nasce a Roma il 1° agosto 1987 e si avvicina al canto fin da giovane, sviluppando un percorso vocale che la porta, a soli diciannove anni, a diventare primo soprano in diversi cori polifonici. Parallelamente coltiva esperienze con varie band, affinando la propria identità artistica fino a intraprendere la strada dei concorsi, distinguendosi con un’ottima classificazione al Cantagiro 2016.
Da quell’anno avvia una collaborazione significativa con il Maestro Marco Werba, autore di colonne sonore per registi come Dario Argento, che la conduce a esibirsi anche in Spagna, dove tornerà per ulteriori concerti nel 2025. Insieme a Werba prende parte a numerosi eventi musicali e performance legate anche al mondo dell’arte visiva, contribuendo a creare un dialogo tra musica e arti figurative.
Nel suo percorso artistico si distingue anche per la partecipazione al programma “E viva il videobox”, condotto da Rosario Fiorello, che le offre ulteriore visibilità e riconoscimento. Il suo debutto discografico avviene con il singolo “Tra musica e parole”, prodotto da Soulgem Records e distribuito da Believe International. Successivamente scrive, insieme a Roberto Albini, il brano “Eco d’amore”, prodotto da Needa Records e distribuito da Altafonte con il supporto di Sony Music, ottenendo diversi passaggi radiofonici.
Artista in continua evoluzione, Valentina D’Antoni prosegue oggi il suo percorso creativo lavorando alla scrittura di nuovi brani inediti, portando avanti una ricerca musicale che unisce sensibilità interpretativa, esperienza vocale e una profonda connessione emotiva con la musica.
Cos’è per te la musica?
La musica, per me, è una forma di resistenza poetica. È il luogo in cui il tempo lineare si interrompe e lascia spazio a una percezione più profonda della realtà. Più che intrattenimento, la considero una possibilità di attraversamento: un atto che trasforma chi canta e chi ascolta. Ogni interpretazione è un tentativo di dare voce all’invisibile, a ciò che normalmente resta sotto la superficie del linguaggio quotidiano.
Cosa ti ha spinto inizialmente ad avvicinarti al canto e come hai scoperto la tua voce da soprano?
Non c’è stato un vero inizio, ma una progressiva presa di coscienza. La voce era già lì, prima ancora che io la definissi. La scoperta della mia vocalità è avvenuta per stratificazione, attraverso tentativi, errori e ascolto. Essere soprano non ha significato raggiungere una categoria tecnica, ma comprendere come abitare una zona espressiva dove fragilità e controllo convivono. Ho imparato presto che la tecnica non serve a mostrare la voce, ma a renderla libera.
In che modo le esperienze con le band hanno influenzato il tuo stile e la tua identità musicale rispetto al canto polifonico?
La dimensione collettiva delle band ha scardinato l’idea della voce come centro assoluto. Nel canto polifonico essa è relazione, architettura, equilibrio dinamico. Quell’esperienza ha inciso profondamente sul mio modo di interpretare: oggi penso la performance come uno spazio condiviso, dove l’energia nasce dal dialogo sonoro. Anche nella forma più autoriale, porto con me questa idea di coralità invisibile.
Qual è stata la collaborazione con Marco Werba che più ti ha segnato o che ti ha dato maggiore soddisfazione artistica?
La collaborazione con Marco Werba ha rappresentato per me un incontro con la dimensione cinematica del suono. Lavorare accanto a una scrittura musicale orientata all’immagine ha ampliato il mio modo di pensare la voce: non più solo linea melodica, ma elemento narrativo interno a una struttura più ampia. La soddisfazione più grande è stata percepire come la voce potesse diventare materia drammaturgica, capace di suggerire immagini prima ancora di nominarle. Tuttavia, il nostro concerto ad Alicante nel 2017 è stato indimenticabile!
Come vivi l’incontro tra musica e arti visive durante le performance che realizzi insieme a lui?
Lo vivo come un processo di contaminazione inevitabile. La musica genera immagini, le immagini modulano la percezione del suono. Nelle performance cerco uno stato di sospensione, quasi un piccolo teatro sonoro dove la voce dialoga con la luce, con lo spazio, con l’ombra. È un’esperienza che sfiora il cabaret d’autore, ma filtrato da una sensibilità contemporanea, più introspettiva che nostalgica.
Partecipare a programmi televisivi come “E viva il videobox” ha cambiato il tuo approccio alla musica o alla tua carriera?
La televisione è stata una lente di ingrandimento: amplifica tutto, soprattutto la consapevolezza di sé. Mi ha insegnato il valore dell’essenzialità, la necessità di comunicare immediatamente senza rinunciare alla complessità artistica. È stata un’occasione per capire che l’identità musicale deve restare coerente anche quando il contesto tende a semplificare.
C’è un filo conduttore emotivo o tematico che cerchi di portare nei tuoi brani inediti?
Credo che il filo conduttore sia la tensione tra fragilità e ironia. Mi interessa raccontare le zone liminali dell’esperienza umana: i momenti in cui la malinconia diventa leggerezza, o viceversa. Nei miei brani cerco una scrittura che accolga la contraddizione, perché è lì che riconosco l’autenticità emotiva.
Quali sfide incontri nel passare dalla scrittura di un brano alla sua interpretazione vocale?
La scrittura è un atto intimo, quasi silenzioso; l’interpretazione è esposizione totale. La sfida consiste nel trasformare qualcosa di privato in un gesto condivisibile senza tradirne l’origine. Ogni volta bisogna ridefinire la distanza tra sé e il testo, trovare un punto in cui la voce non racconti solo una storia, ma la faccia accadere nel presente.
Descriviti in tre parole.
Ricerca. Intensità. Visione.