Di cosa parliamo quando parliamo di croci lituane

Anche oggi Marek è l’unico qui insieme a me alle sette del mattino. Mentre io girovago causalmente in cerca di qualche inquadratura scenografica o di un Cristo ligneo particolarmente espressivo, lui procede in linea retta,  toccando ogni croce e per ognuna di esse scrivendo qualcosa sul suo blocchetto. Dopo un paio d’ore circa, quando ormai i pullman hanno sbarcato stock di turisti e non è rimasto piu nulla di magico nella Collina delle croci, gli chiedo come mai sia tornato due giorni di seguito. “Due?” esclama lui.  Sono già dieci giorni che ritorna qui. Lui non è un turista, né un credente, tantomeno un patriota: lui sta censendo le croci della Collina patrimonio Unesco, cercando di assegnargli un numero preciso. Secondo l’algoritmo le croci dovrebbero essere tra duecentosessanta e duecentosessantacinquemila. Tuttavia l’algoritmo tiene conto esclusivamente dei metri quadri del perimetro, della pendenza della collina e solo approssimativamente della grandezza delle singole croci, mentre, per esempio, trascura le croci appese su altre croci. Su questa collina, quando i Sovietici hanno cominciato a bruciare le chiese prima nelle città e poi nei villaggi per sradicare le usanze più connaturate, i contadini lituani avevano preso a piantare croci di nascosto come segno di resistenza: prima decine, poi centinaia, migliaia, sempre più vicine, strette insieme, unite e nascoste alla vista dai filari di pioppi lungo la strada. Fino a che, un capovillaggio collaborazionista non aveva fatto una soffiata agli occupanti e da allora la zona, come se fosse diventata un obiettivo strategico pieno custode di armi anziché di simboli sacri, dall’alba al tramonto era stata pattugliata. Nonostante ciò di notte qualche partigiano tornava sempre per portare, con l’aiuto del buio, nuove croci. La maggior parte di quei resistenti era finita in Siberia, ma alcuni, sorpresi nell’atto di piantare una croce di ribellione e resurrezione, erano stati giustiziati sul posto (con la croce che portavano che ironicamente sarebbe diventata quella sulla loro tomba).

Per questo in Lituania, più che un simbolo di tortura o di amore, la croce simboleggia la resistenza all’oppressione. Dopo la caduta dell’Urss e, successivamente, la visita di Karol Wojtyla che, a sua volta, nel 1993 ne aveva piantata di persona una, la Collina delle Croci è diventata meta di pellegrinaggi laici, oltre che di gite scolastiche: un luogo dove conservare la memoria. Nel cortile della chiesa di San Gheorghe, non lontana dalla stazione ferroviaria di Siauliai, un Cristo le cui mani sono ammanettate da filo spinato, solleva con quelle, più in alto che può, la croce che gli darà la liberazione. Nel vestibolo della chiesa sono appesi decine di disegni fatti dai bambini in gita;  alcuni risultano realistici, con le croci crepate inclinate le une verso le altre, croci circondate come nella collina, da corvi. Altri, più apertamente simbolici, presentano colombe al posto dei corvi. Un disegno in particolare, il cui autore è un bambino di dieci anni di nome Martinas, rappresenta, sullo sfondo di un cielo limpido, uccelli a forma di croci. La quantità di croci nel suo disegno è impressionante e, come Marek, mi metto a contarle. 

di Simone Consorti

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