è un artista originario di Guastalla, in provincia di Reggio Emilia, che si sta affermando nel panorama dell’arte contemporanea italiana grazie a uno stile personale, intenso e fortemente espressivo. Autodidatta, ha costruito il proprio percorso attraverso una costante ricerca e sperimentazione, sviluppando un linguaggio pittorico autentico e immediatamente riconoscibile.
La sua produzione nasce da un’urgenza interiore: un bisogno profondo di trasformare emozioni, tensioni e riflessioni in immagini cariche di energia. Le sue opere, realizzate con tecniche miste che spaziano dall’olio all’acrilico, dallo spray agli inserti e collage, si distinguono per una forte componente figurativa-espressionista, capace di generare contrasti emotivi intensi. Accanto a questi lavori più viscerali, Leonardi esplora anche dimensioni più liriche e oniriche, ampliando il raggio della sua ricerca artistica.
Nel 2025 ha ottenuto il Riconoscimento Internazionale Arti Visive “Giotto” a Firenze, presso Palazzo Borghese, e nello stesso anno ha partecipato alla Biennale del Festival dell’Arte di Sanremo, ricevendo una menzione speciale dal comitato scientifico. Il suo percorso prosegue con nuove tappe espositive, tra cui la partecipazione alla Cefalù Artexpo nell’agosto 2026, contesto in cui arte e storia dialogano in modo diretto.
La sua arte si sottrae a ogni funzione puramente decorativa, configurandosi piuttosto come un atto di ribellione gentile e una finestra su un universo interiore complesso e inquieto. Dalle origini a Guastalla fino alle esperienze espositive in città come Firenze e Sanremo, Stefano Leonardi porta avanti un percorso coerente, dimostrando come l’autenticità nasca prima di tutto dalla necessità profonda di esprimersi senza compromessi.
Cos’è per te l’arte?
L’arte è il mio salvagente, il mio psico-farmaco senza controindicazioni, uno dei miei paradisi artificiali. Troppo spesso, in generale, si sente dire la seguente frase: “aveva un vuoto da riempire “. Io non credo esistano vuoti da riempire ma, viceversa, “pieni da vuotare”. Ecco, per me l’arte è quella possibilità di vuotare un pieno, di scaricare emozioni, tensioni, pensieri e riflessioni sopra una tela immacolata.
Qual è stato il momento in cui hai capito che la pittura non era solo un’espressione personale ma un vero percorso di vita?
Beh, direi quando ho visto che le mie espressioni, i colori e le forme delle mie emozioni arrivavano al cuore anche solo di un interlocutore. È in quel momento che percepisco vibrazioni e sensazioni che mi spingono a continuare quel cammino da cui non posso più tornare indietro.
In che modo il tuo essere autodidatta ha influenzato la libertà e le scelte del tuo linguaggio artistico?
Il fatto di avere una formazione autodidatta non mi consente sicuramente di aspirare alla perfezione tecnica. Ma quello mi interessa relativamente, perché più che la forma per me è fondamentale la sostanza, il messaggio che ogni opera vuole trasmettere. L’opera cioè, deve possedere un’anima.
Quando lavori con tecniche miste, come scegli quali materiali utilizzare e che ruolo ha ciascuno nel risultato finale?
Spesso sono i materiali a scegliere di “passare a miglior vita”, sulle mie tele intendo. Mi viene in mente quando accidentalmente ruppi uno specchio. Alla faccia della sfortuna, ho pensato di usare i cocci sulla tela e insieme ad altri pezzi di vetro colorati dare vita a un mosaico comunicativo.
Le tue opere spesso oscillano tra espressionismo intenso e dimensioni più oniriche: come nasce questo equilibrio tra tensione e poesia?
Il problema è riuscire a trovarlo… quell’equilibrio!!! O forse, è non averlo ancora trovato la vera chiave!
C’è un’emozione o uno stato d’animo che senti di voler trasmettere più di altri attraverso il tuo lavoro?
L’emozione che non deve mancare mai, in tutte le cose che si fanno e si vivono è la passione. Quando c’è quella vuol dire che sei sulla strada giusta.
Quanto conta per te il processo rispetto al risultato finale dell’opera?
A questa domanda ti rispondo da maratoneta quale sono e non da artista. E ti dico che non importa quello che trovi alla fine di una corsa ma quello che provi mentre stai correndo! Di conseguenza e senza ombra di dubbio per me il viaggio è tutto quello per cui vale la pena.
Il riconoscimento internazionale ricevuto a Firenze ha cambiato in qualche modo la tua visione del tuo percorso artistico?
Sicuramente ha aumentato la convinzione nei miei mezzi e nelle mie capacità. Per il resto la mia visione e percezione del mondo artistico è rimasta quella di un sognatore con i piedi per terra.
Che tipo di esperienza ti ha lasciato la partecipazione al Festival dell’Arte di Sanremo?
Beh…Sanremo è Sanremo…quel tipo di esperienza rimane unica. L’Ariston già di per sé ti mette i brividi e pensare a una mia opera esposta in uno dei tempi della musica italiana non ti nego che ti fa tremare le gambe dall’emozione. Poi però con un paio di calici di Prosecco ci siamo sciolti subito e siamo andati alla grande.
Come ti prepari a un’esposizione importante come la Cefalù Artexpo?
Per quel tipo di manifestazioni non ci si prepara ma si vivono e basta cosi come vengono, prendendo tutto quello che ti lascia ogni singolo momento come un regalo dal cielo.
La tua arte viene definita come una “ribellione gentile”: cosa significa per te questa espressione?
Ribellione perché tante cose di questa società non mi piacciono. Gentile perché credo che si possano cambiare solo con la gentilezza e più in generale l’amore. Sicuramente non con la forza e la violenza.
Quanto è importante il legame con il tuo territorio d’origine nel tuo immaginario artistico?
La mia terra è unica. E se riesci ad amare un posto dove ci sono le zanzare d’estate e la nebbia d’inverno da non vedere nulla, vuol dire che di quel luogo proprio non ne puoi fare a meno.
C’è un artista o un movimento che ha influenzato particolarmente la tua ricerca?
Ho sempre amato i folli, quelli strani, a volte emarginati perché fuori contesto. Quindi ti dico due nomi: Vincent Van Gog e Antonio Ligabue. Tra l’altro quest’ultimo nato e vissuto a Gualtieri, paese a 5 km dalla mia Guastalla.
Qual è la sfida più grande che incontri oggi nel tuo percorso?
La sfida più grande è quella di riuscire a non cadere nella banalità, nel non dover per forza fare qualcosa solo perché funziona. Piuttosto mi fermo e mi ricarico perché è proprio quando meno te l’aspetti che avviene la magia.
Che rapporto hai con lo spettatore: cerchi un dialogo diretto o preferisci lasciare libertà totale di interpretazione?
Credo che la libertà in generale e in questo caso d’interpretazione siano fondamentali. Alla fine è questo il bello dell’arte. Quello che vedo io non è detto che lo vedano gli altri. Ma se dalle mie opere arriva un messaggio, qualunque esso sia, significa aver fatto centro. Io dico sempre: il quadro è questo fatene buon uso!
Se dovessi descrivere la tua arte con tre parole, quali sceglieresti?
Sincera, diretta, autentica.
Descriviti in tre colori.
Sicuramente il bianco e il nero, che sono i lati opposti della stessa medaglia. Sono due colori che non ammettono la via di mezzo, quindi il non voler prendere posizione, il quieto vivere. In mezzo a questi due colori, infine, ci metto diverse pennellate di rosso, come la passione e l’amore verso la vita a cui sento di essere eternamente grato.