Vanessa Lapolli Medeiros

italo-brasiliana, è giornalista e attivista impegnata nella tutela dei diritti delle donne. Collabora con il progetto Binario Uno contro la Violenza, una realtà attiva nella prevenzione e nel contrasto della…

BIOGRAFIA

#Vanessa Lapolli Medeiros

italo-brasiliana, è giornalista e attivista impegnata nella tutela dei diritti delle donne. Collabora con il progetto Binario Uno contro la Violenza, una realtà attiva nella prevenzione e nel contrasto della violenza di genere, contribuendo alla promozione di iniziative rivolte soprattutto ai giovani e al mondo della scuola.

Attraverso incontri, testimonianze e laboratori, partecipa alla diffusione di strumenti concreti utili a riconoscere i segnali della violenza, favorendo la costruzione di relazioni fondate sul rispetto reciproco, sull’empatia e sull’ascolto. Il suo impegno è orientato a formare nuove generazioni più consapevoli, capaci di individuare situazioni di rischio, rompere il silenzio e sapere a chi rivolgersi per chiedere aiuto.

Parallelamente, prende parte e organizza conferenze, eventi pubblici e iniziative di sensibilizzazione in diversi Paesi europei, collaborando con istituzioni, consolati, ambasciate, associazioni e personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e dello sport. Attraverso il dialogo e la condivisione di esperienze, contribuisce a diffondere una maggiore consapevolezza su un tema di grande rilevanza sociale, promuovendo il riconoscimento di ogni forma di violenza e il sostegno alle vittime.

Con il suo lavoro, Vanessa Lapolli Medeiros contribuisce a rafforzare una rete di prevenzione e supporto che pone al centro la dignità della persona, l’educazione al rispetto e la costruzione di una società più inclusiva e libera dalla violenza.

Cos’è per te l’impegno sociale e quando hai capito che la tutela dei diritti delle donne sarebbe diventata una parte importante del tuo percorso?

Per me l’impegno sociale è prima di tutto una responsabilità umana. Significa non voltarsi dall’altra parte davanti alla sofferenza, trasformare l’indignazione in azioni concrete e mettere la propria voce al servizio di chi fatica a trovare la propria. Il mio percorso è iniziato nel 2019, quando ho compreso che anche la mia storia personale poteva diventare uno strumento di sensibilizzazione e di speranza. Nel corso della mia vita ho conosciuto diverse forme di violenza, ma sono riuscita a superarle e a ricostruire la mia vita. Oggi sono una donna realizzata, ho studiato molto, svolgo un lavoro che amo e sono madre di un figlio meraviglioso. Ho costruito una vita che, nei momenti più difficili, non avrei mai immaginato possibile. È stata proprio questa consapevolezza a spingermi a impegnarmi per i diritti delle donne e delle bambine, trasformando la mia esperienza in una testimonianza di rinascita. Desidero che ogni donna che vive una situazione di violenza sappia che esiste una possibilità di ricominciare. Oggi rappresento Sinal Vermelho in Europa e in Italia e sono ambasciatrice del progetto Binario Uno contro la Violenza. Sono esperienze che mi hanno insegnato che l’attivismo non si misura soltanto attraverso gli eventi organizzati o le parole pronunciate, ma soprattutto attraverso le persone che riusciamo ad aiutare.

In che modo le tue radici italo-brasiliane hanno influenzato la tua sensibilità verso i temi sociali e i diritti delle donne?

Le mie radici italo-brasiliane rappresentano una parte fondamentale della mia identità. Sono nata e cresciuta in Brasile, i miei nonni sono del Veneto e della Basilicata, ma vivo in Italia da oltre vent’anni. Porto dentro di me due culture che hanno contribuito a formare la donna che sono oggi. Vivere tra due Paesi mi ha insegnato a guardare il mondo da prospettive differenti, a riconoscere il valore delle diversità e a comprendere quanto il contesto culturale possa influenzare la vita delle persone, soprattutto delle donne. Ho imparato che, pur nelle differenze sociali e culturali, esistono difficoltà che accomunano moltissime donne, indipendentemente dalla loro nazionalità, dalla condizione economica o dal livello di istruzione. La violenza non conosce confini geografici e non ha un passaporto. E proprio per questo credo profondamente nell’importanza di costruire ponti tra culture, istituzioni e persone.

Quanto può essere importante il giornalismo nel raccontare la violenza di genere senza trasformarla soltanto in un fatto di cronaca?

Per me giornalismo e attivismo sono due percorsi distinti, ma profondamente legati dal valore della responsabilità verso la verità e verso le persone. Come giornalista e vicedirettrice di Milano Etno TV, credo che l’informazione debba andare oltre la semplice notizia. Raccontare significa anche approfondire, contestualizzare e aiutare le persone a comprendere realtà che troppo spesso rimangono invisibili. Il giornalismo mi permette di raggiungere un pubblico più ampio, mentre l’attivismo mi porta a conoscere da vicino storie, fragilità e situazioni che meritano attenzione. Credo sia fondamentale raccontare la violenza con rispetto, senza spettacolarizzare il dolore e senza dimenticare la dignità delle vittime.

Che cosa rappresenta per te l’esperienza con il progetto Binario Uno contro la Violenza?

Con Binario Uno è stato “amore a prima vista”. Questo progetto ha letteralmente rubato il mio cuore e rappresenta per me un percorso di sensibilizzazione che mette al centro la dignità umana, il rispetto e la prevenzione. Ogni incontro mi conferma che parlare di violenza non significa rivolgersi soltanto ai ragazzi. Significa coinvolgere gli uomini come società civile, le famiglie, le scuole e tutta la comunità. Ciò che mi emoziona maggiormente è vedere diversi adolescenti unirsi intorno allo stesso messaggio. La lotta contro ogni forma di violenza non deve dividere uomini e donne, ma unirli nella difesa di un valore che appartiene a tutti: il rispetto della vita.

Quanto è importante parlare di prevenzione della violenza di genere già nelle scuole e coinvolgere direttamente le nuove generazioni?

La considero fondamentale. Se vogliamo davvero prevenire la violenza, dobbiamo cominciare dall’educazione, molto prima che si manifestino comportamenti pericolosi. La scuola, insieme alla famiglia, ha una responsabilità straordinaria nella formazione delle nuove generazioni. Dobbiamo insegnare ai bambini e agli adolescenti il valore dell’empatia, del consenso, della libertà individuale e del rispetto delle differenze. Ma soprattutto dobbiamo insegnare loro a riconoscere le emozioni, a gestire i conflitti e ad accettare un rifiuto senza viverlo come un’umiliazione. Credo che educare al rispetto non significhi soltanto prevenire la violenza sulle donne. Significa contrastare anche il bullismo, la discriminazione e ogni forma di sopraffazione. Non possiamo continuare a intervenire soltanto sulle conseguenze della violenza. Dobbiamo avere il coraggio di lavorare sulle sue radici.

Durante gli incontri con i giovani, quali sono le domande o le reazioni che ti hanno colpita maggiormente?

Le reazioni che mi colpiscono maggiormente non arrivano quasi mai durante gli incontri pubblici, ma nei momenti più informali, durante una pausa, davanti a un caffè o semplicemente quando ci si ritrova a parlare lontano dagli sguardi degli altri. È proprio allora che alcuni ragazzi trovano il coraggio di avvicinarsi e raccontarmi esperienze personali, situazioni che stanno vivendo o comportamenti che, fino a quel momento, non avevano riconosciuto come segnali di una relazione potenzialmente violenta. A volte mi raccontano di aver sempre considerato la gelosia una dimostrazione d’amore, senza rendersi conto che dietro certe attenzioni possono nascondersi forme di controllo, possessività e manipolazione. Sono momenti che mi emozionano profondamente, perché comprendo quanto sia importante creare uno spazio di fiducia, nel quale i giovani possano sentirsi liberi di esprimersi. E soprattutto mi confermano che la sensibilizzazione può davvero aiutare una persona a guardare la propria realtà con occhi diversi.

Durante i tuoi incontri pubblici, c’è una testimonianza o un momento che ti ha colpito particolarmente?

Ho ascoltato molte testimonianze che porto nel cuore, ma una in particolare mi ha profondamente segnata. Durante una mia iniziativa contro la violenza sulle donne a Milano, una giovane modella brasiliana, all’epoca incinta, era stata invitata a partecipare e a portare la propria voce. Ascoltando il mio intervento e quello delle altre donne, ha improvvisamente riconosciuto nella propria vita i segnali di una grave violenza psicologica. Proprio in quel momento ha compreso di trovarsi in pericolo e di avere bisogno di aiuto. È stato un momento di emozione indescrivibile. Ci siamo alzate tutte per abbracciarla. In quell’abbraccio c’erano solidarietà, comprensione e la forza di donne che, pur avendo storie diverse, si riconoscevano nel dolore e nella speranza. Successivamente ha ricevuto un aiuto concreto ed è riuscita a uscire da quella situazione. Oggi è mamma di una bambina meravigliosa e sta costruendo una nuova vita.

Quali sono i primi segnali di una relazione violenta o potenzialmente pericolosa che, secondo te, ragazze e ragazzi dovrebbero imparare a riconoscere?

Credo che una delle difficoltà maggiori sia riconoscere quelle forme di violenza che non lasciano segni visibili. Molti giovani crescono ancora confondendo la gelosia con l’amore, il controllo con la protezione e il possesso con l’interesse. Frasi come “lo faccio perché ti amo” possono nascondere comportamenti profondamente sbagliati. Oggi anche il mondo digitale ha un ruolo importante. Controllare il telefono del partner, pretendere password, imporre limitazioni o umiliare qualcuno sui social non sono dimostrazioni d’amore. Da madre di un ragazzo adolescente, sento questa responsabilità ancora più profondamente. Voglio che mio figlio cresca sapendo che amare significa rispettare la libertà dell’altro, non limitarla. Dobbiamo insegnare ai ragazzi che la forza non sta nel dominare qualcuno, ma nel saper rispettare, ascoltare e riconoscere la dignità di ogni persona.

Quanto contano l’educazione all’affettività, il rispetto reciproco e l’ascolto nella prevenzione della violenza?

Credo che siano le fondamenta di qualsiasi relazione sana. Educare all’affettività significa insegnare ai giovani non soltanto a riconoscere i propri sentimenti, ma anche a comprendere e rispettare quelli degli altri. Significa imparare che amare qualcuno non vuol dire possederlo, che un rifiuto deve essere rispettato e che nessuna relazione può giustificare il controllo, l’umiliazione o la paura. La famiglia e la scuola hanno un ruolo fondamentale, ma credo soprattutto nella forza dell’esempio. Non possiamo chiedere ai ragazzi di rispettarsi se poi, nella vita quotidiana, assistono a comportamenti che trasmettono il messaggio opposto. L’educazione all’affettività non dovrebbe essere considerata un argomento secondario, ma una parte essenziale della formazione umana. Una società meno violenta comincia anche dal modo in cui insegniamo ai nostri figli ad amare.

Perché, ancora oggi, per molte vittime è così difficile rompere il silenzio e chiedere aiuto?

Troppe donne hanno paura di raccontare ciò che vivono perché temono di non essere credute, di essere colpevolizzate o di non trovare un sostegno concreto. Non tutte le persone riescono a raccontare il proprio dolore. A volte per paura, altre per vergogna, altre ancora perché hanno smesso di credere che qualcuno possa ascoltarle davvero. Dobbiamo smettere di chiedere a una donna perché non se ne sia andata prima e cominciare a chiederci quali ostacoli le abbiano impedito di farlo in sicurezza. Uscire dalla violenza non è sempre semplice. Può significare affrontare paura, dipendenza economica, isolamento e preoccupazione per i figli.

Nel tuo lavoro incontri istituzioni, associazioni e personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e dello sport. Quanto è importante creare una rete comune per affrontare concretamente il problema della violenza di genere?

Credo profondamente che nessuno possa affrontare da solo un problema così complesso e radicato nella società. La violenza di genere non riguarda soltanto le vittime o le associazioni che se ne occupano. È una responsabilità collettiva che deve coinvolgere istituzioni, scuole, professionisti, mondo dell’informazione, cultura, spettacolo e sport. Credo che ogni settore possa offrire qualcosa di importante. Lo sport può raggiungere i giovani attraverso i valori del rispetto e del gioco di squadra. L’arte e lo spettacolo possono sensibilizzare un pubblico ampio. Le istituzioni possono mettere a disposizione strumenti di tutela e prevenzione. Ma per me la collaborazione deve andare oltre la partecipazione a un evento o a una campagna di sensibilizzazione. Tra i progetti che porto nel cuore c’è anche l’idea di creare a Milano un punto di riferimento dedicato alla prevenzione della violenza di genere, del bullismo e della tratta, con un’attenzione particolare ai minori. Non mi interessa realizzare iniziative che si esauriscano in una giornata di sensibilizzazione. Il mio desiderio è contribuire a lasciare qualcosa che continui a vivere, a educare e ad aiutare anche nel tempo.

Hai partecipato e organizzato iniziative di sensibilizzazione in diversi Paesi europei. Hai riscontrato differenze nel modo in cui viene affrontato il tema della violenza sulle donne?

Ogni Paese ha le proprie tradizioni, i propri strumenti di tutela e un diverso modo di affrontare pubblicamente il tema della violenza. In alcuni contesti esiste una maggiore apertura nel parlarne, mentre in altri persistono tabù, stereotipi e il timore del giudizio sociale. Ma una cosa accomuna tutte queste realtà: la violenza non conosce nazionalità, classe sociale, livello di istruzione o confini geografici. Per questo considero fondamentale il dialogo internazionale. Condividere esperienze, buone pratiche e strumenti di prevenzione significa imparare gli uni dagli altri. Le differenze culturali devono diventare un’opportunità di confronto, mai una giustificazione per tollerare la violenza.

Quanto possono contribuire l’arte, la cultura e lo spettacolo a cambiare la percezione sociale della violenza e a diffondere una cultura del rispetto?

Per me l’arte è una delle forme più autentiche di libertà e di espressione dell’essere umano. È un linguaggio universale, capace di superare confini, culture e differenze, arrivando dove a volte le parole non riescono. Credo profondamente nel potere dell’arte di emozionare, sensibilizzare e persino cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. Un film, una fotografia, una canzone o uno spettacolo possono accendere una riflessione, risvegliare una coscienza e dare

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