in arte Pan Rayuki, classe 1992, nasce nelle valli bergamasche. Artista autodidatta, si forma osservando e studiando il lavoro degli autori e degli artisti del manga giapponese, costruendo nel tempo uno stile personale e riconoscibile. Il suo percorso creativo la porta ad avvicinarsi al mondo editoriale con il sogno di vedere un giorno un proprio manga sugli scaffali di librerie e fumetterie italiane, desiderio che si scontra inizialmente con le difficoltà e le logiche del mercato narrativo contemporaneo.
Dopo aver perseverato nel proprio cammino, arriva a una prima pubblicazione editoriale con EF Edizioni, nella collana Reika Manga, con l’autoconclusivo Sanctum’s Fall. Successivamente sceglie di dedicarsi completamente all’autoproduzione, ritenendola oggi la forma più libera e consapevole di gestione del proprio lavoro artistico.
Nel corso degli anni collabora con diverse autrici come editor e insegnante privata, maturando esperienza anche all’interno della Phoenix Fanzine e contribuendo alla crescita di giovani talenti oggi pubblicati con case editrici. Il suo esordio nell’autoproduzione avviene con il primo volume di Extended Family, progetto nato nel 2007 e rielaborato nel tempo fino a raggiungere l’attuale versione definitiva. Nel 2026 è prevista l’uscita di un nuovo volume, affiancato da una nuova storia e da ulteriori collaborazioni in fase di sviluppo.
Cos’è per te l’arte?
L’arte è un mezzo di comunicazione potentissimo, perché permette di esprimere ciò che a parole si fa fatica. E per me è stata una salvezza dalle paure del mondo, dal bullismo e dal sentirmi sbagliata, dandomi l’occasione di viaggiare con la mente e le emozioni, senza farmi mai veramente sentire abbandonata. Infatti ormai amo la mia solitudine e non potrei farne a meno.
Come nasce il tuo processo creativo e quali sono le prime immagini o sensazioni da cui prendi ispirazione?
Questa sarà una risposta abbastanza lunga, eheh! Dunque!
Il mio processo creativo è particolare: per quanto riguarda le illustrazioni ogni volta creo prima un’immagine visiva in testa, penso a cosa dovrebbe esprimere (felicità, tristezza, rabbia, paura etc) e provo a vederla dall’esterno. Se l’emozione è percepita allora procedo alla prima bozza che SICURAMENTE avrà delle grandi variazioni rispetto al definitivo, in quanto ciò che realizzo voglio che si evolva in tutte le fasi successive prima dell’inchiostrazione. Dopo ciò, valuto le anatomie e le eventuali correzioni (nella prima fase sono molto creativo-emotiva, nella correzione procedo invece a livello tecnico) e se qualcosa non mi torna, chiedo opinioni anche all’esterno (beta reader, colleghə e amicizie) per valutare se tutto funziona. A quel punto vado con la fase d’inchiostrazione modulandone il tratto, poi inizio le prove colore sulla base emotiva facendo vari tentativi finché non sono soddisfatta applicando poi le parti dettagliate fino al risultato definitivo. Per il processo delle tavole manga invece stilo una scaletta scritta sulla base della storia creandone una sceneggiatura abbozzata capitolo per capitolo, senza dettagliare troppo perché spesso il processo vero e proprio inizia nella primissima fase di sketch: tengo sotto mano ciò che deve succedere per valutare se qualcosa dev’essere cambiato o meno, inserendo giusto i dialoghi importanti che dovranno esserci. Col name stabilisco gli spazi e i punti dei balloon per scandirne tempo e lettura e poi procedo coi punti chiave: vignette importanti, sfondi, emotività, sviluppo narrativo kishotenketsu e via dicendo. Il collante di tutto è decisamente l’emozione. Se devo prendere ispirazione, oltre al mio “mood” penso a quello che dev’essere impresso sul foglio: se questo coincide con quel che provo il lavoro viene molto più incisivo. Inoltre, se la posa da realizzare risulta complicata, guardo alla realtà o mi affido a foto reference, anche scattate/interpretate da me.
Quanto conta per te la sperimentazione rispetto alla tecnica e quanto spazio lasci all’imprevisto nel tuo lavoro?
Come si può intuire, sperimentare per me è una costante. Tant’è che l’imprevisto è sempre dietro l’angolo! Ed è proprio questo il bello! Grazie al lato tecnico infatti possiamo fare grandi cose, ma secondo me è proprio l’incertezza che crea l’effetto finale, dando quel tocco in più. La comfort zone va bene fino a un certo punto… Sperimentare sempre!
C’è un tema ricorrente o un’emozione che senti di esplorare più spesso attraverso le tue opere?
Oh, sì. Sicuramente vado molto a periodi. Spesso infatti temi ed emozioni rispecchiano il mio stato d’animo/situazione. Quelle che preferisco di più rappresentare però sono gli esatti estremi: paura/disperazione e felicità. Un po’ perché il mio tema preferito è la ferita dell’anima, quindi si mostrano automaticamente svariate facciate, dalla felicità alla disperazione. I picchi di energia e l’oblio della disperazione. Questa situazione è ricorrente anche nei miei manga, trattati in maniera più o meno approfondita: in Extended Family c’è la disperazione e la sofferenza tipica di tutti noi artisti, dato da fattori di sfiducia; in Protettori del mondo astrale c’è l’incertezza e la paura della riuscita della missione; in Sanctum’s Fall c’è la totale distruzione degli ideali, dando spazio alla redenzione… ricollegandomi quindi a un’altra tematica spesso presente: la vendetta. Perché trovo che nell’essere imperfetti vadano mostrati anche gli elementi negativi. Perché siamo umani.
In che modo il tuo percorso personale ha influenzato la tua identità artistica e il linguaggio che utilizzi oggi?
Sono una persona che viaggia tantissimo con le emozioni (… giustamente, sono del cancro!) e fin da piccola se non riuscivo a esprimermi usavo i disegni. Traggo moltissimo dalla realtà, dalle mie esperienze di vita, in modo da riportarle a mio vantaggio nelle storie e illustrazioni che rappresento. Infatti parlo sempre e solo di cose che conosco bene, che ho vissuto o che han vissuto persone a me vicine. Sono talmente curiosa che se qualcosa di cui voglio parlare mi è ignoto, faccio ricerche a non finire, cercando anche informazioni da parte di chi ne sa qualcosa. La cosa bellissima che amo del mio stile è che non è mai veramente mutato, bensì si è evoluto a un livello più preciso e professionale e quando viene percepito dai lettori… beh, è una grande soddisfazione!
Che rapporto hai con il pubblico e quanto pensi sia importante il dialogo con chi osserva le tue opere?
Trovo che il dialogo sia importantissimo col pubblico. Faccio abbastanza fatica a connettermi online, dal vivo sono molto più affabile, tant’è che adoro andare in fiera, sia in stand presentando le mie storie al pubblico, che come visitatrice. Vorrei riuscire a parlare di più col mio pubblico e spero di migliorare la mia comunicazione con loro sul web. La mia citazione a riguardo è sempre stata “giuro che non mordo”, eheh!
Ci sono artisti, movimenti o esperienze che hanno segnato in modo decisivo la tua crescita creativa?
Sicuramente il primo che mi viene in mente è Van Gogh. Sembra banale, ma il suo tormento è stata fonte d’ispirazione. Anche la sua storia abbastanza tragica ne segna le caratteristiche che lo distinguono. E io ogni volta, appassionata di sfondi, penso sempre alla sua “notte stellata”. Moltissimi autori attuali poi sicuramente hanno inciso sul mio percorso di crescita creativa, spronandomi a fare e a imparare sempre più per potermi anche sentire vicino al loro livello. Alle loro capacità. Poter dire “ce la posso fare anch’io” è tra le cose più belle e stimolanti che possano esserci. Le esperienze infine… beh, mi hanno fatta crescere esponenzialmente: tante porte chiuse, momenti sbagliati in cui proporsi e incontri non propriamente costruttivi mi hanno temprata. Anche decidere cosa fare, se accettare o meno delle proposte è stato produttivo, ma quella che mi ha VERAMENTE permesso di crescere è stato il trasformare una critica DISTRUTTIVA da parte di un editore in una formula COSTRUTTIVA, perché se non avessi avuto le forze… beh. Credo non sarei qui a raccontarlo in questo ambito. Mi venne detto che “fortunatamente” avevo “solo” 22 anni. Ero a un evento in fumetteria dove veniva presentato il nuovo fumetto di un’autrice e a fine presentazione ci venne chiesto di mostrare anche noi i nostri lavori. Ero emozionata: un editore avrebbe visto i miei lavori! Beh, mi aveva uccisa. Aveva sfogliato con noncuranza dei volumetti che avevo portato (all’epoca ne andavo fierissima, oggi mi seppellirei se si vedessero, ahah-) per poi richiuderli. Non disse nulla. Mi chiese solo quanti anni avessi e alla mia risposta mi disse “se avessi avuto 25, o 30 anni ti avrei detto di rinunciare, perché non fa per te”. Chiesi perché, mi rispose solo “perché non sei in grado, al confronto di altri ragazzi che ho appena visto”. Quando tornai verso casa, devastata all’idea di una cosa simile che spesso purtroppo si ripeteva negli anni precedenti… Mi rimboccai le maniche. Ricordo di aver pensato “glielo faccio vedere io cosa sono in grado di fare!” tutta arrabbiata e determinata, ahah. Così da autodidatta ho comprato le mie “bibbie”: manuali tecnici di architettura per sfondi e prospettive con aggiunta di alcune specifiche, manuali di drappeggio, chiaro e scuro, una colorpedia e infine il mio libro del cuore di Daniel Cooney per realizzare una graphic novel. Materiale americano perché a livello di anatomie era più interessante della struttura di partenza del manga.
Cosa vorresti che restasse a chi entra in contatto con il tuo lavoro, al di là dell’impatto visivo iniziale?
Le sensazioni ed emozioni che non solo provano i miei personaggi, ma anche che “trasudi” una parte di me: ogni volta è un po’ come un mettersi a nudo davanti al proprio pubblico. Non racconto solo una storia, che sia manga o illustrazione, bensì racconto anche le emozioni di quel che c’è oltre. E per ora, permettimi di tirarmela un pochino, credo proprio che stia facendo un buon lavoro!
Descriviti in tre parole.
Solitaria: mi piace moltissimo avere i miei spazi, i miei tempi e la mia tranquillità. Un po’ come un lupo, vivo un giorno alla volta, che sia sola o meno, so comunque che le persone a cui voglio bene non si preoccupano, perché mi conoscono, eheh. Contagiosa: quando entro in contatto con altre persone creative, divento un’altra persona, perché la grinta che mettono a raccontare dei loro progetti è semplicemente stupenda. Perché è la stessa grinta che metto anch’io nel raccontare e realizzare le mie storie e che spero esalti gli altri a voler tornare a creare (obbiettivo raggiunto grazie ad Extended Family dove alcuni lettori mi hanno esattamente detto questo e non immagini quanto mi abbia emozionata!). Confortante: ormai sono anni che seguo e aiuto/ho aiutato giovani emergenti a spiccare il volo, tanto che alcunə di loro mi definiscono come una “mamma artistica”, o una “zia”. Dando loro giudizi sinceri, anche talvolta con puntigliosità, sono sempre stati comunque confortati dalla mia presenza e io li ho sempre presi sotto la mia ala finché non era il momento giusto per loro di andare (e ogni tanto tornano proprio come dei bravi scricciolettə). Mi hanno resa felice e fiera di ciò che ho fatto e spero di essere un buon punto di riferimento e conforto per gli artisti, sempre.