduzione senza perdere la tua identità?
Perché è proprio la mia identità che mi accompagna in tutti questi ruoli. Cambia il palco, non cambia chi sono.

Cosa rappresenta per te la musica all’interno del tuo percorso artistico?
La musica è vita, è espressione, è un’altra porta della mia creatività. Attraverso una canzone posso raccontare qualcosa di me, delle mie emozioni e delle mie storie. Ho scritto tantissime canzoni, ma ne ho cantate poche, perché non mi considero una cantante. Però interpretarle mi emoziona e mi diverte. La musica mi ha aiutata tantissime volte a superare i momenti più duri della vita: posso dire che, in certi momenti, è stata la mia salvezza.

Com’è nato il progetto “No Me Importa” e cosa ha significato portarlo fino a Miami?
È nato quasi per gioco, in un momento di estrema creatività. Il mio amico P. Di Tella, autore e musicista, mi fece ascoltare una musica bellissima e io, presa dall’entusiasmo, in pochi giorni ci scrissi sopra un testo. Da lì a poco sarei partita per Miami e decisi di portare con me questo progetto e di proporlo. Piacque molto e io mi sono divertita un sacco. È stato uno di quei momenti in cui una cosa nata quasi per gioco si è trasformata in un’esperienza bellissima.

Qual è il filo conduttore che unisce i tuoi lavori, dalla recitazione alla scrittura musicale?
Credo che il filo conduttore sia l’amore per quello che faccio e la curiosità di sperimentarmi sempre in forme diverse.

Cosa vuoi trasmettere attraverso il format “Latin Lover”?
“Latin Lover” è nato dalla mia passione per la musica latina e dalla voglia di farla conoscere a tutti. Anche questo progetto è nato quasi per gioco e, un po’ alla volta, ha avuto un grande successo: prima in radio e poi attraverso il web. E… piccolo spoiler: sto pensando di riprenderlo!

Quanto è importante per te non scegliere un’unica forma espressiva?
Tanto. Sceglierne una sola mi limiterebbe. Per me è davvero importante avere la libertà di scegliere, ogni volta, il linguaggio che sento più mio.

Come nasce una tua idea artistica e quando capisci che è pronta per essere condivisa?
Quando arriva ad emozionare me. Se quello che ho creato riesce a farmi piangere o a farmi ridere davvero, allora so che è pronto per essere condiviso.

Cosa significa per te raccontarsi senza limiti di lingua o di genere?
Per me significa non mettere confini a quello che sento. Se una storia nasce in napoletano, in italiano o in spagnolo, o prende la forma di una canzone, di un personaggio o di una storia, lascio che sia lei a scegliere come venire fuori. Non voglio tradurre quello che sento: voglio viverlo nella lingua che mi viene naturale.

Guardando al futuro, quale direzione senti più vicina alla tua evoluzione artistica?
Non sento una direzione sola. Sento il bisogno di continuare a sperimentare, a mettermi in gioco e a sorprendermi. Mi piacerebbe che il futuro mi portasse verso progetti capaci di unire le mie diverse anime, senza doverne lasciare indietro nessuna. In fondo, la parte più bella deve ancora venire. E magari, prima o poi, arriva anche quel film con Almodóvar o Sorrentino… io sono pronta! 😉

Descriviti in tre parole.
Istinto. Ironia. Passione.

SHARE

Contatti