Thais de Santana

è un’artista visiva di origine brasiliana attiva in Italia, la cui ricerca pittorica si concentra sull’indagine del corpo come luogo simbolico di esperienza emotiva e trasformazione interiore. Il suo lavoro…

BIOGRAFIA

#Thais de Santana

è un’artista visiva di origine brasiliana attiva in Italia, la cui ricerca pittorica si concentra sull’indagine del corpo come luogo simbolico di esperienza emotiva e trasformazione interiore. Il suo lavoro si colloca in un ambito espressivo e materico in cui la figura umana viene progressivamente frammentata, ricomposta e rarefatta fino a diventare metafora di stati psicologici, ferite intime e processi di rinascita.

Attraverso una pittura stratificata, densa e fortemente simbolica, utilizza il corpo femminile come dispositivo narrativo, svuotandolo di ogni intento puramente descrittivo per restituirlo come spazio di tensione, memoria e resistenza. Le superfici pittoriche, segnate da lacerazioni cromatiche e interventi materici, rivelano un dialogo costante tra fragilità e forza, controllo e abbandono, perdita e consapevolezza.

La sua ricerca nasce dall’urgenza di tradurre esperienze vissute, proprie e altrui, in immagini capaci di trasformare il dolore in atto creativo e la vulnerabilità in linguaggio visivo. In questo percorso, la pittura diventa uno strumento di attraversamento emotivo, in cui la frattura non rappresenta mai una fine ma un passaggio verso una nuova forma di presenza.

Nei lavori più recenti emerge una sintesi sempre più essenziale tra figura e simbolo, dove colore, materia e gesto assumono un ruolo centrale nel definire una dimensione sospesa, intima e al tempo stesso universale.

Cos’è per te l’arte?

Per me l’arte è una necessità, non una scelta. È uno spazio in cui posso dare forma a ciò che spesso resta invisibile: emozioni, ferite, trasformazioni interiori. Dipingere significa ascoltarmi e, allo stesso tempo, aprire un dialogo con chi guarda. L’arte è un linguaggio sincero, che non cerca di piacere ma di dire la verità emotiva delle cose.

Cosa rappresenta per te il corpo come spazio simbolico e narrativo all’interno della tua pittura?

Il corpo è il mio principale spazio narrativo. Non lo considero mai come semplice anatomia, ma come luogo di memoria, di esperienza, di passaggio. Attraverso il corpo racconto ciò che non ha parole: il peso delle emozioni, la fragilità, la forza, la resistenza. È un corpo che parla anche quando è frammentato o incompleto.

Quando hai sentito per la prima volta l’urgenza di trasformare esperienze emotive in immagini?

L’urgenza è nata molto presto, ma si è chiarita nel tempo. Ho sempre sentito il bisogno di trasformare ciò che provavo in qualcosa di visibile, come se le emozioni avessero bisogno di uscire dal corpo per essere comprese. Con la pittura ho trovato il mezzo più diretto e onesto per farlo.

In che modo le tue origini brasiliane continuano a influenzare il tuo linguaggio visivo e la tua sensibilità artistica?

Le mie origini brasiliane influenzano profondamente il mio modo di sentire il colore e la materia. C’è un rapporto istintivo, emotivo, quasi fisico con la pittura. Anche quando utilizzo palette più scure o contenute, rimane una tensione vitale, un’intensità emotiva che nasce da quella cultura fatta di contrasti, luce e profondità emotiva.

Il corpo femminile nelle tue opere appare spesso frammentato e rarefatto: cosa cerchi di raccontare attraverso questa trasformazione?

La frammentazione non è distruzione, ma trasformazione. Il corpo femminile diventa simbolo di un’identità in continuo mutamento, segnata dalle esperienze vissute. Rarefare la figura significa lasciare spazio all’emozione, permettere allo spettatore di riconoscersi, di entrare dentro l’opera senza trovare risposte chiuse.

Quanto è importante per te il rapporto tra materia, gesto e colore nella costruzione dell’opera?

È fondamentale. La materia trattiene il gesto, il gesto rivela l’emozione, il colore la amplifica. Nulla è separato. Lavoro molto per stratificazione, lasciando che il processo resti visibile, perché è proprio lì che si manifesta la verità dell’opera.

Le lacerazioni e le stratificazioni che emergono sulle superfici pittoriche nascono da un processo istintivo o da una ricerca più controllata?

Nascono da un equilibrio tra istinto e consapevolezza. Il primo gesto è sempre istintivo, emotivo. Successivamente interviene una fase più riflessiva, in cui ascolto ciò che l’opera mi chiede. È un dialogo continuo, non una decisione unilaterale.

C’è un’esperienza personale che ha segnato profondamente la direzione della tua ricerca artistica?

Sì, diverse esperienze personali hanno influenzato il mio percorso. In particolare, momenti di frattura e di cambiamento hanno reso la pittura uno spazio necessario di elaborazione e rinascita. Dipingere è diventato un modo per attraversare il dolore e trasformarlo.

Quando dipingi, senti di più il bisogno di elaborare qualcosa di tuo o di dare voce a esperienze universali?

Parto sempre da qualcosa di mio, ma non mi interessa restare nel personale. Il mio obiettivo è arrivare a un’emozione condivisibile, universale, in cui chi guarda possa riconoscersi, anche senza conoscere la mia storia.

Che ruolo ha la vulnerabilità nel tuo percorso creativo?

La vulnerabilità è centrale. Non la considero una debolezza, ma una forza. È attraverso la vulnerabilità che posso essere autentica e permettere all’opera di essere sincera. Senza di essa, la pittura sarebbe solo superficie.

Come cambia il tuo stato emotivo tra l’inizio e la fine di un lavoro?

All’inizio parto carica di idee e sensazioni, spesso contrastanti, positive e negative insieme. Man mano che lavoro, rientro dentro me stessa, torno nella mia “bolla”. Alla fine dell’opera provo una sensazione di quiete, come se avessi attraversato qualcosa e trovato un equilibrio, anche temporaneo.

Cosa speri che lo spettatore percepisca entrando in contatto con le tue opere?

Spero che percepisca un’emozione autentica. Non cerco la bellezza fine a se stessa, ma un contatto emotivo vero. Mi interessa che lo spettatore si immedesimi, o almeno che colga il messaggio emotivo dell’opera.

C’è un’immagine, un simbolo o una forma particolarmente ricorrente nel tuo immaginario?

Il corpo, nella sua incompletezza, è l’immagine più ricorrente. Cuori, fiori, ferite, elementi simbolici che ritornano come tracce emotive, mai decorative, ma cariche di significato.

In che modo la pittura diventa per te uno spazio di attraversamento e trasformazione?

La pittura è un passaggio. Un luogo in cui entro con una tensione e da cui esco trasformata. Ogni opera è un attraversamento emotivo, una soglia tra ciò che ero prima e ciò che divento dopo.

Quale direzione senti che stia prendendo oggi la tua ricerca?

Verso una maggiore essenzialità. Sto lavorando sempre più sul sottrarre, sul lasciare spazio all’emozione pura, mantenendo una forte presenza materica e simbolica.

Descriviti in tre colori.

Nero, per la profondità. Oro, per la trasformazione. Rosso, per l’emozione.

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