sviluppa fin da giovanissima una spiccata sensibilità per il colore e per la costruzione ideale delle forme, avviando un percorso artistico che nel tempo si consolida in una ricerca matura e consapevole. Nel 1989, spinta dal desiderio di acquisire solide competenze tecniche, intraprende un percorso formativo sotto la guida del maestro Mauro D’Ottavi, con il quale studia pittura a olio fino al 2000, costruendo le fondamenta della propria identità espressiva. Già nel 1990 ottiene il riconoscimento del Premio “La Conchiglia”, assegnato con consenso unanime, segnando l’avvio ufficiale della sua carriera.
Nel corso degli anni amplia il proprio linguaggio attraverso lo studio e la sperimentazione di tecniche come l’affresco, il mosaico e l’uso della spatola, approfondendo il rapporto tra gesto, materia e luce. Il 2020 rappresenta una svolta decisiva: abbandona la figurazione per approdare a un’astrazione lirica ed emozionale, in cui la pittura diventa espressione diretta dell’interiorità. L’introduzione dell’acrilico e di materiali materici come sabbie, polveri di vetro, madreperla e pigmenti iridescenti segna una rinascita artistica, dando vita a opere di grande formato, immersive e fortemente evocative.
La sua ricerca si concentra sull’energia nascosta delle cose, utilizzando il colore come manifestazione emotiva e la materia come eco del profondo. Le sue opere, spesso ispirate ai fondali marini, alle luci abissali e alle strutture organiche della natura, si configurano come emersioni interiori, sospese tra memoria, percezione e spiritualità.
Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti in ambito nazionale e internazionale, tra cui il Primo Premio al concorso “Il Filo che unisce” a Frascati nel 2026 e il primo premio al contest internazionale “Cavalli in arte astratta” nel 2023. La sua produzione è stata oggetto di attenzione critica e inserita in contesti istituzionali e museali, con archiviazioni ufficiali e pubblicazioni su importanti cataloghi d’arte contemporanea.
Le sue opere fanno parte di collezioni private e pubbliche in Italia e all’estero e sono esposte permanentemente in spazi istituzionali e strutture di prestigio. Attraverso un linguaggio in continua evoluzione, Rosella Giorgetti porta avanti una ricerca che unisce materia e luce, con l’obiettivo di tradurre in forma visiva le profondità dell’esperienza umana.
Cos’è per te l’arte?
L’arte è il mio modo di dialogare con la vita. È uno spazio di libertà in cui posso trasformare emozioni, ricordi e intuizioni in qualcosa di visibile. Quando dipingo mi sento in ascolto di qualcosa che va oltre le parole. Per me l’arte non è una semplice rappresentazione della realtà, ma un ponte tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo.
Qual è stato il momento in cui hai sentito il bisogno di abbandonare la figurazione per dedicarti completamente all’astrazione?
Non è stata una scelta improvvisa, ma una trasformazione graduale. Dopo anni di studio e di pittura figurativa ho sentito che la tecnica, pur essendo fondamentale, non bastava più a esprimere ciò che avevo dentro. Volevo raccontare emozioni e stati d’animo che non avevano una forma precisa. L’astrazione mi ha dato la possibilità di essere più sincera e di lasciare che fosse il sentire a guidare il gesto.
In che modo la materia – sabbie, vetro, madreperla – dialoga con le tue emozioni durante il processo creativo?
La materia è una presenza viva. Non la considero un semplice materiale, ma una parte attiva dell’opera. Le sabbie portano la memoria della terra, il vetro cattura la luce, la madreperla aggiunge riflessi imprevedibili. Ognuno di questi elementi reagisce al colore e al gesto in modo diverso, creando un dialogo continuo tra ciò che provo e ciò che emerge sulla tela.
Cosa rappresenta per te la luce, elemento così ricorrente nelle tue opere?
La luce è speranza, trasformazione e rinascita. Anche nei lavori più intensi o nei fondi più scuri cerco sempre una traccia luminosa. È la presenza che ci guida nei momenti difficili, la possibilità di guardare oltre ciò che sembra limitarci. Credo che la luce sia una delle forme più potenti dell’energia vitale.
Quanto ha inciso la tua formazione tecnica tradizionale sulla libertà espressiva che caratterizza i tuoi lavori più recenti?
Ha inciso moltissimo. La libertà non nasce dal caso, ma dalla conoscenza. Gli anni trascorsi a studiare disegno, prospettiva, composizione e tecniche pittoriche mi hanno dato delle radici solide. Oggi posso muovermi nell’astrazione con maggiore consapevolezza proprio perché conosco bene la struttura da cui sono partita. Come amo dire, oggi volo nell’astrazione perché conosco perfettamente la terra da cui parto.
C’è un’emozione o uno stato d’animo che senti di esplorare più spesso nelle tue tele?
La trasformazione. Mi affascina quel momento in cui una difficoltà diventa forza, quando una fragilità si trasforma in consapevolezza. Molte delle mie opere parlano proprio di questo passaggio, di quella energia silenziosa che ci permette di andare avanti e di rinascere.
Come nasce un tuo lavoro: da un’immagine mentale, da una sensazione o da un gesto istintivo?
Nasce quasi sempre da una sensazione. A volte è un’emozione, altre una luce particolare, il ricordo di un paesaggio o il suono del mare. Entro in studio con un’intuizione e poi lascio che il dialogo tra colore, materia e gesto faccia il resto. Molte delle cose più belle accadono proprio quando smetto di controllare tutto.
Il mare e le profondità abissali sembrano molto presenti nella tua ricerca: che tipo di legame hai con questi elementi?
Il mare rappresenta l’infinito, il mistero e il cambiamento continuo. Mi affascinano soprattutto le sue profondità, perché custodiscono mondi invisibili proprio come accade dentro di noi. Quando dipingo il mare non penso solo all’acqua, ma a quel viaggio interiore che tutti affrontiamo nel corso della vita.
Quanto è importante per te il formato delle opere e la dimensione immersiva nel coinvolgere lo spettatore?
È molto importante. Spesso scelgo formati ampi perché desidero che chi osserva non si limiti a guardare l’opera, ma possa entrarci dentro con lo sguardo. Mi piace creare profondità, movimento e spazi aperti che permettano allo spettatore di sentirsi parte dell’esperienza.
Che ruolo ha oggi il pubblico nel completare il significato di un tuo dipinto?
Un ruolo fondamentale. Quando un’opera lascia il mio studio non appartiene più soltanto a me. Ogni persona vi legge qualcosa di diverso in base alla propria storia, alle proprie emozioni e ai propri ricordi. È proprio questa pluralità di interpretazioni che rende l’arte viva.
Dopo tanti riconoscimenti e traguardi, cosa senti di voler ancora sperimentare o superare nel tuo percorso artistico?
Vorrei continuare a sorprendermi. Credo che la ricerca non finisca mai. Mi interessa esplorare nuove contaminazioni tra materia, luce e installazione, creando esperienze sempre più immersive. Ogni nuova opera deve rappresentare una scoperta, non una ripetizione di ciò che già conosco.
In che modo le tue opere riflettono il concetto di energia nascosta delle cose?
Cerco di rappresentare ciò che normalmente non vediamo. Non dipingo l’oggetto, ma la sua vibrazione, il suo movimento interiore. Le stratificazioni, i riflessi e le trasparenze diventano il modo per rendere visibile quell’energia silenziosa che attraversa la natura e la vita.
Qual è la sfida più grande nel mantenere autenticità in un sistema artistico sempre più globale e competitivo?
Restare fedeli alla propria voce. Oggi siamo continuamente esposti a immagini, tendenze e linguaggi provenienti da tutto il mondo. È una ricchezza straordinaria, ma può diventare una distrazione. La vera sfida è continuare ad ascoltare se stessi e creare opere che nascano da una necessità autentica, non dal desiderio di seguire una moda.
Se dovessi raccontare la tua evoluzione artistica con un’immagine, quale sarebbe?
La immaginerei come una vela che lascia lentamente il porto. All’inizio segue rotte conosciute e rassicuranti, poi trova il coraggio di affidarsi al vento e di navigare verso orizzonti inesplorati. Credo che il mio percorso sia stato proprio questo: un viaggio dalla rappresentazione della realtà alla libertà dell’emozione.
Che tipo di esperienza vorresti che lo spettatore vivesse davanti a una tua opera?
Vorrei che si concedesse un momento di ascolto. Non mi interessa che comprenda tutto o che cerchi un significato preciso. Mi piacerebbe che si lasciasse attraversare dall’opera, che ritrovasse un ricordo, una sensazione o semplicemente un’emozione capace di farlo sentire più vicino a se stesso.
Se dovessi definire oggi la tua arte con tre nuove parole, quali sceglieresti?
Ascolto. Trasformazione. Luce. Perché ogni mia opera nasce dall’ascolto interiore, attraversa un processo di trasformazione e cerca sempre una luce capace di aprire nuovi orizzonti. e come dico sempre: Non dipingo ciò che vedo. Dipingo l’energia invisibile che lascia una traccia dentro di noi. La materia le dà corpo, il colore le dà voce e la luce le permette di respirare.