è una scrittrice che ha fatto della parola uno strumento per raccontare storie, emozioni ed esperienze profondamente diverse tra loro. Autrice di due libri, il suo percorso attraversa generi e tematiche differenti: dal giallo/thriller Lontani dalla verità – Pezzi del passato, pubblicato nel 2018, al memoir Aborto spontaneo – quando l’amore si interrompe, uscito nel 2025 e nato da un’esperienza personale di lutto perinatale.
La scrittura accompagna Sonia fin da quando era ragazzina, quando già immaginava di poter diventare un giorno una scrittrice. Poco incline a esprimere verbalmente i propri sentimenti, ha trovato nelle parole scritte il linguaggio più naturale attraverso cui raccontarsi e dare forma alle emozioni. Cresciuta in una famiglia tradizionale insieme a due sorelle e un fratello, ha imparato presto a cavarsela da sola, sviluppando un’indipendenza che ha accompagnato anche il suo percorso personale e creativo.
Se con Lontani dalla verità – Pezzi del passato si confronta con i meccanismi narrativi del giallo e del thriller, con Aborto spontaneo – quando l’amore si interrompe la scrittura assume una dimensione profondamente intima e autobiografica. Nel libro Sonia Ferraro racconta senza filtri la propria esperienza di lutto perinatale, affrontando la paura, il senso di colpa, la rabbia e il vuoto lasciato da una perdita difficile da spiegare e spesso ancora più difficile da condividere.
Pagina dopo pagina, la scrittura nata da un dolore personale ha assunto per lei un significato più ampio. Sonia ha compreso che quella storia non apparteneva più soltanto alla propria esperienza, ma poteva rappresentare anche tutte quelle persone che hanno attraversato una perdita nel silenzio, spesso accompagnate da frasi come “succede”, “sei giovane” o “ne avrai altri”, parole che rischiano di ridimensionare un dolore che, invece, ha bisogno di essere riconosciuto e ascoltato. Il libro è dedicato anche al marito Michele, che le è rimasto accanto durante ogni momento di questo difficile percorso.
Oggi Sonia Ferraro porta Aborto spontaneo – quando l’amore si interrompe in incontri e presentazioni, trasformando la propria testimonianza in un’occasione di confronto e condivisione. Tra le esperienze vissute figura anche la partecipazione, il 28 settembre, a un incontro a quattro voci dedicato a libri capaci di affrontare temi come l’aborto spontaneo, il bullismo, la separazione e il coraggio di guardare al futuro. Un confronto significativamente intitolato Non possiamo scegliere cosa ci accade, ma possiamo scegliere cosa ne faremo.
Il suo percorso prosegue con la volontà di continuare a parlare di lutto perinatale, salute mentale, maternità e paternità interrotte, contribuendo attraverso la scrittura e il dialogo pubblico a rompere il silenzio che ancora circonda queste esperienze. Al centro rimane il desiderio di trasformare una vicenda personale in una possibilità di vicinanza per chi ha attraversato un dolore simile, affinché nessuno debba sentirsi costretto ad affrontarlo da solo.
Una volontà racchiusa nelle parole con cui Sonia Ferraro esprime il senso più profondo del suo memoir: «Se anche una sola persona, leggendo queste pagine, riuscirà a sentirsi meno sola, allora tutto questo dolore avrà avuto un senso.»
Hai iniziato a scrivere fin da ragazzina, trovando nelle parole un modo per esprimere sentimenti che faticavi a raccontare a voce. Quando hai capito che la scrittura sarebbe diventata qualcosa di più di una semplice passione?
Ho iniziato a scrivere da ragazzina perché per me era più facile mettere certe cose su carta che dirle a voce. È sempre stato un modo per sfogarmi, per tirare fuori quello che avevo dentro. All’inizio scrivevo per me, senza pensare che un giorno avrei pubblicato dei libri. Poi è arrivato il 2018, con il mio primo romanzo, e da lì ho capito che potevo provare a fare qualcosa di più con questa passione. In realtà, non credo di aver mai deciso davvero di diventare una scrittrice. Ho semplicemente continuato a scrivere perché è una cosa che sento mia e a cui non riesco a rinunciare.
Il tuo esordio editoriale avviene nel 2018 con “Lontani dalla verità – Pezzi del passato”, un giallo/thriller. Cosa ti aveva affascinato di questo genere e come è nata la storia?
Il thriller mi è sempre piaciuto perché mi incuriosisce tutto quello che si nasconde dietro le persone: i segreti, i lati che non mostrano, le cose che magari si portano dietro dal passato. Mi piace l’idea che, andando avanti con una storia, quello che sembrava vero possa cambiare completamente. Da questa passione è nato “Lontani dalla verità – Pezzi del passato”. Era il mio primo libro e sicuramente, riguardandolo oggi, vedrei tante cose in modo diverso, ma per me rimane una tappa importante. Pubblicare per la prima volta è stata una grande emozione, anche perché fino a quel momento scrivere era qualcosa che apparteneva soprattutto a me.
Nel 2025 hai pubblicato “Aborto spontaneo – quando l’amore si interrompe”, un libro profondamente personale. Quanto è stato difficile trasformare un dolore così intimo in parole destinate agli altri?
È stato difficile, tanto. Nel 2023 ho perso due gravidanze, entrambe alla nona settimana, e raccontare quello che ho vissuto non è stato semplice. Quando scrivi un romanzo puoi inventare, puoi cambiare le cose, ma qui stavo parlando di me, di quello che avevo provato davvero. Ci sono stati momenti in cui mettere certe emozioni nero su bianco faceva male. Però sentivo anche il bisogno di farlo, perché mi rendevo conto che dell’aborto spontaneo si parla ancora troppo poco e spesso non si capisce quanto possa essere doloroso. Non ho scritto il libro perché pensassi di avere qualcosa da insegnare agli altri. Avevo semplicemente una storia da raccontare, la mia, e a un certo punto ho sentito che volevo condividerla.
Hai scelto di raccontare la tua esperienza senza filtri, affrontando paura, rabbia, senso di colpa e vuoto. C’è stato un momento durante la scrittura in cui hai pensato di fermarti?
Sì, ci sono stati momenti in cui è stato difficile andare avanti. Scrivere di quello che mi era successo voleva dire tornarci con la mente e non sempre ero pronta a farlo. Alcune cose magari pensi di averle messe da parte, poi ti ritrovi a scriverle e capisci che fanno ancora male. Non volevo raccontare soltanto la parte che poteva essere più facile da condividere, volevo essere sincera anche sulle emozioni meno belle, sulla rabbia, sul vuoto e su tutto quello che spesso si fa fatica a dire. Non è che, finito il libro, sia passato tutto. Non funziona così. Però sono contenta di averlo scritto, perché era qualcosa che sentivo di dover fare, prima di tutto per me stessa.
A un certo punto hai compreso che quel libro non apparteneva più soltanto a te, ma anche alle persone che avevano vissuto esperienze simili. Cosa ti hanno lasciato le testimonianze dei lettori che si sono riconosciuti nelle tue parole?
La cosa più bella, anche se forse non è proprio la parola giusta, è ricevere messaggi da persone che mi dicono di essersi ritrovate nel libro. Quando l’ho scritto, non sapevo come sarebbe stato accolto e avevo anche un po’ di paura a raccontare qualcosa di così personale. Poi ho capito che tante persone avevano vissuto esperienze simili e magari non ne avevano mai parlato apertamente. Quando qualcuno decide di raccontarsi con me, mi fa capire che non sono stata l’unica a sentirmi in un certo modo. E se il mio libro riesce a far sentire qualcuno compreso, anche solo per un momento, allora sono felice di aver trovato il coraggio di pubblicarlo. Non sempre so cosa rispondere a chi mi scrive, ma ascoltare e condividere quello che ho vissuto mi sembra già importante.
Nel libro affronti anche quelle frasi pronunciate spesso per confortare, come “succede”, “sei giovane” o “ne avrai altri”. Cosa dovrebbe invece essere detto, o semplicemente fatto, per stare realmente accanto a chi vive un lutto perinatale?
Penso che spesso le persone dicano certe cose perché non sanno come comportarsi. Magari vogliono aiutarti, ma finiscono per farti stare peggio. Sentirsi dire «sei giovane» oppure «ne avrai altri» non aiuta, perché in quel momento non stai pensando a quello che potrebbe succedere in futuro. Stai soffrendo per quello che hai perso. Io credo che non servano grandi discorsi. A volte basta un «mi dispiace», un abbraccio, oppure semplicemente qualcuno che ti ascolti senza cercare di spiegarti perché non dovresti stare così male. E poi c’è una cosa che secondo me conta tanto: esserci anche dopo, quando tutti hanno ripreso la loro vita e magari pensano che tu stia meglio. Non bisogna avere paura di nominare quello che è successo, né comportarsi come se non fosse mai accaduto.
Il libro è dedicato anche a tuo marito Michele, che ti è stato accanto durante questo percorso. Quanto è importante parlare non soltanto della maternità interrotta, ma anche del dolore e delle emozioni vissute dai padri?
Per me è molto importante, perché si parla spesso della donna, giustamente, ma a volte ci si dimentica che anche il padre sta vivendo una perdita. Io e Michele abbiamo affrontato tutto questo insieme, anche se ognuno con le proprie emozioni e il proprio modo di reagire. Non sempre si soffre allo stesso modo e non sempre si riesce a esprimere quello che si prova. Penso che agli uomini capiti spesso di sentirsi in dovere di essere forti per la propria compagna, mettendo da parte quello che stanno vivendo loro. Ma anche loro hanno bisogno di essere ascoltati e di poter stare male senza sentirsi meno forti. Ho dedicato il libro anche a Michele perché questa esperienza ha riguardato entrambi. Non volevo raccontare soltanto il mio dolore, ma riconoscere anche il suo.
Oggi porti la tua testimonianza nelle presentazioni e negli incontri con il pubblico. Quanto il confronto diretto con le persone ha cambiato il significato che attribuisci al tuo libro?
All’inizio ero concentrata soprattutto sul raccontare quello che avevo vissuto. Poi, durante le presentazioni, ho iniziato a rendermi conto di quanto questo argomento toccasse anche altre persone. Non è sempre facile parlare pubblicamente della mia esperienza, perché comunque è qualcosa che mi riguarda molto da vicino. Però quando qualcuno si avvicina, mi racconta la propria storia o mi dice che si è riconosciuto nelle mie parole, capisco che parlarne ha un senso. Mi piacerebbe che ci fosse meno imbarazzo intorno a questo tema e che le donne non dovessero sentirsi in difficoltà nel raccontare una perdita. Se attraverso il mio libro riesco anche solo a far nascere una conversazione che altrimenti non ci sarebbe stata, per me è già una cosa importante.
Dopo aver attraversato generi ed esperienze così differenti, dal thriller al memoir, quali storie vorresti raccontare in futuro e quale messaggio senti ancora il bisogno di affidare alla scrittura?
Sicuramente voglio continuare a scrivere thriller, perché è un genere che amo e non ho intenzione di abbandonarlo. Sto lavorando a “Sangue maledetto”, ambientato a Orta Nova, e sono contenta di tornare alla narrativa. Allo stesso tempo, so che “Aborto spontaneo – quando l’amore si interrompe” ha aperto per me una strada diversa, quella della testimonianza e della sensibilizzazione. Vorrei continuare a parlare di questo argomento, perché so quanto sia facile sentirsi soli quando si attraversa una perdita del genere. Per il resto, non voglio programmare troppo quello che scriverò. Mi piace l’idea di poter raccontare storie diverse, anche molto lontane tra loro. L’importante è che siano storie in cui io creda davvero e che abbia qualcosa da dire. La scrittura per me è sempre partita da lì, dal bisogno di raccontare qualcosa che sento.