è il progetto di musica elettronica di Luca Severino, un percorso artistico che si muove tra sperimentazione sonora e riflessione critica sul rapporto tra essere umano e tecnologia. La sua ricerca si concentra sui temi dell’etica, della responsabilità e del ruolo dell’artista contemporaneo, trasformando il fare musica in un’indagine personale e condivisa sulle implicazioni del creare nel presente.
Attraverso esperienze maturate in contesti internazionali, prende forma l’album “Cuts”, un lavoro che racchiude l’identità sonora del progetto: un intreccio di elettronica, contaminazioni culturali e suggestioni che interrogano il legame tra creatività e innovazione tecnologica. In questo universo sonoro, la musica diventa uno spazio vivo di dialogo e trasformazione, in cui ogni elemento contribuisce a costruire un linguaggio in continua evoluzione.
L’utilizzo dell’intelligenza artificiale rappresenta uno degli strumenti centrali della sua pratica, ma non come fine in sé: viene piuttosto intesa come materia da umanizzare, un mezzo attraverso cui ampliare le possibilità espressive e ridefinire i confini della composizione musicale. Accanto all’AI, convivono sintetizzatori analogici, plugin, campioni sonori e tecniche di manipolazione vocale, in un processo creativo che nasce dall’interazione costante tra strumenti diversi.
Il nome Steward riflette la filosofia del progetto: prendersi cura del rapporto tra uomo e macchina, ponendo al centro la dimensione etica della creazione artistica. In questo dialogo continuo con la tecnologia, ciò che emerge non è la macchina, ma l’identità dell’artista, fatta di sensibilità, scelte e visione, che guida e trasforma ogni suono in esperienza.
Cos’è per te l’arte?
Qualunque prodotto mediato dalle mani e dall’occhio interiore dell’artista. Che esso sia un brano, la fontana di Duchamp o un dipinto. Senza queste premesse vedo prodotti svuotati e incapaci di comunicare emozioni al pubblico.
Come nasce il progetto Steward.exe e quale esigenza artistica lo ha generato?
Steward.exe nasce dalla ventennale amicizia e ricerca musicale, prima, e filosofica dopo, con Jonny Hankins. Dopo anni di musica, speculazioni, chiacchiere e indagini, Steward è diventato il contenitore più appropriato per contenere il tutto. Musicalmente mi ha battezzato l’hip hop e cresimato la musica dance floor. In “Humanware Cuts” ho cercato di fare confluire naturalmente e senza forzature tutto quello che mi ha portato fin qui.
In che modo il tuo percorso personale ha influenzato la tua visione del rapporto tra arte e tecnologia?
Viviamo nell’epoca dei bedroom music producer. Ho avuto la fortuna di crescere nel momento di frizione tra analogico e digitale e, seppure pianista/tastierista, ho messo le mani più sui sampler e le drum machine che sul pianoforte. Ho collezionato decine di synth e hardware e so bene come la scelta di uno strumento possa impattare sulla produzione intera di un brano. Questa apparente limitazione è per me fonte di fascinazione incredibile.
Cosa rappresenta per te il concetto di “Humanware” all’interno della tua ricerca?
Humanware è il fattore umano. È la mia visione e le mie scelte tecnico-artistiche in connubio con le macchine e i software. L’intelligenza artificiale generativa è una narrativa falsa. Quando interagisco con l’AI sono io a essere il primo costruttore della risposta che cerco, non perché sia io a dare l’input, ma perché gli input più grandi li ricevo io in qualità di essere umano. È solo un filtro. Da qui lo “humanware” assume la sua importanza.
Come si sviluppa il processo creativo quando lavori con l’intelligenza artificiale?
Proprio perché l’AI è solo un appagamento falso al pari di un edulcorante al posto dello zucchero, la uso in maniera enciclopedica. La uso come grande manuale per risolvere problemi, come usavo i vinili facendo digging, ma tengo le briglie tirate. La mia più grande paura è proprio quella di perdere il controllo, sotto ogni aspetto.
In che modo riesci a mantenere una dimensione umana e autoriale nell’uso di strumenti tecnologici avanzati?
Chi mi ascolta e mi conosce riesce a sentire la mia firma comunque, di qualunque prodotto musicale si tratti. Ci credo. Finché il timone è nelle mie mani, la dimensione humanware è viva e presente.
Qual è il significato del nome “Steward” e come si riflette nella tua pratica artistica?
Steward, oltre all’assistente, è il custode: custode di una cultura e di una visione valoriale e artigianale del fare. Si riflette nelle scelte di produzione e scrittura che prendo. Oltre ad aver studiato la musica e la sua composizione, sono un fonico formato in bottega. Ne sono molto orgoglioso perché unendo tutte le discipline posso curare il suono come voglio fino alla finalizzazione dei brani, senza ricorrere ad altro che alla mia conoscenza e alle mie abilità.
Cosa racconta l’album “Humanware Cuts” e quali sono le sue principali influenze sonore?
Quando ho iniziato a scrivere l’album ho staccato dagli ascolti che avevo per cercare di fare emergere tutti gli input ricevuti fino a quel punto. A disco finito penso di sentirci un po’ Bicep, un po’ Caribou e un po’ la nuova wave UK.
Quanto hanno inciso le tue esperienze internazionali nella costruzione del tuo linguaggio musicale?
Tanto. Ogni viaggio è una visione, ogni viaggio rende diversi e ricettivi in modo diverso. “Call Signal”, per esempio, l’ho scritta a Bucarest ricordando quando ascoltavo l’hardcore gabber. E poi c’è quello che rinsalda tutto: l’amore per il clubbing e per lo stare insieme. Quello si trova ovunque.
Come dialogano tra loro strumenti analogici e digitali all’interno delle tue composizioni?
Se nessuno li distingue, l’obiettivo è raggiunto e quindi dialogano bene. Ho usato entrambi nella stessa proporzione e con le stesse intenzioni.
Quali sono le principali sfide etiche che incontri lavorando con l’intelligenza artificiale?
La consapevolezza è una brutta bestia. Il costo totale dell’AI e il suo impatto ambientale sono ormai noti. La principale sfida è cercare di non ricorrervi per chiedere la classica domanda da Google per cui basterebbe ricorrere alla memoria.
Pensi che il ruolo dell’artista stia cambiando nell’era delle nuove tecnologie?
Sì, tantissimo. Non dobbiamo più essere solo musicisti ma ricoprire X ruoli con Y competenze. That’s the game: se vuoi giocare queste sono le regole. Ma ci toglie tanto, quel tanto che starebbe meglio utilizzato in un brano più che nella costruzione di una campagna Instagram.
Che tipo di esperienza vuoi offrire all’ascoltatore attraverso la tua musica?
Vorrei rivivesse le emozioni che ho provato io scrivendo quei brani e, allo stesso tempo, lasciare tutto talmente libero da dirgli: vedi un po’ tu cosa ti fa venire in mente e cosa ti gasa di più.
C’è un momento o un brano che rappresenta una svolta nel tuo percorso?
“Music in You” con Landmark e Frederic Mos su Defected ITH 2013 è stato un brano importante, ce ne sono tanti che rappresentano svolte diverse. Con il film “René va alla guerra”, con il quale abbiamo vinto alla Biennale di Venezia 2024, sono riuscito a comporre e portare una colonna sonora costruita sulle armonie dei compositori del ventennio in un film antifascista per definizione. C’è una piccola storia per ogni brano scritto, ma come in “Humanware Cuts”: “Many things will occur”.
Come immagini l’evoluzione del rapporto tra creatività e tecnologia nei prossimi anni?
Magari sbaglio, perché vorrei sbagliare, ma penso che il concetto di umanità si farà sempre più grande e importante.
Quali sono i prossimi sviluppi del progetto Steward.exe?
Sto lavorando a nuovi brani e perfezionando il live con il batterista Jonny H e la nostra ballerina robot Lisa. Il resto sarà frutto delle interazioni tra me e le macchine in studio, e chissà…
Se dovessi descrivere la tua musica con tre parole, quali sceglieresti?
Melodica, Cinematica, Onirica.