nome d’arte di Sarah Rocio Provenzani, è una cantautrice, produttrice e narratrice sonora capace di unire culture e sensibilità diverse attraverso la musica. Di origini italo-venezuelane e residente a Ras Al Khaimah negli Emirati Arabi Uniti, porta nella sua ricerca artistica uno sguardo profondamente internazionale, costruito a partire dal trasferimento negli Emirati nel 2018, dove ha sviluppato il proprio percorso creativo e sonoro.
Pianista e compositrice con una formazione classica, fonde la solidità della musica orchestrale con una produzione elettronica contemporanea, dando vita a uno stile techno-pop cinematografico, intenso e introspettivo. Le sue composizioni si distinguono per un forte impatto emotivo e per una chiara vocazione narrativa, in cui ogni brano diventa uno spazio di riflessione e consapevolezza.
Il suo debutto discografico nel 2024 con il singolo “Sea of Sorrow” ha segnato l’inizio di un percorso artistico guidato da una profonda attenzione ai temi sociali e ambientali. Attraverso la musica ha affrontato questioni legate alla tutela degli animali, al collasso ambientale, al valore dell’eroismo dimenticato e alla dignità dei popoli indigeni, trasformando ogni produzione in un racconto evocativo e carico di significato. Il suo lavoro, interamente realizzato negli Emirati Arabi Uniti, rappresenta una sintesi autentica tra identità, visione globale e impegno creativo.
Cos’è per te la musica?
La musica è il luogo in cui mi sento sicura, quello che mi permette di trasformare emozioni in qualcosa di tangibile. È il mio diario segreto che però fino a poco tempo fa non condividevo. È quel posto sicuro dove posso essere 100% me stessa, e mi e’ servita anche come autoterapia nei momenti difficili della mia adolescenza. Per me è ossigeno e libertà totale.
Qual è stato il momento in cui hai capito che la musica sarebbe diventata il tuo linguaggio principale per raccontare storie?
Da bambina mi dedicai al pianoforte, ma la mia timidezza mi bloccava, non mi sentivo di esibirmi, ed a un certo punto avevo mollato. Ma ho sempre ascoltato musica, un sacco di musica. Soprattutto pop (il mio primo idolo e’ stato Michael Jackson), pop latino, poi siccome sono appassionata di storia e miti della antichita’, mi sono innamorata della musica epica. Infine, la mia ultima scoperta e’ stata la fantastica New Wave inglese degli anni 80 (Depeche Mode, Simple Minds, Eutythnmics, Bronsky Beat, ecc), una ondata travolgente di favolosi suoni elettronici e contenuti impegnati, minimalisti, che raccontavano della vita e dei problemi di tutti i giorni, di ragazzi normali che abitavano periferie squallide e deprimenti. Davvero incredibile come erano avanti in tutto. Artisti e musicisti immensi, nononstante alla epoca fossero tutti dei ragazzini. Ho quindi iniziato ad sviluppare un amore incredibile per la musica elettronica ed il synth-pop di qualita’, ma mantenendo la mia influenza proveniente dalla musica classica ed epica. Alla fine, fu mia madre a spingermi a riprendere seriamente la cosa, spingendomi alla scuola di canto. Quindi piuttosto tardi, visto che avevo oltre 20 anni. Ma da lì, non sono più riuscita a fermarmi. La musica è diventata il mio modo di respirare, di elaborare il mondo, di tradurre ciò che vedo in qualcosa che gli altri possono sentire.
In che modo le tue radici italo-venezuelane influenzano il tuo immaginario sonoro e la tua identità artistica?
È come avere due anime. L’italiano mi ha regalato la passione per la melodia romantica, quella voglia di bellezza assoluta e classica, di perfezione armonica. Il venezuelano mi ha dato quella energia, quella capacità di trovare la gioia anche quando tutto sembra crollare.
Cosa ha significato per te trasferirti negli Emirati Arabi Uniti e costruire lì il tuo percorso musicale?
Nel 2018 ho deciso di raggiungere mio padre che gia’ viveva in Emirati per Lavoro dal 2012, ed ho trovato il mio habitat naturale: pace, ordine, sicurezza, rispetto delle regole, un posto dove tradizione e futuro si abbracciano ogni giorno senza sforzo. Oltre ad un ambito incredibilmente multiculturale, con influenze da ovest e da est, ed una cultura locale molto affascinante, compresa la musica e Ie loro sonorita’. Gli Emirati mi hanno dato la libertà di sperimentare senza etichette, di costruire qualcosa da zero senza nessuno che mi dice ‘devi essere così’. Qui ho imparato che i limiti esistono solo nella testa. La diversità culturale di questo posto mi nutre ogni giorno: ascolti dieci lingue diverse mentre cammini per strada, vedi tradizioni millenarie convivere con architetture futuristiche. È questo contrasto che cerco di portare nella mia musica.
Quanto ha inciso la formazione classica da pianista e compositrice nella creazione del tuo stile techno-pop cinematografico?
Il pianoforte resta la mia base, il mio punto zero. Anche quando creo beat super elettronici, parto sempre da lì. È come avere un’ancora di eleganza in un oceano di synth. Senza quella base, il mio techno-pop cinematografico non esisterebbe. Il classico mi ha insegnato la disciplina, la pazienza, la ricerca della perfezione. Ma soprattutto mi ha dato il coraggio di rompere le regole sapendo esattamente quali regole sto rompendo.
Come nasce una tua canzone: parte prima da un’immagine, da un’emozione o da un messaggio preciso che desideri comunicare?
Dipende dal giorno, dall’umore, ma in generale parte da una emozione o un sentimento legato ad un fatto specifico che mi ha colpito, o ispirato spesso dalla storia, dal nostro passato, da personaggi o accadimenti storici rilevanti. Ad esempio, il mio debutto sulle piattaforme a fine estate 2024 fu con la canzone “Sea of Sorrow”, che parla del problema e delle sofferenze di tanti animali abbandonati o randagi, che soffrono e muoiono nella indifferenza totale. Il fatto che io appena giunta in Emirati abbia iniziato a curarmi di gatti randagi con l’aiuto di mio padre (ora ne sosteniamo una cinquantina in un luogo protetto e dedicato), evidentemente mi ha fatto vivere sentimenti ed emozioni tali per cui non ho potuto evitare di tradurli nella canzone del mio debutto, visto che questa causa e’ centrale per la mia esistenza. Poi successivamente ho pubblicato vari pezzi dedicati a personaggi e accadimenti storici o mitologici. Ho pubblicato canzoni dedicate alla leggenda di Icaro (Gliding to the Sun), poi ai 300 eroi spartani delle Termopili (300 Fallen Heroes), ho creato un mini LP intitolato “Flames of Greece” contenente 5 pezzi dedicati agli eroi greci Ulisse, Achille, Ercole, Teseo, Perseo. Decisamente fuori dal trend moderno, ma e’ stato un omaggio alle mie passioni di infanzia. Peraltro il mio ultimo pezzo pubblicato giusto poche ore fa, e’ dedicato a Cleopatra, ed e’ il mio primo esperimento di contaminazione fra epica, synthpop e sonorita’ arabeggianti. Sono curiosa di vedere se la mia audience apprezzera’. Ma dopo tutto questo lungo discorso, il filo conduttore è sempre lo stesso: devo sentire qualcosa di vero e mio, altrimenti non funziona. Non riesco a scrivere canzoni finte, mi si blocca tutto. Deve venire dal profondo, deve farmi venire la pelle d’oca mentre le sento nascere.
Cosa rappresenta per te il concetto di musica come ponte tra culture diverse?
Per me è TUTTO, letteralmente tutto. Crescere tra culture diverse ti insegna che non esistono confini veri, solo differenti modi di dire le stesse cose. La musica è l’unico linguaggio universal, non serve tradurre, basta ascoltare. Puoi non capire una parola di quello che canto e comunque sentire esattamente cosa voglio dirti. La musica attraversa muri, confini, pregiudizi. È il mio modo di dire ‘guarda, siamo tutti connessi. Spero che chi ascoltera’ la mia musica senta di appartenere a qualcosa di comune, indipendentemente da dove viene.
Qual è stata l’emozione nel dare vita al tuo primo singolo e nel capire che poteva diventare uno strumento per sostenere cause importanti?
“Sea of Sorrow” è stata una grande emozione, oltre che una difficolta’ oggettiva, data la struttura della canzone e la estensione vocale che essa richiedeva. Da quel momento ho capito che la mia musica poteva essere più di un sottofondo per una serata con amici – poteva essere azione concreta, cambiamento reale. Ricordo la prima volta che qualcuno mi ha scritto dicendo che aveva adottato un gatto dopo aver sentito la canzone. Quel momento ha definito tutto quello che sto diventando come artista, e il mio desiderio di raggiungere una audience la piu’ ampia possibile, spiega anche perche’ ho deciso di iniziare la carriera cantando in inglese.
Quanto è importante per te affrontare temi sociali e ambientali attraverso le tue composizioni?
I miei ascoltatori sanno che le mie canzoni supportano cause reali o hanno scopo di attirare la attenzione su problem, magari utilizzando le metafore dei personaggi storici. Vorrei che la mia musica fosse un mezzo di sensibilizzazione di un problema che spesso viene trascurato. Ho giusto un paio di settimane fa pubblicato il mio primo pezzo in Italiano (Tutti Non Dieci), una canzone dedicata ad un fatto di cronaca che ha trovato ampio spazio nei media italiani (la signora Gioacchina di Palermo che deve riallocarsi con oltre 50 gatti). Una notte pensavo a come questa signora fosse disperata dal dover considerare di separarsi forzatamente dai suoi “figli”. Allora, ho visto su internet qualche sua intervista e mi ha colpito come dicesse “tutti, non dieci”, una frase che esprime amore e determinazione di non lasciare indietro nessuno. E la mattina avevo gia’ buttato giu’ un pezzo molto particolare e dalla durata breve, ma molto orecchiabile, se vogliamo fuori dal mio genere principale, una sorta di breve cameo con il fine di far girare il messaggio. Anzi, questa canzone dedichera’ tutte le royalties che generera’ alla signora, e pertanto spero che in Italia qualche media ne parli per poi generare ascolti. Lo reputo un caso simbolico: dove il settore pubblico latita, persone dal cuore buono fanno del loro meglio per risolvere problemi come quello di rimuovere animali dalla strada, senza nessun aiuto, per poi alla fine venire obbligati a smantellare tutto quanto e a dover sbattere in mezzo alla strada decine di esseri viventi cresciuti con amore per anni.
In che modo riesci a bilanciare la dimensione artistica con quella di produttrice e storyteller?
Non riesco a separarle. Ogni ruolo mi nutre gli altri. Essere produttrice mi dà il controllo sulla mia visione, essere storyteller mi dà lo scopo, essere artista mi dà la libertà espressiva. È molto faticoso certe volte, ma molto appagante quando vedi il prodotto finito e ricevi commenti positivi.
Che rapporto hai con il suono elettronico e cosa ti affascina della sua capacità di creare atmosfere cinematografiche?
L’elettronica è magia pura, alchimia moderna. Mi permette di costruire mondi che non esistono, di creare atmosfere che il pianoforte da solo non potrebbe raggiungere. Mi affascina la sua infinita versatilità: può essere fredda e distante, o calda e avvolgente. Può farci ballare fino all’alba o farci piangere in un angolo. È possibilità, è libertà creativa assoluta.
C’è un brano a cui ti senti particolarmente legata perché racconta qualcosa di molto personale?
“The Sun Within” è il mio cuore nudo, completamente. Parla della mia battaglia con la depressione, di quei momenti in cui sembra che il sole non torni mai, di quel buio che ti avvolge fino a soffocarti. Ma è anche speranza, resilienza, la prova che si può risorgere dalle proprie ceneri. Quella canzone mi ha salvata, e spero possa salvare anche qualcun altro. Oltre alla versione principale accompagnata da un video musicale ambientato nel deserto, ne ho fatta anche una versione solo piano, che credo sia davvero ben riuscita. Ma brani piu’ recenti come “Fearless Mothers” in onore delle madri single che crescono bambini da sole con mille difficolta’, o “Earth is Crying” sul problema del danneggiamento ormai irreversibile del nostro pianeta, o “Echoes of Humanity” e “Streets of Gold” che parlano della disumanizzazione delle nostre relazioni, e della presenza costante di guerre ovunque, sono pezzi che ho nel cuore.
Come immagini l’evoluzione futura del tuo progetto musicale e delle storie che desideri raccontare?
“Voglio esplorare territory nuovi, come dicevo la mia ultima pubblicazione di qualche ora fa (Cleopatra – Queen of Fire) introduce una influenza afro-arabeggiante al mio synthpop. Attualmente ho pronto un album di 10 pezzi in inglese che ritengo molto ben riusciti, un synthpop molto melodico, ma che ancora non ho pubblicato, in quanto e’ molto difficile da artista indipendente poi promozionare un album come si deve, e spero sempre che una etichetta possa affacciarsi e darmi una mano. Al tempo stesso vorrei iniziare a pubblicare pezzi in Italiano, mantenendo il mio genere impegnato su temi di utilita’. Infine, spero presto di poter iniziare qualche collaborazione con altri artisti che mi facciano uscire dalla comfort zone, magari con esperienze dal vivo ed immersive. Ma principalmente, una cosa e’ certa: continuare a usare la mia voce per chi non ce l’ha.
Descriviti in tre parole.
Sensibile, Sognatrice, Caritatevole.