Vincenzo Bergamasco nasce a Venosa, in Basilicata, il 18 febbraio del 1982, da sempre curioso ed appassionato d’arte, occasionalmente si interessa anche di fotografia. I suoi scatti raccontano i luoghi e le persone che lo circondano, prediligendo una fotografia di reportage, spontanea e veritiera.
L’attività di restauro e di artigianato lo accompagnano in particolar modo negli ultimi anni, l’approccio artigianale è quello del riutilizzo di materiali di scarto, in perfetta linea con la grande attenzione che questo periodo storico sta dando alla sostenibilità.
L’artista con le sue opere vuole dare risalto ad una realtà quotidiana composta da dettagli che molto spesso si tende a sottovalutare, proprio per questo l’utilizzo di materiali di riciclo che dovrebbero aver finito la loro vita, invece vengono reinventati e ricollocati nel mondo, trovando nuovi impieghi e utilizzi.
La rappresentazione è quella del vissuto, dei personaggi che lo circondano e hanno in qualche modo fatto parte del suo percorso di vita e culturale – il cuoco, ad esempio, ricorda il periodo scolastico e la scuola alberghiera, da qui il grande amore anche per la cucina.
Dal punto di vista artistico Vincenzo si avvicina molto alla corrente del dadaismo, quindi davanti ad una ricerca costante della libertà creativa per la quale vengono utilizzati tutti i materiali e le forme disponibili. Molte opere sono state esposte durante mostre collettive e in svariate gallerie d’arte, lo scopo è quello di sensibilizzare ed educare sempre di più alla sostenibilità, al riciclo e soprattutto al saper “guardare oltre”.
Cos’è per te l’arte?
L’arte è libertà.
Come nasce l’idea di dare nuova vita ai materiali di scarto e quando hai capito che il riuso sarebbe diventato un elemento centrale del tuo linguaggio artistico?
L’idea nasce cinque o sei anni fa, mentre ripulivo una vecchia cantina. Pensai: perché non unire tutti questi oggetti inutilizzati, dando loro un nuovo uso all’interno di un’opera unica e originale, realizzata con tecnica mista? È stato in quel momento che il riuso è diventato l’elemento centrale del mio linguaggio artistico.
In che modo il tuo percorso nel restauro e nell’artigianato ha influenzato il tuo approccio creativo e il rapporto con la materia?
Il mio percorso è stato fortemente influenzato dalla creatività e dalla volontà di non inquinare ulteriormente questo mondo. Dare vita, o meglio una seconda possibilità, a ciò che è stato scartato è naturale per me, anche perché mi considero un artigiano artistico.
La fotografia di reportage è parte del tuo cammino artistico: quanto incide lo sguardo fotografico nella costruzione delle tue opere tridimensionali?
Fin da piccolo amavo immortalare momenti, paesaggi e situazioni, acquisendo uno sguardo particolare sulla materia. La fotografia è molto importante nel mio percorso perché amo inserire le mie opere in contesti reali, portandole in giro per città marittime e centri urbani, facendole viaggiare come se fossero persone reali.
I personaggi che rappresenti sembrano provenire dal vissuto quotidiano: quanto c’è di autobiografico nelle tue opere e quanto invece di osservazione sociale?
Ogni personaggio ha un nome e una storia. Da qui nasce l’idea del teatro bottega, sviluppata insieme a Lucia Ciriello, una mia amica che scrive monologhi teatrali, passando così dalla creazione all’animazione.
“La gitana e i suoi ragazzi sperduti” racchiude una narrazione forte: che tipo di storia volevi raccontare attraverso questo lavoro?
La gitana è intesa come la madre di tutti i personaggi, una sorta di Madre Terra catapultata in un mondo parallelo e surreale, un po’ come nella favola di Peter Pan.
Il tema della sostenibilità è centrale nel tuo percorso: pensi che l’arte oggi abbia una responsabilità etica oltre che estetica?
Il tema della sostenibilità è molto importante, ma più che insegnarlo è un flusso di energia spontanea che aiuta a esprimersi, dando il meglio di sé senza seguire schemi prestabiliti.
Qual è il momento più delicato del tuo processo creativo: l’ideazione, la scelta dei materiali o l’assemblaggio finale?
Il momento più delicato è l’assemblaggio finale; il resto nasce in modo spontaneo.
Cosa speri che il pubblico colga osservando le tue opere da vicino, soffermandosi sui dettagli e sui materiali utilizzati?
Spero che il pubblico, come già è successo, non si fermi solo sui dettagli, ma sui materiali riutilizzati e sulla nuova vita che viene loro data.
Descriviti in tre parole.
Innovazione, energia positiva, resilienza.