Rosangela Massarelli

nasce a Bari nel 1988 e sviluppa un percorso artistico poliedrico che intreccia illustrazione, teatro e scrittura, dando vita a una ricerca espressiva in continua evoluzione. Il suo linguaggio visivo…

BIOGRAFIA

#Rosangela Massarelli

nasce a Bari nel 1988 e sviluppa un percorso artistico poliedrico che intreccia illustrazione, teatro e scrittura, dando vita a una ricerca espressiva in continua evoluzione. Il suo linguaggio visivo prende forma da un approccio spontaneo e istintivo, in cui gesto, emozione e pensiero si trasformano in immagini fatte di linee, geometrie e atmosfere sospese tra realtà e immaginazione.

Nel disegno predilige uno stile illustrativo che unisce precisione tecnica e libertà creativa, alternando il lavoro manuale al digitale e alla pittura. Le sue opere si configurano come piccoli universi narrativi, frammenti aperti che invitano l’osservatore a entrare, interpretare e completare il racconto. Nel corso della sua attività ha realizzato copertine di libri, vignette su commissione e partecipato a diverse mostre, continuando a progettare nuovi momenti espositivi che riflettano la maturità raggiunta nel suo percorso.

La sua formazione affonda le radici nel teatro, ambito in cui ha maturato anni di esperienza tra recitazione, cinema, musical e scrittura scenica, arrivando anche a dirigere una compagnia. Questo background contribuisce a definire una forte sensibilità per il ritmo, l’ascolto e l’espressività, elementi che si riflettono nelle sue illustrazioni, concepite come vere e proprie scene in movimento, capaci di trasmettere energia, dinamismo e profondità emotiva.

Cos’è per te l’arte?

L’arte è il luogo dove tutto ciò che non riesco a dire prende forma. È un modo di ascoltare ciò che si muove dentro di me e trasformarlo in un’immagine che possa esistere fuori da me.

Come nasce il tuo immaginario visivo: da un’immagine, da una scena teatrale o da un’emozione?

Nasce quasi sempre da un’emozione. A volte è un gesto visto a teatro, altre volte un dettaglio quotidiano, ma è l’emozione che decide la direzione e la temperatura dell’immagine.

In che modo il tuo passato nel teatro influenza concretamente le tue illustrazioni?

Il teatro mi ha insegnato la presenza, il ritmo e la tensione del gesto. Le mie illustrazioni hanno sempre qualcosa di molto scenico, un equilibrio, un corpo che gesticola, espressioni accentuate.

C’è un momento in cui capisci che un’opera è “finita” oppure rimane sempre aperta?

Un’opera è finita quando smette di chiedermi qualcosa. Non quando è perfetta, ma quando non mi parla più. Fino a quel momento rimane aperta, viva, in dialogo con me.

Come dialogano tra loro il lavoro manuale, il digitale e la pittura nel tuo processo creativo?

Sono tre strati della stessa voce. Il manuale è l’istinto, il digitale è la struttura, la pittura è la parte emotiva e materica.

Qual è il filo narrativo che senti più forte nelle tue opere?

La ricerca di un equilibrio tra le mie idee visione e realtà. Le mie immagini oscillano tra geometria e sogno, tra corpi e metafore, tra ciò che è riconoscibile e ciò che è solo percepibile.

Ti senti più illustratrice, performer o narratrice, oppure tutte queste cose insieme?

Non potrei scegliere. L’illustratrice costruisce le forme, la performer dà ritmo e presenza, la narratrice racconta. Sono tre parti che convivono e che si alimentano a vicenda.

Quanto è importante per te lasciare spazio all’interpretazione di chi osserva?

È fondamentale ed è il bello della condivisione. Io costruisco un varco, ma chi guarda completa il senso. Mi interessa che l’immagine non chiuda, ma apra: che lasci una domanda, un dubbio, un’interpretazione diversa.

C’è un progetto o una mostra che ha segnato una svolta nel tuo percorso?

Ogni mia esibizione, ha avuto un senso differente. Sono momenti in cui capisco che la mia ricerca non è lineare, ma circolare perché va , viene, si espande, cambia, si approfondisce.

Quali emozioni cerchi di trasmettere più spesso attraverso le tue immagini?

Cerco di trasmettere soprattutto un’idea: un pensiero che si apre, una possibilità che si insinua.

Come immagini la tua prossima mostra ideale?

Come un ambiente immersivo con illustrazioni, suono, piccole azioni performative, oggetti scenici. Un luogo dove chi entra non guarda soltanto, ma attraversa un’atmosfera.

Qual è la sfida più grande nel portare avanti una ricerca artistica così multidisciplinare?

Trovare un centro. Tenere insieme linguaggi diversi senza perdere la mia voce. La sfida è trasformare la complessità in una direzione chiara, riconoscibile, necessaria, ci penso da molto.

Stai lavorando a nuove contaminazioni tra teatro, scrittura e illustrazione?

Sì. Sto esplorando forme ibride al momento, piccole narrazioni illustrate che nascono da gesti teatrali, testi brevi che diventano immagini, immagini che diventano micro‑azioni performative.

Descriviti in tre parole.

Visionaria, empatica, profonda.

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