Si definisce un’artista poliedrica, guidata da una costante ricerca di nuove forme espressive e da un forte desiderio di apprendimento. Il suo percorso creativo è alimentato dalla curiosità e dal cambiamento, elementi che considera fondamentali per sviluppare e rinnovare il proprio linguaggio artistico.
Rifugge la monotonia e sente l’esigenza di mettersi continuamente alla prova, esplorando ambiti diversi e sperimentando tecniche e idee. Questo approccio le consente di evolvere costantemente, arricchendo la propria visione e ampliando le possibilità espressive.
Persona aperta e attenta, trova ispirazione nelle esperienze quotidiane e nei dettagli più semplici, che trasforma in creazioni intime e personali. L’arte rappresenta per lei un vero e proprio linguaggio, uno strumento attraverso cui comunicare con gli altri, dando forma alle emozioni e ai sentimenti vissuti, che confluiscono nelle sue opere rendendole autentiche e profondamente sentite.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è la capacità di trasformare emozioni, pensieri ed esperienze in qualcosa che riesce a parlare anche agli altri. È un linguaggio universale che crea connessioni, ispira e lascia qualcosa dentro chi la vive.
Cosa significa per te essere un’artista poliedrica oggi?
Essere un’artista poliedrica oggi, per me, significa non sentirsi mai confinata in un’unica forma di espressione, in una sola tecnica o in un solo modo di vedere il mondo. Significa avere la libertà e la curiosità di esplorare continuamente, lasciandosi contaminare da emozioni, esperienze, persone e prospettive diverse. Credo che oggi sia importante riuscire ad andare oltre i confini tradizionali dell’arte, mantenendo sempre una propria identità ma senza avere paura di cambiare, sperimentare e mettersi in discussione. Anche le cose più semplici e quotidiane, che spesso sembrano banali o insignificanti, possono diventare fonte di ispirazione e assumere un valore profondo attraverso la sensibilità artistica. Per me essere poliedrica significa proprio questo: restare aperta al mondo, assorbire ciò che mi circonda e trasformarlo ogni volta in qualcosa di autentico, personale e capace di creare una connessione con gli altri.
Qual è stata la sperimentazione che ti ha fatto scoprire qualcosa di nuovo su te stessa?
La sperimentazione è stata quando all’ Università che sto facendo, un prof di disegno mi ha fatto conoscere una nuova tecnica, che l’aveva inventata lui di persona. E mi ha detto una frase ben impressa “ vedi che essere artista significa anche saper inventare cose nuove”.
In che modo la curiosità guida il tuo processo creativo?
La curiosità guida il mio processo creativo in modo molto pratico: parte sempre da una domanda che mi spinge a esplorare più direzioni prima di scegliere una soluzione. Durante il lavoro mi porta a cercare riferimenti diversi, a fare prove e a non fermarmi alla prima idea. Inoltre mi aiuta a collegare elementi che normalmente non metterei insieme, e a rivedere continuamente quello che sto facendo per capire se può evolversi in qualcosa di più interessante. In questo senso la curiosità non è solo un punto di partenza, ma accompagna tutto il processo fino alla fine.
C’è una tecnica o un linguaggio che senti più tuo rispetto agli altri?
Si, ho una tecnica che mi caratterizza molto ma che lo vedo anche come linguaggio. E’ una tecnica che la chiamo “scarabocchio” una tecnica che ho preso durante una lezione all’università dove ho iniziato a scarabocchiare su un foglio a caso e da quel momento ho capito che quella era la mia tecnica che ho sentito di più. E’ una tecnica che per me significa molto, quando la applico nelle mie opere, mi fa percepire come se scrivessi tutto quello che sento, che ho provato in quel momento o meno, e la lego molto alle emozioni.
Come trasformi le esperienze quotidiane in ispirazione artistica?
Le esperienze quotidiane le trasformo in emozioni che ho provato in quella giornata. sono quella persona che se mi dovesse chiedere come è andata la giornata io risponderei con un disegno con la tecnica che gli appartiene.
Qual è il ruolo delle emozioni nelle tue opere?
Il ruolo delle mie emozioni è molto forte e importante per me. Sono nata in Russia e sono stata adottata all’età di 6 anni. In quei primi anni di vita penso di non aver mai avuto un vero contatto con le mie emozioni, o forse non ero ancora in grado di riconoscerle. Nonostante le difficoltà che ho vissuto e che in parte porto ancora oggi, faccio ancora fatica a esprimermi completamente attraverso le parole. Per questo, le emozioni trovano spazio soprattutto nelle mie opere. Attraverso il mio lavoro cerco di comunicare quello che provo, in modo che chi osserva possa percepire e comprendere le emozioni che ho vissuto durante la creazione. Per me le emozioni sono la base dell’arte: senza emozione, sento che manca qualcosa di essenziale.
Ti capita mai di uscire dalla tua zona di comfort per creare qualcosa di diverso?
Sì, ed è spesso proprio lì che il mio lavoro diventa più interessante. Quando esco dalla mia zona di comfort, lo faccio in modo molto pratico: provo tecniche che non uso di solito, cambio punto di vista o mi impongo dei limiti nuovi per vedere come reagisco. All’inizio può essere destabilizzante, perché non ho il controllo totale sul risultato, ma è proprio questa incertezza che mi costringe a trovare soluzioni diverse. In quei momenti non cerco più di “fare bene”, ma di capire cosa succede se abbandono le mie abitudini. Spesso è da lì che nascono idee più autentiche o più sorprendenti rispetto a quelle che avrei costruito restando nel mio metodo abituale.
Come reagisci quando senti il rischio della monotonia?
Quando sento il rischio della monotonia, cerco subito di cambiare qualcosa nel mio modo di lavorare, anche se è un cambiamento piccolo. Di solito intervengo sul processo: posso cambiare tecnica, supporto, strumenti oppure il punto di partenza dell’idea. A volte mi impongo dei vincoli nuovi proprio per costringermi a uscire dagli schemi abituali. Questo mi aiuta a rimettere in movimento il pensiero creativo. In generale, non vedo la monotonia solo come qualcosa di negativo, ma come un segnale: mi indica che sto ripetendo troppo e che è il momento di rimettere in discussione il mio approccio.
C’è un tema che ritorna spesso nei tuoi lavori?
Sì, nei miei lavori ritorna spesso il tema delle emozioni e del loro legame con l’identità. Tendo a partire da ciò che provo e da come faccio fatica a esprimerlo in modo diretto, soprattutto attraverso le parole. Per questo le emozioni diventano un linguaggio alternativo: nelle mie opere cerco di trasformarle in qualcosa di visibile e percepibile, così che chi guarda possa avvicinarsi a ciò che sento, anche senza una spiegazione verbale. Un altro elemento ricorrente è il senso di ricerca personale, legato anche alla mia storia. Le mie esperienze di vita influenzano molto il modo in cui osservo e rappresento le cose, e spesso questo si riflette nei miei lavori, anche in modo non esplicito.
Che tipo di dialogo cerchi con chi osserva le tue opere?
Cerco un dialogo che non passi necessariamente dalle parole, ma dalle emozioni. Quando qualcuno osserva le mie opere, per me è importante che non si limiti a “capirle” in modo razionale, ma che possa sentire qualcosa, anche in modo diverso da quello che ho provato io mentre le creavo. Non cerco una lettura unica o corretta, ma una risposta personale. Mi interessa creare uno spazio in cui chi guarda possa riconoscersi, porsi domande o anche solo fermarsi a percepire qualcosa senza doverlo subito spiegare. In questo senso, il dialogo che cerco è silenzioso, ma molto diretto: avviene attraverso le emozioni più che attraverso le parole.
Qual è la sfida più grande nel continuare a reinventarti?
La sfida più grande nel reinventarmi è riuscire a restare autentica mentre cambio. Ogni volta che provo a esplorare qualcosa di nuovo, devo fare attenzione a non perdere il legame con quello che sento davvero, perché è da lì che parte tutto il mio lavoro. Allo stesso tempo, uscire dalle mie abitudini significa anche accettare l’incertezza e il fatto di non avere subito un risultato chiaro. Un’altra difficoltà è non cadere nella ripetizione: è facile tornare su ciò che già conosco perché è più sicuro. Reinventarmi, invece, richiede di mettermi in discussione continuamente e di accettare che non tutto funzionerà subito.
Hai nuovi progetti o direzioni artistiche che vuoi esplorare?
Sì, sento spesso il bisogno di esplorare nuove direzioni, anche se non le vedo come “progetti definiti” fin da subito, ma più come evoluzioni del mio linguaggio artistico. In questo momento mi interessa approfondire ancora di più il rapporto tra emozione e forma visiva, cercando modi sempre più diretti o anche più astratti per comunicare ciò che provo. Vorrei anche sperimentare tecniche o materiali diversi, proprio per uscire dalle abitudini e vedere come cambia il modo in cui le emozioni si trasformano nell’opera. Più che avere un percorso già definito, per me è importante restare in una fase di ricerca continua, lasciando che siano le esperienze e le emozioni a guidarmi verso nuove direzioni.
Descriviti in tre colori.
Se devo descrivermi in tre colori direi:
Il rosso, perché rappresenta la parte più intensa delle mie emozioni, quella più istintiva e profonda che spesso guida il mio modo di creare.
Il blu, perché richiama la mia dimensione più introspettiva e silenziosa, fatta di pensieri, riflessioni e anche difficoltà nell’esprimermi a parole.
E il bianco, perché è lo spazio in cui tutto può ancora nascere: per me rappresenta la ricerca, la possibilità di reinventarmi e di trasformare quello che sento in qualcosa di nuovo.