nata a Milano nel 1997, è una danzatrice, attrice, autrice, coreografa e modella attiva in diversi ambiti dello spettacolo, tra cui spettacoli dal vivo, spot, videoclip, docufilm, serie TV, film, programmi televisivi ed eventi. La sua visione dell’arte si fonda su una profonda esigenza espressiva: per lei rappresenta un respiro vitale, uno spazio autentico in cui la verità viene continuamente reinterpretata attraverso emozioni, visioni e punti di vista personali.
Fin da giovane avverte una forte sensazione di diversità e un percorso esistenziale segnato da sfide complesse, che affronta costruendo una solida identità fondata sul coraggio e sulla determinazione. Dopo aver cercato a lungo un luogo di appartenenza, trova nell’arte l’unico spazio capace di accoglierla pienamente, diventando così il centro della sua vita e della sua ricerca interiore.
Il suo linguaggio artistico nasce dall’incontro tra corpo, emozione e narrazione, sviluppandosi in una forma personale che definisce “danzautorato”, una fusione tra danza e racconto del mondo esterno. Attraverso il movimento riesce a esprimere la propria essenza più autentica, trasformando fragilità e paure in energia creativa e consapevolezza.
Il suo percorso è segnato da esperienze performative vissute nei contesti più diversi, dai palchi tradizionali agli spazi urbani e quotidiani, dove ogni esibizione diventa occasione di crescita e conferma del suo legame profondo con l’arte. La sua ricerca si muove costantemente tra introspezione e osservazione del reale, con l’obiettivo di restituire al pubblico una visione arricchita, capace di valorizzare ciò che spesso resta invisibile.
Alla danza si affianca la recitazione, che nel tempo diventa una componente fondamentale della sua espressione artistica: un mezzo attraverso cui esplorare identità multiple e raggiungere una dimensione completa, sia emotiva che fisica. Il suo lavoro si distingue per una continua tensione verso autenticità, unicità e verità espressiva, in contrasto con le dinamiche superficiali della contemporaneità.
Il percorso di Ylenia Mazzamuto Raviola si configura così come una ricerca in costante evoluzione, guidata dal desiderio di trasformare l’esperienza personale in linguaggio universale, dando forma a un’arte capace di toccare profondamente chi la incontra.
Cos’è per te la danza?
La danza rappresenta la mia prima finestra sull’universo scenico. Ha attraversato la mia timidezza vocale, lasciando la parola al mio corpo. Ha vestito le mie emozioni e mi ha resa riconoscibile, impattante, portatrice sana di consapevolezza.
Quando hai capito che l’arte sarebbe stata il tuo spazio di appartenenza più autentico?
L’arte ha sempre rappresentato un faro prezioso nella mia vita, abbracciando ogni sua sfumatura nel corso della mia crescita. Avevo una manciata di anni e impugnavo le matite per rappresentare le delusioni infantili. Successivamente fungevo da regista per spettacoli rigorosamente muti con cui riferivo a mia mamma i motivi dei miei malumori. A 7 anni ho calcato il mio primo palcoscenico. Magicamente, la mia cronica paura di apparire inadeguata agli occhi degli altri è stata sconfitta. Mi sono sentita parte di qualcosa di importante e, per citare il mio spettacolo, “ho conquistato un tassello di vita che non mi avrebbe più lasciata sola” … Così è stato!
Come nasce il concetto di “danzautorato” e in che modo unisce corpo, narrazione ed emozione?
Dopo aver conseguito il Diploma al Master di Alta formazione in Danza contemporanea, tutti i docenti che mi hanno accompagnata nel passaggio allieva-professionista hanno intravisto nella mia identità artistica una forte predisposizione al racconto. Effettivamente non ho mai tenuto nascosta la mia indole interpretativa. Seguendo il loro suggerimento e il mio desiderio di nutrire la mia formazione con quante più nozioni possibili, ho intrapreso il percorso della recitazione, prima come allieva e, poco dopo, come professionista. Danza e recitazione sono diventate tasselli imprescindibili del mio colore artistico, tanto da indurmi a creare un microcosmo che potesse inglobarle senza sacrificarle. Sono “gemelle eterozigoti” che partono dalla mia anima e traducono il mio vissuto nella lingua che umanizza la quotidianità: l’emozione.
In che modo le difficoltà personali hanno influenzato la tua ricerca artistica?
Le mie difficoltà personali sono state, credo, il motore della mia ricerca artistica. Se chiudo gli occhi e penso alle mie crepe primordiali, nella mia mente si delineano distese aride e increspate. L’arte ha irrigato i semi di speranza nascosti tra i nodi delle loro radici, fungendo da fonte inesauribile di consapevolezza e creatività.
Ti sei esibita in contesti molto diversi, anche non convenzionali: cosa cambia per te tra palco e spazio urbano?
Tendo a rendere “spazio urbano” anche i palchi più prestigiosi, abbattendo il più possibile la distanza spaziale e umana tra artista e spettatore. In linea di massima, tuttavia, cambia il valore che assume l’arte a seconda del contesto in cui si sviluppa. Per strada l’intrattenimento è, agli occhi degli spettatori, una parentesi fugace, effimera, leggera. È difficile proporre temi forti e conquistare il cuore di persone di passaggio. A teatro, al contrario, viene stipulato un contratto tacito tra i presenti, e gli spettatori si aspettano esperienze che stravolgano le loro esistenze. L’artista ha però, secondo il mio parere, la responsabilità di non discriminare i contesti più popolari a favore di quelli elitari; il mondo ha bisogno di arte vera, profonda, coraggiosa, sempre e ovunque.
La tua arte sembra partire da un nucleo interiore molto forte: come trasformi emozioni e fragilità in linguaggio scenico?
Il linguaggio scenico è la piattaforma più efficace per facilitare il processo di decifrazione dell’interiorità umana. Tutto è iniziato istintivamente, con la spontaneità di una bimba che aveva l’urgenza di liberarsi del peso delle sue inquietudini. Crescendo, ho affiancato la preziosa naturalezza ad uno studio tecnico accurato, così da trovare il giusto equilibrio nei contesti performativi. Non a caso ho scelto il metodo Chubbuck per affrontare le varie interpretazioni; si parte dal proprio vissuto e, attraverso passaggi dettagliati di ricerca interiore (fisica ed emotiva), è possibile trasmettere credibilità ed empatia. Le emozioni sono innumerevoli colori disposti su una tavolozza; sta all’artista capire come utilizzarle.
Che ruolo ha la recitazione nel tuo percorso rispetto alla danza?
Parlando per metafore, la recitazione rappresenta per me l’oceano in cui la danza è sfociata. Tutto il mio percorso artistico ritrae una direzione recitativa sempre più calcata. Il potere del racconto innalza il significato del mio movimento, e viceversa.
Quanto è importante per te l’autenticità in un mondo artistico spesso legato all’immagine e alle tendenze?
L’arte senza autenticità è solo una parola scritta e pronunciata, è un cuore senza battito, un corpo senza anima. L’immagine e le tendenze, secondo la mia ottica, sono il veleno che rende le proposte artistiche dei semplici veicoli d’intrattenimento. Con questo non discuto sull’importanza di accogliere le evoluzioni storiche, sociali e culturali e “contaminare” le radici primordiali con nuovi tasselli che abbraccino una crescita.
Quando crei, parti più dall’osservazione del mondo esterno o da un’esigenza interiore?
La mia creatività è un cocktail, rigorosamente analcolico per non tradire l’astemia, di quotidianità e urgenza interiore. Trovo che l’arte sia un impareggiabile respiro di vita, che si fonda sulla reinterpretazione della verità. Cerco spunti, punti di vista a cui attingere, sguardi magnetici, emozioni travolgenti. Le cerco nel mondo che attraverso, a partire da zone ardenti che mi abitano.
C’è un momento in cui hai sentito di aver trovato davvero la tua voce artistica?
Non ricordo un vero e proprio spartiacque tra la sopravvivenza nella rete dei creativi e il superpotere della riconoscibilità. Credo sia stato un crescendo graduale, seppur vertiginosamente veloce. L’unico sentore che potrebbe aver funto da indizio alla mia trovata chiave identitaria è stata una frase rivoltami dopo la mia prima esibizione da solista professionista; “Sei un grande dono e una leggenda che ha appena iniziato a dispiegarsi”! Come non rimanere colpiti dal peso di queste parole?!
Guardando al futuro, quali nuovi linguaggi o forme espressive vorresti esplorare?
Penso di aver sperimentato praticamente tutte le forme espressive esistenti, ma per rispondere con cognizione di causa direi che mi piacerebbe approfondire le mie competenze canore. Ho appreso qualche nozione di musica e canto in passato; prima alle elementari, quando ho imparato a leggere gli spartiti e suonare il flauto, e poi nel periodo in cui ho lavorato per una compagnia teatrale che considerava la musica il fulcro delle rappresentazioni. Successivamente ho scelto di dare priorità alle mie due discipline di appartenenza (la danza e la recitazione), ma non nego che quando lavoro per i cantanti cerco di assorbire tutte le indicazioni tecniche che si scambiano.
Descriviti in tre parole:
Passionale, sensibile, creativa.