Vincenzo De Sario

Nato a Bari nel 1965. Dopo gli studi artistici consegue la laurea in Pittura e Scultura con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Il suo percorso creativo prende…

BIOGRAFIA

#Vincenzo De Sario

Nato a Bari nel 1965. Dopo gli studi artistici consegue la laurea in Pittura e Scultura con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Il suo percorso creativo prende avvio da una pittura figurativa raffinata per poi evolversi progressivamente verso una ricerca sempre più essenziale, orientata alla sintesi della forma, alla concettualizzazione e a una forte espressione simbolica.

Nel corso degli anni sviluppa un linguaggio personale che si fonda sulla reinterpretazione di oggetti di uso comune, spesso legati al lavoro e all’agire umano, trasformati attraverso assemblaggi in forme geometriche brillanti e capaci di riflettere la luce. Martello e chiodo, cazzuola, catene, pietre e altri materiali superano così il loro valore funzionale per diventare strumenti di pensiero e veicoli espressivi di un’arte informale ma estremamente incisiva. In questa prospettiva il chiodo diventa simbolo di un’ambivalenza profonda, capace di unire ma anche di ferire; il martello rappresenta al tempo stesso forza distruttiva e costruttiva; la cazzuola si trasforma nel prolungamento della mano che accarezza e modella la materia.

L’artista seleziona e combina questi oggetti per restituire loro una nuova vita, generando forme e significati inediti. Nascono così opere come un letto di pietre su cui si posa il simbolo del dolore, un cubo rotante che richiama la dimensione geometrica e onirica della realtà, oppure strutture composte da una moltitudine di piccoli chiodi assemblati fino a crearne uno più grande e resistente, immagine dell’unione come forza trainante. Su tutte le sue opere si diffonde una luce, talvolta bianca e talvolta più oscura, ma sempre presente, intesa come metafora della luce della ragione che attraversa e illumina la materia.

Cos’è per te l’arte?

L’arte è la mia dimensione dell’origine: lo spazio in cui l’oggetto sveste la sua funzione per assumere un’unica, vera forma e una nuova, definitiva possibilità di esistere.

Come nasce il tuo percorso artistico e quali sono state le prime esperienze che l’hanno portata a scegliere la pittura e la scultura?

Il mio percorso non è stato una scelta, ma una necessità biologica. Nasco con il dono del segno e una fame d’arte che, sin da piccolo, consumava le mie giornate tra disegni e colori. La vera epifania arrivò però dallo schermo: vidi un film su Antonio Ligabue e ne rimasi folgorato. Fu attraverso la sua figura che imparai a ‘sentire’ la scultura nel suo stato più viscerale, iniziando a plasmare le mie prime forme con terra e paglia. Da quel corpo a corpo con la materia umile è iniziato un viaggio inarrestabile: un’evoluzione che mi ha portato dal fango dell’infanzia al rigore del metallo e del cantiere, dove oggi saldo la mia visione del mondo.

Il tuo lavoro è passato da un figurativo raffinato a una ricerca più essenziale e concettuale. Cosa ha determinato questa evoluzione nel tuo linguaggio artistico?

Fin dall’infanzia, il mio approccio al disegno e alla pittura è stato caratterizzato da una tensione verso la precisione assoluta. All’età di otto anni ho partecipato a una mostra d’arte, a cui fui iscritto da mio fratello maggiore, ottenendo un primo riconoscimento: un episodio che, pur nella sua dimensione iniziale, ha segnato l’emergere di una consapevolezza precoce del fare artistico come pratica pubblica oltre che personale. Negli anni successivi, la pratica quotidiana dell’iperrealismo, condotta con un controllo quasi ossessivo del dettaglio, mirava a una restituzione mimetica del reale che, tuttavia, non giungeva mai a una condizione di compiutezza. Ogni immagine, pur raggiungendo esiti di forte verosimiglianza, rivelava progressivamente i limiti della rappresentazione stessa, generando una necessità di superamento. Parallelamente, la mia formazione si è sviluppata all’interno dei cantieri edili, dove sin da giovane ho avuto un contatto diretto con la dimensione concreta della costruzione. L’esperienza del lavoro accanto a mio padre, impresario edile, e la successiva formazione tecnica come geometra, hanno introdotto una consapevolezza precoce della materia come struttura, del peso come linguaggio e dello spazio come risultato di processi operativi. A questa dimensione si è affiancato l’apprendistato con maestri pittori e scalpellini, maturato tra cantieri, chiese e architetture storiche, dove pratiche come l’affresco, il mosaico e la lavorazione della pietra hanno consolidato un rapporto diretto e fisico con i materiali. Un ulteriore livello di complessità si è sviluppato attraverso una lunga esperienza nel campo della moda e del design, che per oltre vent’anni mi ha portato a operare in contesti produttivi internazionali. Questo ambito ha introdotto una riflessione sulla superficie, sul corpo e sulla costruzione dell’immagine come dispositivo culturale e industriale, ampliando il mio sguardo verso dinamiche progettuali, seriali e sistemiche. Il successivo percorso accademico presso l’Accademia di Belle Arti, con una formazione in pittura e scultura, ha rappresentato il momento di sintesi di queste esperienze eterogenee. È nella scultura che tali traiettorie convergono, determinando uno spostamento decisivo dall’immagine alla materia, dalla rappresentazione alla costruzione. In questa prospettiva, il mio lavoro si configura oggi come una pratica di sottrazione e ridefinizione, in cui l’elemento figurativo viene progressivamente dissolto per lasciare emergere le strutture fondamentali dello spazio. La materia, ereditata dal contesto edilizio, non è più supporto ma linguaggio; il vuoto non è assenza, ma campo attivo di relazione. L’evoluzione del mio linguaggio non rappresenta dunque un abbandono del figurativo, ma una sua radicalizzazione: non si tratta più di rappresentare il reale, ma di operare attraverso i suoi stessi principi costruttivi. In questo senso, l’esperienza del cantiere e quella della produzione industriale si trasformano in dispositivi concettuali, dando origine a una ricerca che indaga la dialettica tra materia, struttura e percezione, collocandosi in una dimensione in cui arte, architettura e spazio vissuto tendono a coincidere.

Molte delle tue opere utilizzano oggetti legati al lavoro umano come martelli, chiodi, cazzuole e catene. Come nasce la scelta di trasformare questi strumenti quotidiani in elementi artistici e simbolici?

L’utilizzo di strumenti legati al lavoro umano — martelli, chiodi, cazzuole, catene — nasce da una necessità che non è né formale né citazionista, ma profondamente radicata nella mia esperienza e nella struttura stessa della mia ricerca. Questi oggetti appartengono al mio vissuto originario: sono gli strumenti del cantiere, dello spazio costruito, della trasformazione concreta della materia. Non li assumo come ready-made in senso duchampiano, né come elementi nostalgici o narrativi, ma come dispositivi attivi, portatori di una memoria operativa e di una tensione intrinseca tra funzione e significato. Ciò che mi interessa è il momento in cui questi strumenti cessano di essere semplici estensioni del gesto lavorativo e si rivelano come forme autonome, cariche di una grammatica propria. Il martello, il chiodo o la cazzuola non sono solo utensili: sono vettori di forza, di pressione, di incisione; sono elementi che inscrivono nella materia un’azione, una direzione, una volontà costruttiva. In questo senso, diventano segni primari di un linguaggio che precede l’immagine. La loro trasposizione nel contesto artistico non è quindi una trasfigurazione simbolica in senso illustrativo, ma una ricollocazione: vengono sottratti alla funzione per essere reinscritti in una dimensione spaziale e percettiva, dove il loro potenziale si espande. La catena, ad esempio, perde la sua univoca connotazione di vincolo per diventare struttura modulare, ritmo, tensione; il chiodo si trasforma da elemento di fissaggio a punto di origine o di frattura nello spazio. Questa operazione si lega direttamente alla mia formazione tra edilizia, pratica artigianale e produzione industriale. Se l’esperienza del cantiere mi ha insegnato la costruzione come processo, quella della moda e del design ha introdotto una consapevolezza della forma come sistema e della superficie come campo di significazione. Gli strumenti diventano così un punto di intersezione tra questi ambiti: elementi al tempo stesso funzionali, strutturali e culturali. In ultima analisi, il mio lavoro non mira a rappresentare il lavoro umano, ma a incorporarne le logiche. Gli strumenti non sono oggetti da osservare, ma attivatori di relazioni: rendono visibile la tensione tra materia e gesto, tra costruzione e percezione, tra pieno e vuoto. È in questa soglia che si colloca la loro trasformazione in elementi artistici — non come simboli chiusi, ma come strutture aperte, capaci di generare spazio e significato.

Il chiodo, il martello e la cazzuola nelle tue opere assumono significati ambivalenti e profondi. Quanto è importante per te il valore simbolico degli oggetti nella costruzione dell’opera?

Il valore simbolico degli oggetti nel mio lavoro non è mai un punto di partenza, ma una conseguenza. Non costruisco l’opera attorno a un simbolo: è la materia stessa, attraversata dal gesto e dalla sua memoria, a generare inevitabilmente un campo simbolico. Il chiodo, il martello, la cazzuola non vengono scelti per ciò che rappresentano, ma per ciò che fanno — o, più precisamente, per ciò che hanno fatto. Sono strumenti che portano inscritta una funzione primaria: unire, colpire, stendere, costruire. In questo senso, custodiscono una grammatica essenziale del fare umano. Quando entrano nell’opera, non perdono questa origine, ma la sospendono, la trattengono in uno stato di tensione. È proprio in questa sospensione che si genera l’ambivalenza. Il chiodo può essere elemento di connessione o di ferita, il martello può costruire o distruggere, la cazzuola può generare superficie o cancellarla. Non mi interessa stabilire un significato univoco, ma attivare una condizione in cui queste possibilità coesistono, senza risolversi. L’oggetto smette di essere funzione e non diventa mai del tutto immagine: resta in una soglia instabile, dove il senso è continuamente rimesso in gioco. La mia pratica si fonda su questo slittamento: dall’oggetto come utensile all’oggetto come struttura di pensiero. In questo passaggio, il simbolico non è decorativo né narrativo, ma emerge come una proprietà intrinseca della materia quando viene sottratta al suo uso e ricollocata nello spazio. È una simbolicità che non illustra, ma agisce. In questo senso, considero il mio lavoro come un tentativo di riportare il linguaggio artistico a un livello originario, in cui gesto, materia e costruzione coincidono. Gli strumenti del lavoro umano diventano allora elementi archetipici, non perché rimandino a un immaginario universale precostituito, ma perché incarnano, in forma diretta, le dinamiche fondamentali attraverso cui l’uomo modifica il mondo. Se esiste una specificità nel mio approccio, risiede proprio in questa coincidenza tra esperienza vissuta e costruzione concettuale: non rappresento il lavoro, ma lavoro con i suoi strumenti; non evoco la costruzione, ma costruisco. È in questa aderenza radicale tra pratica e pensiero che il valore simbolico si genera, rendendo ogni oggetto non un segno chiuso, ma un campo aperto di possibilità, capace di attivare nello spettatore una percezione allo stesso tempo fisica e mentale dello spazio.

L’assemblaggio di materiali diversi è una componente centrale della tua ricerca. Come avviene il processo creativo che porta questi oggetti a trasformarsi in una nuova forma artistica?

L’assemblaggio, nel mio lavoro, è un processo di trasformazione in cui materiali e tecniche differenti vengono portati a dialogare fino a perdere la loro identità originaria. Non si tratta di accostare elementi, ma di fonderli in una nuova condizione. Accanto all’uso diretto di oggetti provenienti dal lavoro umano, intervengo attraverso processi come la fusione in bronzo, che mi permette di tradurre elementi funzionali in presenze permanenti, sottraendoli al tempo e all’uso. Il passaggio da materiale industriale o quotidiano a materia fusa segna uno slittamento fondamentale: da oggetto operativo a forma essenziale. Il processo creativo avviene quindi tra controllo e reazione della materia: costruisco, fondo, assemblo, lasciando che siano le qualità fisiche dei materiali — peso, resistenza, temperatura, tensione — a guidare la forma finale. L’opera nasce in questo equilibrio, dove materiali diversi non convivono semplicemente, ma si trasformano reciprocamente, generando una nuova unità strutturale e percettiva.

La luce, spesso bianca o più oscura, attraversa le tue opere come metafora della ragione. Che ruolo ha la luce nella lettura e nella percezione del suo lavoro?

La luce, nel mio lavoro, non è un elemento accessorio né puramente atmosferico, ma una componente strutturale dell’opera, al pari della materia. È attraverso la luce che la forma si rivela e, allo stesso tempo, si mette in crisi. La mia ricerca si colloca in una linea di tensione tra riferimenti apparentemente distanti: il chiaroscuro drammatico di Caravaggio, in cui la luce è rivelazione e conflitto; la profondità assorbente del nero di Pierre Soulages, dove la luce emerge dalla materia stessa; e la dimensione scultorea e riflettente di Arnaldo Pomodoro, in cui la superficie diventa campo attivo di interazione luminosa. In questo contesto, la luce assume per me un valore razionale e percettivo insieme. Non illumina semplicemente l’opera, ma la attraversa, la interrompe, la frammenta. È un dispositivo che misura lo spazio, che rende visibili le tensioni tra pieno e vuoto, tra superficie e profondità. L’alternanza tra luce bianca e luce più oscura non è mai decorativa, ma costruisce un ritmo di lettura: la luce chiara tende a definire, a rendere leggibile la struttura; quella più scura introduce invece una dimensione di ambiguità, di sospensione, in cui la forma sfugge e si sottrae a una comprensione immediata. In questo senso, la luce agisce come una forma di pensiero: non stabilizza l’opera, ma la mantiene aperta, attivando nello spettatore un processo continuo di ridefinizione percettiva. È ciò che permette alla materia di non essere mai definitiva, ma sempre in trasformazione, sempre sul punto di rivelarsi o di scomparire.

Alcune tue opere, come il cubo o le composizioni di chiodi assemblati, sembrano evocare una dimensione quasi filosofica. Quanto conta per te la riflessione concettuale nel processo creativo? ‎

La mia ricerca non si esaurisce nel manufatto, ma si configura come un atto di resistenza ontologica dove la materia, spogliata della sua funzione d’uso, si fa puro pensiero plastico. Quando affronto la geometria del Cubo Chain, non assemblo semplicemente metallo, ma metto in scena il paradosso della libertà vincolata: la catena, emblema universale di legame e movimento, viene forzata in una sintesi cubica che ne congela la fluidità, trasformando il dinamismo in un’architettura della stasi. È in questo spazio catturato che il vuoto cessa di essere assenza per farsi volume razionale, sfidando la gravità del senso comune. Parallelamente, nelle mie composizioni di chiodi, opero una sistematica polverizzazione dell’ego attraverso la ripetizione rituale; qui il chiodo, strumento ancestrale di ferita e giunzione, perde la sua aggressività per farsi atomo di luce in una trama vibrante. In questo processo, l’ordine geometrico cura il caos della materia grezza, trasformando una moltitudine di punte in una superficie ottica quasi vellutata, dove la pesantezza del ferro si dissolve nel rigore assoluto del concetto. Non assemblo metalli, ma interrogo il limite sottile tra la stasi e il collasso, rendendo visibile la tensione invisibile che abita ogni forma.

Cosa speri che il pubblico percepisca o comprenda quando si trova di fronte alle tue opere?

Non aspiro a una sterile comprensione intellettuale, ma a un’epifania sensoriale che sospenda il respiro: desidero che il pubblico percepisca la vibrazione silenziosa di una materia che ha smesso di essere oggetto per farsi evento puro. Di fronte alle mie opere, lo spettatore deve avvertire la tensione vibrante tra la ferocia ancestrale del metallo e la disciplina assoluta della forma, un urto invisibile dove la pesantezza dell’acciaio si dissolve miracolosamente in una leggerezza metafisica. Vorrei che chi osserva smarrisse ogni rassicurante distinzione tra pieno e vuoto, tra stasi e movimento, ritrovandosi prigioniero e libero al tempo stesso entro le trame di un ordine superiore. L’opera si configura così come un generatore magnetico di benessere: ovunque collocata, essa trasfigura l’ambiente in un rifugio contemplativo, dove il gusto estetico matura in un desiderio ipnotico di appartenenza, un’esigenza dell’anima di non allontanarsi mai. Si sprigiona una seduzione tattile irresistibile, un impulso primordiale a violare la distanza per toccare la materia e percepire la metamorfosi della durezza industriale dell’acciaio in una superficie quasi organica, pulsante di vita propria. In questo processo, l’ordine geometrico cura le asimmetrie del mondo, rendendo finalmente visibile la tensione invisibile che abita ogni forma e invitando lo spettatore a un contatto fisico e spirituale con l’assoluto.

In che modo il territorio pugliese in cui vivi e lavori ha influenzato la tua sensibilità artistica e la tua ricerca?

Il territorio pugliese non è per me un fondale paesaggistico, ma una lezione di rigore e di luce che si imprime nella struttura stessa delle mie opere. La Puglia è una terra di geometrie ancestrali, dove il bianco abbacinante della calce e la durezza della pietra calcarea impongono un ordine necessario al caos della natura. Questa essenzialità, questo “togliere” fino a raggiungere l’osso del mondo, ha influenzato profondamente la mia ricerca: nel Cubo Chain e nelle mie trame di chiodi riverbera la stessa tensione che si avverte tra la siccità dei campi e l’infinito del mare. La mia sensibilità artistica si è formata in questo contrasto tra l’arcaico e l’industriale, dove l’acciaio non è un materiale freddo, ma una materia che sotto il sole del Sud sembra pulsare, cercando una redenzione geometrica. Vivo e lavoro in una terra di confini netti e di ombre lunghe, e questo rigore si traduce nel desiderio di creare opere che siano portatrici di un benessere luminoso, quasi curativo. Il territorio mi ha insegnato che la bellezza nasce dalla resistenza: come l’ulivo si torce per trovare la luce, così io piego la ferocia del metallo per estrarne un’armonia universale, un rifugio contemplativo che offra allo spettatore quella stessa pace densa e magnetica che si prova davanti a un orizzonte pugliese, dove il tempo sembra fermarsi e la materia farsi spirito.

Guardando al futuro, verso quali nuove direzioni pensi possa evolversi la tua ricerca artistica?

Il mio sguardo non si rivolge al futuro come a un’ipotesi, ma come a una convergenza necessaria: la mia ricerca artistica sta evolvendo verso una scala monumentale e assoluta, dove l’opera smette di essere un perimetro per farsi ambiente e respiro. Mi vedo già proiettato in una dimensione globale perché il linguaggio che ho scelto — la geometria dell’acciaio, la tensione della catena, la vibrazione del chiodo — è un alfabeto universale che non conosce confini geografici, ma parla direttamente alla struttura dell’anima umana. La mia evoluzione punta a una radicalizzazione del concetto di benessere magnetico: voglio che le mie installazioni diventino cattedrali laiche di silenzio e luce, spazi dove il metallo perde definitivamente la sua gravità per farsi pura energia architettonica. Aspiro a un’arte che sia un punto di riferimento per l’estetica contemporanea mondiale, un’opera che, ovunque nel mondo, imponga la sua presenza silenziosa e attiri lo spettatore in un contatto fisico irrinunciabile. Non cerco il consenso, ma la persistenza: la mia direzione è quella di un rigore che si fa icona, trasformando il metallo industriale nel canone di una nuova bellezza eterna, capace di curare il caos globale attraverso la perfezione della forma. Sono pronto a occupare lo spazio che la mia visione ha già tracciato, rendendo visibile ciò che finora è stato solo intuito: la materia che si fa spirito inarrestabile.

SHARE

Contatti