A raccontarci l’artista è il figlio.
Sergio Corrias nacque a Bracciano nel 1924, in un suggestivo borgo medievale immerso tra le colline vicino a Roma. Fin dagli anni giovanili, mentre studiava chimica, adottò lo pseudonimo di Sé Corsari, nome con cui iniziò a firmare i suoi primi disegni e a partecipare a spettacoli teatrali studenteschi, manifestando precocemente una forte inclinazione artistica e creativa.
La sua giovinezza fu segnata dagli spostamenti continui dovuti al periodo della Seconda Guerra Mondiale: visse con la famiglia tra diverse regioni d’Italia, tra cui Toscana e Umbria, e trascorse anche un periodo a Zara, nell’ex Jugoslavia. I paesaggi italiani e il mare di Zara entrarono profondamente nel suo immaginario visivo, diventando una fonte d’ispirazione costante per i suoi disegni e dipinti.
Nel 1949, spinto da uno spirito avventuroso e da una naturale curiosità verso il mondo, si trasferì in Brasile. Questo passaggio segnò profondamente la sua produzione artistica, che iniziò ad assorbire le atmosfere e le tonalità afro-brasiliane della Bahia, influenze che avrebbero accompagnato tutta la sua ricerca successiva. Nel 1956 si sposò con Lilyan Lange, dalla quale ebbe un figlio, Fabio. Nel 1960 la famiglia fece ritorno in Italia, stabilendosi tra Milano e Padova, fino a quando, nel 1975, Corsari decise di tornare nuovamente in Brasile, spinto dalla nostalgia e da un legame sempre più forte con quella terra che sentiva come una seconda patria.
I decenni compresi tra gli anni Settanta e Novanta rappresentarono il periodo più prolifico della sua carriera. In quegli anni partecipò a numerose esposizioni e concorsi tra Italia e Brasile, esponendo a Padova, Milano, Verona, San Paolo e Rio de Janeiro e ricevendo premi e riconoscimenti che consolidarono la sua presenza nel panorama artistico.
Artista poliedrico, non fu soltanto pittore ma anche scultore di maschere, falegname, suonatore di armonica, imitatore e appassionato narratore. La sua formazione scientifica in chimica divenne parte integrante del suo approccio creativo, quasi un elemento alchemico capace di fondere tecnica, materia e immaginazione.
Negli ultimi dieci anni della sua vita, fino alla scomparsa avvenuta il 1º ottobre 2004, divise il suo tempo tra il Brasile e l’Italia, continuando a nutrire la propria arte con la passione per i colori e la vitalità del Brasile e con la memoria luminosa dei paesaggi assolati della sua giovinezza italiana.
Cosa ricordi del momento in cui tuo padre iniziò a usare lo pseudonimo Sé Corsari e che significato aveva per lui questa scelta?
“Sé” era il diminutivo di Sergio, ed era come le sorelle e gli amici lo chiamavano fin da quando era ragazzino. “Corsari”, invece, é l’anagramma di Corrias, un cognome tipicamente sardo ( suo padre era di Cagliari) che lui adottò perchè gli sembrava un nome esotico ed era anche un omaggio alla bandiera della Sardegna, con i famosi quattro corsari saraceni.
Quali racconti ti faceva della sua giovinezza trascorsa tra diverse regioni d’Italia e a Zara, e quanto quei luoghi hanno inciso sulla sua arte?
Essendo figlio di un militare, mio padre, ancora da giovane, visse in varie regioni dell’ l’Italia ( Lazio, Umbria, Toscana e Istria, per esempio) e sempre ci parlava della bellezza delle colline, del fascino dei paesini medievali colmi di storia e dell’azzurro intenso del mare di Zara. Queste immagini, cristallizzate nella sua memoria, furono una delle grandi fonti d’ispirazione della sua opera.
Secondo te, cosa lo spinse davvero a partire per il Brasile nel 1949 e cosa trovò lì che cambiò profondamente il suo percorso artistico?
Nel 1949, mio padre lavorava come chimico a Bolzano, ma fù proprio lo spirito di avventura e la voglia di conoscere altre parti del mondo, che lo spinsero a partire per il Brasil, insieme ad alcuni amici.
Che tipo di legame aveva con il Brasile e con la Bahia, e in che modo questi luoghi si riflettevano nei suoi colori e nelle sue opere?
Prima di tutto direi che dopo aver appena lasciato un’ Italia segnata dalla guerra ed in fase di riscostruzione economica, trovarsi in un paese giovane, vitale ed in espansione come il Brasile, fù per lui vivere una sensazione di rinascita personale. Dal punto di vista artistico, l’impatto culturale, visivo e sensoriale furono sicuramente dirompenti. Diversi fattori influenzarono profondamente la pittura di Sé Corsari, come la pluralitá etnica, l’influenza africana nel quotidiano dei mercati e nella musica della Bahia, oltre ai colori ed il profumo del mare e della vegetazione dei tropici.
In che modo la sua formazione in chimica entrava nel suo modo di creare e di pensare l’arte?
Per Sé Corsari la chimica non era un mezzo tecnico, ma un linguaggio: attraverso la conoscenza dei materiali, lui costruiva forza, durata e senso della sua pittura. Mi ricordo come se fosse oggi quando mi diceva che nella pittura a olio, ogni strato reagisce con quello sottostante , i tempi di ossidazione e asciugatura cambiano la resa finale e la compatibilità chimica evita fessurazioni o opacità indesiderate
Com’era tuo padre nel quotidiano, al di là dell’artista: che persona era in casa e in famiglia?
Con il sangue di padre sardo e madre toscana, avendo vissuto la vita intensamente, mio padre è sempre stato un uomo irrequieto, vanitoso e curioso, dalla forte personalità, la cui creatività si canalizzava attraverso il suo alter ego, Sé Corsari. A casa era un padre presente, anche se severo, e un marito affettuoso. Era un uomo generoso e gli piaceva ricevere amici a casa . Era famoso per raccontare barzellette come nessuno e per le sue imitazioni.
Tra pittura, scultura di maschere, musica e narrazione, quale forma espressiva lo rappresentava di più secondo te?
Senz’ altro la pittura, che era per lui era una esperienza sensoriale, più che accademica o intellettuale. Con la pittura si trasformava in interprete della vita quotidiana, attraverso colore, luce e ritmo.
C’è un ricordo preciso legato al suo modo di lavorare che senti particolarmente vivo ancora oggi?
Mi ricordo benissimo come rimanevo incantato nel vedere come mio padre, indossando un grembiule logoro , con il solo aiuto di un bastoncino di carbone naturale e di una gomma morbida, disegnasse su una tavola di legno da lui stesso preparata — utilizzando tecniche di sovrapposizione della pittura — contorni inizialmente indecifrabili di figure fumose e sporche di polvere di carbone che, poco a poco, man mano che venivano riempite con sicure spatolate di pittura a olio, si trasformavano in volti dallo sguardo misterioso, paesaggi e fiori esotici oppure marine mediterranee o della Bahia.
Che rapporto aveva con i riconoscimenti e le mostre a cui partecipò tra gli anni Settanta e Novanta?
Il rapporto di Sé Corsari con riconoscimenti e mostre fu intenso ma non dipendente, cioé, partecipò attivamente alla vita espositiva, ma senza mai subordinare il proprio lavoro alla ricerca del consenso. Esponeva quando sentiva che un ciclo di lavori aveva raggiunto una maturità interna, non per seguire mode o calendari.
Com’era il suo legame con l’Italia dopo i lunghi periodi trascorsi in Brasile?
Il suo legame con l’Italia dopo i lunghi periodi trascorsi in Brasile eraprofondo, affettivo e mai reciso, ma anche complesso e non nostalgico. L’Italia rimase per lui una radice, non un rifugio.
Negli ultimi anni della sua vita, mentre divideva il tempo tra i due Paesi, dove ti sembrava si sentisse davvero a casa?
Che fosse in Italia o in Brasile, la sensazione di appartenenza emergeva soprattutto quando aveva uno studio (anche improvvisato) e poteva disporre dei suoi materiali. Negli ultimi anni, non appariva diviso o inquieto per questa doppia geografia. Aveva piuttosto riconciliato le due appartenenze: l’Italia come origine e struttura, il Brasile come energia e vitalità e la pittura come luogo di sintesi
Quale pensi sia stata l’eredità più importante che ti ha lasciato, umanamente e artisticamente?
L’eredità più grande che mi ha lasciato è stata l’esempio di una vita vissuta come un atto creativo continuo, in cui l’arte non era separata dall’essere umano. Mi ha insegnato che creare è un modo di abitare il tempo, e che la coerenza, anche quando è faticosa, è una forma di amore.
C’è un’opera o un periodo della sua produzione a cui sei più legato e perché?
Certamente sono più legato a quei lavori che ho visto nascere. Ricordo il silenzio dello studio, l’attesa, la concentrazione, la tensione. MI impressionano principalmente i volti, che non raccontano una persona, ma uno stato, uno sguardo che sembra sapere più di quanto dica.
Se dovessi raccontare tuo padre a chi non lo ha mai conosciuto, quale immagine o episodio useresti per descriverlo davvero?
Ricordo come fosse oggi che, una volta terminato un quadro, mio padre chiedeva di andare a chiamare mia madre affinché desse il suo verdetto critico sulla qualità dell’opera appena generata dall’ispirazione di Sé Corsari. Nella maggior parte dei casi arrivava l’approvazione, per la gioia e la soddisfazione di mio padre; ma in alcune rare occasioni, dopo lunghi e interminabili secondi di silenzio contemplativo, poteva arrivare un «non mi piace, Sergio», che scatenava la frustrazione immediata — e talvolta esplosiva — dell’artista, seguita dall’ossessione di mettersi subito a dipingere un altro quadro, fino a ottenere l’agognato e sudato elogio. Questa routine e questo rapporto “marito-artista / moglie-critica d’arte” si sono perpetuati per tutta la vita artistica di mio padre, sia in Brasile che in Italia.