è conosciuta con il nome Illusorya, artista autodidatta nata nel 1984 e oggi residente nelle campagne del Nord-Ovest Italia. Dopo un percorso formativo come operatrice della moda e anni trascorsi nel restauro di mobili antichi, sceglie di abbandonare le esperienze precedenti per dedicarsi completamente all’arte, trasformandola in uno spazio di ricerca personale e di rinascita.
La sua pratica nasce come risposta a un momento di crisi profonda, diventando un mezzo attraverso cui elaborare fragilità e resilienza. Attraverso l’illustrazione tradizionale, si definisce un’artista indipendente e sviluppa un linguaggio visivo che affonda nel Dark Grotesque, un’estetica onirica ed elegante capace di restituire frammenti di vita umana e introspezione emotiva. Il nome Illusorya riflette proprio questa visione: opere seducenti e apparentemente semplici, che rivelano invece una fitta trama di simboli e significati, evocando la natura ingannevole della mente e delle sue maschere.
Guidata unicamente dalla motivazione personale, costruisce un percorso lontano dalle regole accademiche del “bello”, scegliendo di rappresentare l’umanità nella sua autenticità. I suoi soggetti prediligono il femminile, insieme a ritratti queer e androgini, indagati con sensibilità e profondità. Lavora prevalentemente “alla prima”, su formati contenuti che non superano i 30×40 cm, utilizzando soprattutto acquerelli, strumenti che rispecchiano il carattere istintivo e imprevedibile della sua poetica.
Attiva come artista indipendente, realizza progetti personali e opere su commissione. I suoi lavori sono stati esposti in mostre collettive anche oltre i confini nazionali e pubblicati in diverse iniziative editoriali internazionali, mentre la sua presenza si estende anche a fiere e markets. Nel 2016 fonda insieme all’artista svedese Sandra Hultsved il progetto Memento Tea Gallery, uno spazio dedicato al Dark & Grotesque che ha coinvolto numerosi artisti tra pittori e scultori a livello internazionale, attualmente in pausa per motivi logistici.
Negli ultimi tempi ha aperto il proprio atelier al pubblico, offrendo la possibilità di entrare direttamente nel suo universo creativo e di entrare in contatto con le sue opere in modo diretto e personale.
Cos’è per te l’arte?
Trovo che l’Arte non sia altro che Terapia, Fuga. Essa non è una cosa che deve essere studiata ma solo alimentata con la volontà nell’allenarsi duramente a non aver paura a tirare fuori ciò che si prova. Pennellata dopo pennellata, parola dopo parola, nota dopo nota… Non si migliora nella “tecnica” ma nell’aver liberato ciò che è imprigionato per tanto tempo. La società ci ha fatto abituare che un artista, per essere nominato come tale, deve solo esporre e lasciare che le gallerie (o social media, in questa era) diano la medaglia della popolarità. Nell’ostentazione di tecniche e filosofie fasulle, come pure manipolazione da uno spettacolo costruito nel dettaglio. Questo non significa che non si possa fare dell’Arte una professione, tutt’altro, ma qui si evince l’importanza nel proseguire con costanza e moralità il proprio percorso di coraggio.
Quando hai capito che l’arte non era più solo una via di fuga ma una vera necessità per la tua vita?
Sin da bambina. Iniziò come passatempo creativo (adoravo creare album di moda, che mi ha portato poi a studiare in quel campo) fino a diventare “terapia” evasiva mentale. Durante le scuole medie venni pesantemente bullizzata per il mio aspetto e carattere molto introverso, e in casa la situazione non era migliore per via del contesto delicato. Col passare degli anni mi sono chiusa ancor sempre più in me stessa, concentrandomi sulle passioni che mi portavano un po’ di consolazione come la lettura, videogiochi, musica e, soprattutto, il disegnare.
In che modo il tuo passato nel restauro di mobili antichi ha influenzato il tuo sguardo artistico e la tua sensibilità per i dettagli?
Questo lavoro d’artigianato porta ad avere molta attenzione e cura durante la lavorazione del legno. Bastava un nonnulla per poter rovinare definitivamente il restauro come bastava un semplice pigmento nella gommalacca per migliorare e risaltare in assoluto la bellezza del mobile e del legno, le sue venature ed i nodi che potevano arricchire persino una semplice cassapanca dallo stile povero. Per quanto sia stato un periodo piuttosto cupo, per me, l’esperienza nel restauro mi ha insegnato ad avere manualità e non avere comunque timore nello sperimentare per ottenere il risultato agognato.
Il Dark Grotesque è una scelta estetica o una necessità espressiva legata alla tua esperienza personale?
Agli inizi cercavo conforto in una corrente più leggera e spensierata, come la Fairy Art. L’amore per i film horror ed i temi delicati nella letteratura, come nella musica, ha trascinato la mia ispirazione a voler rappresentare e “tirare fuori” proprio ciò che provavo. Se prima erano illustrazioni legate all’Orrore, col tempo i dettagli divennero sempre più legati al mio stato mentale e personale. L’assoluta confidenza con le tematiche e -se vogliamo chiamarla così- empatia, mi portò successivamente ad ampliare la rappresentazione osservando l’esperienziale altrui. Per me, è stata una cosa naturale ed istintiva. Contrariamente a ciò che si pensa, il Dark Grotesque non è nero assoluto. Non è solo “teschi e sangue”. Come l’esistenza delle Sfumature, esso si trova imprevedibilmente in ciò e coloro cui mascherano il buio, soprattutto, come difesa. E, questo, è un altro motivo del quale il Dark Grotesque non è visibile al primo sguardo, nel mio stile.
Cosa rappresentano per te le figure femminili, queer e androgine che popolano le tue opere?
Sono tutti volti e maschere del mio Io. Non per come mi vedo esteticamente; esse sono rappresentazioni delle emozioni che provo. Nonostante gli argomenti, la mia continua ricerca nella bellezza dei dettagli mi ha portato ad illustrare in modo elegante i temi delicati. Come forma di rispetto, come forma di naturalezza… Ed, a mio parere, l’ambiguità e le varie sfaccettature estetiche del corpo e della mente femminili, trasmettono maggiormente tali sensazioni.
Lavorare “alla prima” richiede istinto e coraggio: cosa succede dentro di te mentre dipingi senza possibilità di correzione?
Da autodidatta, pur sapendo di sbagliare e dell’importanza delle ricerche prima di creare un’opera, sono talmente abituata a lavorare in questo modo, che non ho mai pensato della necessità di fare delle bozze iniziali per poter raggiungere la “perfezione”. Tutt’altro le emozioni, anarchiche come sono, trovo che non possano essere definite nella ricerca accurata della loro rappresentazione. Se sbaglio, durante un dipinto, semplicemente lo butto ed è raro che lo rifaccia nella stessa esecuzione e stile… Ciò che dovevo esprimere non era adatto in tale forma. Raramente eseguo sketch preliminari, quando ho commissioni o richieste specifiche, ma ammetto che mi porta un certo senso di disagio data la mia abitudine.
Quanto conta il simbolismo nelle tue opere e quanto invece lasci spazio all’interpretazione libera di chi osserva?
Ciò che rappresento non sono solo ritratti, quindi le emozioni, come maschere, hanno differenti sfaccettature. So dell’importanza di spiegare l’opera ed i suoi simboli nascosti, per aiutare l’osservatore ad interpretarla al meglio.
Ma spesso, mi capita di incontrare anime che osservano ed adottano le mie opere secondo la propria visione ed esperienze personali di vita, maggiormente fragili. Trovo oltraggioso distruggere la loro intimità imponendo la mia visione personale. Non è nel mio essere. Spesso, descrivo i miei lavori con una brevissima “favola oscura” in poesia o solo nel titolo. Per poter mostrare una strada a chi non ha colto il fulcro dell’emozione dipinta, senza arrogare il diritto di proiettare le mie esperienze personali, su altri.
Il nome Illusorya richiama il concetto di illusione: quale verità cerchi di svelare dietro questa apparente ingannevolezza?
Ho sempre amato l’eleganza e le linee fini, nonostante l’animo horror e piuttosto “gore”, come trovo interessante il fatto che esteticamente non seguo un determinato stile che lasci percepire al primo colpo il mio genere. Così, l’ho trasportato anche nella mia arte. Trovo sia facile rappresentare, per esempio, la Depressione come un gran buco nero in mezzo al volto. O, persino, la Malvagità con un’immediata carica di sangue sulla tela e linee pesanti… Ma, la verità, è che la Depressione (come la Malvagità) spesso viene nascosta da un’accurata ricerca di apparire nel migliore stato possibile e, soprattutto, dietro un sorriso. In passato, ho ricevuto commenti riguardo la mia arte, definita come “ingannevole”, poiché tra i colori sgargianti, dopo un attento sguardo, si poteva percepire il disagio (o la mal-intenzione) ritratto negli occhi della figura rappresentata. Quindi, nel momento in cui ho deciso di addentrarmi completamente nel Dark, il nome “Illusorya” è nato.
Com’è stata l’esperienza di creare Memento Tea Gallery e cosa ti ha lasciato il confronto con artisti internazionali?
Memento Tea Gallery è nata nel 2016 circa ed è stata, in quel periodo, una delle prime collettive globali incentrate sul mondo Dark Grotesque. Questo genere è piuttosto di nicchia, quindi è stato ben accolto l’avere come riferimento una galleria online dove poter esporre le proprie opere. Soprattutto, senza censura. L’esperienza di gestirla, assieme alla socia ed artista svedese Sandra Hultsved, mi ha dato la possibilità di avere contatti con artisti quali, per questioni gestionali non dovute a loro, sono riusciti ad esporre e condividere momenti in modo confortevole, andando oltre il solo rapporto professionale.
Sono eternamente grata a coloro che hanno creduto e contribuito al progetto. La vita e lavoro ha portato me e Sandra a mettere in pausa Memento Tea Gallery, ma non significa che sia una strada chiusa. Il futuro, per fortuna, dona sempre la libertà nel cogliere gli attimi giusti.
Aprire il tuo atelier al pubblico ha cambiato il tuo rapporto con chi osserva e acquista le tue opere?
Fortunatamente lo ha rafforzato, grazie all’accoglienza di un luogo confortevole e pacifico (come mi hanno riferito gli ospiti), oltre all’esperienza di toccare con mano le creazioni non temendo divieti, se non il rispetto condiviso. Ho sempre desiderato che chiunque debba avere la possibilità di osservare opere d’arte dal vivo senza essere legati all’obbligo di acquisto e senza regole insensate come un “code dress”, scambiando liberamente due chiacchiere. Chiunque ami il Dark & Gothic, o voglia scoprire questo mondo, è il benvenuto.
Qual è oggi la tua più grande sfida artistica e dove senti che la tua ricerca ti stia portando?
Al momento la più grande sfida è quella di tenere viva la miccia poiché, negli ultimi anni, ho avuto un grosso blocco artistico che mi ha portato ad una pausa forzata, causato da crisi economica, artistica e personale. Ora, nel 2026, sto piano piano riprendendo a dipingere con la missione di non lasciarmi più trasportare dall’inspiegabile ricerca di affermazione (emotiva e, anche, professionale) oltre al riappropriando della libertà di non sottomettermi ad estranee richieste di mercato, come l’adeguare lo stile, al di fuori delle mie esigenze. Come l’Arte deve essere Terapeutica, tale non deve portare peso nel viverla appieno.