Valentina Agostini

nasce a Rapallo, in provincia di Genova, e cresce a Milano, in un contesto che fin dall’infanzia alimenta la sua sensibilità creativa. Pittrice autodidatta, sviluppa il proprio linguaggio artistico attraverso…

BIOGRAFIA

#Valentina Agostini

nasce a Rapallo, in provincia di Genova, e cresce a Milano, in un contesto che fin dall’infanzia alimenta la sua sensibilità creativa. Pittrice autodidatta, sviluppa il proprio linguaggio artistico attraverso un percorso personale arricchito dall’esperienza in città profondamente legate alla cultura e all’arte come Roma, Venezia e Genova. Parallelamente alla ricerca pittorica, approfondisce gli studi nell’ambito delle professioni d’aiuto, concentrandosi sulla comunicazione e sulla dimensione emotiva dell’essere umano.

La sua produzione artistica nasce dall’incontro tra queste due traiettorie: la pittura diventa uno strumento di indagine e traduzione delle emozioni, trasformate in forme e colori capaci di instaurare una connessione profonda con lo spettatore. Ogni opera prende origine dall’urgenza di esplorare e decodificare stati emotivi complessi, spesso generati da un contesto contemporaneo caratterizzato da stimoli continui e frammentati. In questo scenario, la sua ricerca si propone di rendere il caos interiore fluido, leggibile e riconoscibile.

Lavora principalmente su tele di lino e cotone utilizzando il colore acrilico, affidando alle sfumature cromatiche il compito di esprimere l’emozione indagata. La composizione si sviluppa secondo una dimensione sinestetica: linee fluide e circolari accompagnano e guidano l’immagine, seguendo il ritmo e la vibrazione di una musica che dialoga con la stessa frequenza emotiva dell’opera. Il risultato è un processo di svelamento in cui, a volte, la figurazione emerge con immediatezza, mentre in altri casi resta nascosta tra le stratificazioni del colore, invitando a un’osservazione più lenta e profonda.

La sua visione unisce l’esperienza pittorica autodidatta a oltre dieci anni di studio e pratica nel campo delle relazioni d’aiuto e delle dinamiche psicologiche. Da questa integrazione nasce un’idea di arte che va oltre l’estetica, configurandosi come un ponte terapeutico e visivo capace di favorire la riconnessione dell’individuo con la propria dimensione più autentica.

Cos’è per te l’arte e quale funzione ha oggi nella tua vita personale e professionale?

Per me l’arte è sempre stata quotidianità. Sono praticamente cresciuta sin da bambina in un museo. Mio nonno aveva fondato questo museo a Milano nel 1990, spinto dal suo grande amore per l’arte. La sua missione era quella di trasmettere tutte le sue conoscenze e di avvicinare grandi e piccoli all’arte. Mia madre e mio zio hanno sempre lavorato lì, e tutt’ora portano avanti la missione di mio nonno, così, da bambina, dopo scuola, raggiungevo sempre mia madre e trascorrevo le giornate giocando e studiando nelle varie sale del museo. Ho cominciato a dipingere da piccola e non ho mai smesso, ma sempre per passione. Oggi l’arte è diventata un pilastro della mia vita.

Quanto ha inciso il tuo percorso nelle professioni d’aiuto nello sviluppo della tua sensibilità artistica?

Moltissimo. La mia passione per l’arte e i miei continui studi sulle emozioni e sulle relazioni d’aiuto viaggiavano su binari paralleli. Poi, nel 2023 c’è stato un evento che ha unito i due binari in uno solo. In quel periodo stavo frequentando una scuola a Milano specializzata nelle relazioni di aiuto. Un giorno, la direttrice della scuola ci annuncia che una ragazza avrebbe dovuto iscriversi con noi a inizio anno, ma aveva rimandato all’anno successivo per seguire i suoi bambini, che in quel momento richiedevano tutta la sua presenza. Mi sono rivista molto in quella ragazza, perchè anche io, con 4 figli, avevo fatto molte rinunce, fatte ovviamente con gioia, per dedicarmi a loro. La direttrice prosegue e ci dice che a questa ragazza sono comparsi improvvisamente dei dolori molto forti a causa di una malattia grave e che le avevano dato qualche mese di vita. In accordo con la ragazza, ha chiesto, a chi se la fosse sentita, di farle una sorta di accompagnamento alla morte. A questa notizia mi sono sentita come un vaso, che cadendo da un tavolo, andava in frantumi. Non sapevo cosa dirle e non sapevo come alleviare la sua disperazione. Ho però sentito il bisogno di farle un quadro e mi sono messa all’opera, sperando ogni giorno di avere ancora abbastanza tempo per finirlo e poterglielo dare. Purtroppo non è stato così e oggi quel quadro è esposto a Firenze. Questo evento non solo ha innescato dei cambiamenti immensi nella mia vita, ma ha anche rivoluzionato totalmente il mio modo di dipingere. Fino a quel momento ho sempre dipinto riproducendo paesaggi che vedevo attorno a me, nonostante ciò mi desse della frustrazione, perchè il paesaggio che avevo davanti agli occhi era sempre imbattibile in quanto a bellezza. Questo evento mi ha dato la spinta per spostare lo sguardo da fuori, a dentro di me. Così ho cominciato a dipingere emozioni.

Le tue opere nascono dall’urgenza di decodificare le emozioni: come riconosci quando un’emozione è pronta per diventare immagine?

Le emozioni sono sempre presenti e siamo abituati a non prestare loro molta attenzione. Purtroppo spesso ci si accorge della loro presenza solo quando queste sono degenerate. Tutte le “micro” emozioni che precedono quelle “macro” non vengono colte, per innumerevoli motivi. Ad esempio, siamo sempre di corsa e si pensa di non avere tempo/energia/voglia da dedicare a quelle “piccolezze”; spesso non le vogliamo vedere perchè sono “scomode”, ma nella maggior parte delle volte non le sappiamo neanche riconoscere. Ogni emozione ha le sue caratteristiche ben definite: espressioni facciali, cambiamenti fisici, funzioni sociali, ecc. Più frequentemente di quello che si possa immaginare, nonostante i segnali siano chiari, le persone confondono un’emozione per un’altra. La cosa più incredibile è che tutto quello che facciamo è mosso da qualche emozione, incluse quelle che noi pensiamo essere delle scelte razionali. E’ come se la nostra vita fosse una macchina e al volante ci fosse una parte di noi che non conosciamo. Si può imparare a conoscere quella parte di noi, attraverso l’ascolto e l’esercizio. Grazie al mio percorso, oggi riesco a essere molto più in ascolto delle mie emozioni e di quelle degli altri, così quando sento che qualcuna di queste, che arrivi da me o da chi mi circonda, emerge con grande intensità, la lascio “emergere” attraverso il dipinto. La cosa meravigliosa è che l’emozione che desidero esprimere attraverso l’opera, nella maggior parte delle volte evolve durante il processo di realizzazione e si manifesta nella sua totalità a opera ultimata. E’ come se l’emozione fosse il seme di un fiore che si riconosce solo una volta fiorito, ovvero una volta ultimata l’opera.

Nel tuo processo creativo, che ruolo ha la musica e in che modo influenza la costruzione dell’opera?

Nella mia vita la musica è sempre presente ed è strettamente legata all’opera. Quando individuo l’emozione, cerco la musica che la possa rappresentare meglio. Dopo aver abbozzato l’immagine sulla tela, lasciandomi trasportare dalla musica, lascio fluire la matita sulla tela e realizzo le linee fluide e circolari.

Le linee fluide e circolari sembrano seguire un ritmo interiore: sono guidate più dall’istinto o da una struttura consapevole?

Sono guidate soprattutto dall’istinto, ma cerco di tenere conto anche dell’armonia del dipinto.

Nelle tue tele la figurazione a volte emerge e altre si nasconde: cosa determina questo equilibrio tra visibile e invisibile?

In un modo o nell’altro, in ogni opera ci sono degli elementi celati. E’ sorprendente vedere da chi, quando e come questi vengano colti. Dipende tutto dalla percezione dell’osservatore. E’ come se l’opera fosse una staffetta: io ho fatto la mia parte realizzando il dipinto, dopodichè l’osservatore è libero di fare la sua.

Quanto è importante per te il tempo lento dell’osservazione, sia nel creare che nel fruire un’opera?

Il tempo è sicuramente importante, ma, a mio modo di vedere, la cosa fondamentale è il modo con cui lo si fa. Nel senso che, se si è aperti verso la ricezione delle emozioni espresse da un’opera e si è aperti nel trasmettere tale emozione nell’opera, ciò potrebbe avvenire anche in breve tempo. Puoi avere tutto il tempo che vuoi, ma se tieni una porta chiusa a chiave nulla uscirà e nulla entrerà mai.

In che modo il colore diventa strumento per rendere leggibili emozioni complesse e spesso confuse?

Il colore è profondamente legato alle emozioni. Ormai gli studi su questo aspetto sono veramente ricchissimi. E’ come se l’emozione fosse qualcosa di invisibile, come un fantasma, e utilizzo il colore per darle un vestito, così da riuscire a vederla meglio. Il colore aiuta così a riconoscere l’emozione.

Parli di arte come ponte terapeutico: hai mai ricevuto riscontri da parte di chi si è riconosciuto nelle tue opere?

Sì, e questa è la parte più bella. Ogni giorno ricevo messaggi da persone, che hanno visto qualche mia opera, e sentono di voler condividere con me delle riflessioni nate dall’osservazione del dipinto. In quei momenti so che il mio desiderio di aiutare gli altri a mettersi in contatto con se stessi è riuscito, dando origine a delle riflessioni meravigliose.

Qual è la direzione futura della tua ricerca e quali nuove dimensioni emotive senti il bisogno di esplorare?

Continuo a essere presente a corsi di approfondimento e a convegni. A febbraio comincerò la scuola di coaching a Milano e sarà un ulteriore pezzo preziosissimo da aggiungere al mio forziere delle emozioni.

Descriviti in tre colori.

Turchese, rosso e giallo.

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