Roberto Ricci

nasce ad Ancona il 30 dicembre 1963. Di professione parrucchiere, affianca al suo lavoro una intensa attività creativa legata alla scrittura e al cinema di genere thriller e horror. Nel…

BIOGRAFIA

#Roberto Ricci

nasce ad Ancona il 30 dicembre 1963. Di professione parrucchiere, affianca al suo lavoro una intensa attività creativa legata alla scrittura e al cinema di genere thriller e horror. Nel 2012 vince un concorso del Festival letterario LuccAutori con il racconto Il Cappotto, che viene successivamente adattato in un cortometraggio di successo, valendogli il soprannome di “il parrucchiere del brivido”. Da quel momento prosegue il suo percorso narrativo con altri racconti che ottengono riconoscimenti e vengono raccolti nel volume Nero Corvino, dando origine anche a corti e mediometraggi come La Goccia Maledetta e La Tigre Veste di Nero. Il racconto È solo un gioco diventa un cortometraggio omonimo e gli vale la candidatura come miglior sceneggiatore allo Standalone Festival di Los Angeles. Anche il romanzo La bambina delle Violette viene trasposto per il cinema con il titolo Violetta Resti, vincendo numerosi premi in festival internazionali. Con Le Mezzelane Casa Editrice pubblica la raccolta Nero Corvino, i romanzi L’immagine malvagia e La bambina delle Violette, oltre al saggio Cinema assassino, che raggiunge il primo posto nella classifica Amazon. È in uscita un nuovo saggio, Flani insanguinati, dedicato al cinema thriller e horror italiano, mentre attualmente sta lavorando al romanzo Il nascondiglio della tigre.

Cos’è per te l’arte?
L’arte è una forma di espressione dell’essere umano.

Come nasce il tuo interesse per il thriller e l’horror e cosa ti affascina di questi generi rispetto ad altri linguaggi narrativi?
Il mio interesse nasce da bambino. Non saprei dire il motivo. Sono sempre stato affascinato dal mistero, dal macabro e da qualsiasi cosa trasmettesse un senso di paura. Forse per l’adrenalina che provoca, come andare sulle montagne russe al luna park: spaventa, ma allo stesso tempo affascina.

In che modo la tua professione ha influenzato, anche indirettamente, il tuo sguardo sulle persone e sulla costruzione dei personaggi?
Sicuramente ha influito il contatto diretto con le persone. Il parrucchiere, per molte donne, è un pochino come lo psicologo. A volte mi raccontano dei loro problemi, delle loro preoccupazioni, e spesso alcune di queste storie, così come le personalità di certe clienti, le ho messe da parte per poi elaborarle all’interno di un mio romanzo.

Cosa ti spinge a trasformare spesso i tuoi racconti in opere cinematografiche e come cambia la storia nel passaggio dalla pagina allo schermo?
Non sono io a trasformare le mie storie in opere cinematografiche, ma sono i registi che mi contattano per leggerle e valutare se qualcuna possa fare al caso loro. Questo probabilmente è dovuto al fatto che il mio primo racconto, Il cappotto, è diventato subito un cortometraggio, attirando l’attenzione degli addetti ai lavori. La storia cambia nella forma, ma non nella sostanza. Quando consegno a un regista una mia storia, chiedo soltanto che non venga snaturata nella trama. Per il resto, ovviamente, il regista ne fa una sua versione, che deve rispecchiare il suo stile. Poi ci sono le necessità pratiche: si parla soprattutto di cinema indipendente e a basso budget. Sulla carta puoi scrivere quello che vuoi, sullo schermo devi fare i conti con i mezzi a disposizione.

Il soprannome “il parrucchiere del brivido” come ha inciso sul tuo percorso e sulla percezione del tuo lavoro da parte del pubblico?
Questo soprannome mi è stato dato dalla stampa dopo la vittoria, nel 2012, a un festival letterario. I giornalisti hanno associato il mio lavoro principale alla passione per la scrittura thriller. Devo dire che ha inciso parecchio, al punto che oggi, per tutti, sono “il parrucchiere del brivido”. Sono persino usciti articoli di presentazione di alcuni miei romanzi in cui il mio nome e cognome non venivano neppure citati, ma solo il soprannome. Per il pubblico che mi segue è diventato quasi un marchio di fabbrica. C’è stato un momento in cui questa cosa mi ha dato fastidio, oggi invece ci gioco. Ho anche inventato lo slogan: di maestri del brivido ce ne sono diversi, il parrucchiere del brivido è uno soltanto.

Quali temi o paure ricorrenti senti più urgenti da esplorare nei tuoi racconti o romanzi?
Scrivo prevalentemente gialli, magari a tinte molto forti e con sfumature horror, ma sempre gialli con un assassino da scoprire. Esploro in particolar modo la parte oscura dell’animo umano. E poi la paura del buio, del sentirsi osservati o pedinati, del non stare al sicuro neppure dentro la propria casa: una paura reale, concreta.

Che rapporto hai con il cinema thriller e horror italiano e quanto ha influenzato la tua scrittura saggistica?
Un rapporto di amore assoluto, quasi viscerale, da quando a tredici anni vidi al cinema Suspiria di Dario Argento. Quel film fu per me una folgorazione. Da quel momento mi sono appassionato non solo al cinema di Argento, ma anche a quello di Mario Bava, Lucio Fulci e di tutti quei registi che hanno reso grande il cinema thriller e horror italiano nel mondo.
Ovviamente mi hanno influenzato moltissimo anche nella scrittura dei miei romanzi: nelle mie storie si ritrova l’atmosfera di quel cinema. Per quanto riguarda il saggio Cinema assassino, è stato un omaggio a quel mondo, raccontandone non solo il glorioso passato, ma anche il presente. Ho voluto dare, nel mio piccolo, visibilità ai tanti giovani registi che, con pochi mezzi e tanta passione, cercano di tenere vivo questo genere cinematografico.

C’è un’opera, letteraria o cinematografica, che consideri una svolta decisiva nel tuo percorso creativo?
A livello letterario sicuramente il romanzo Una splendida festa di morte di Stephen King, letto prima ancora che diventasse il film Shining di Stanley Kubrick. A livello cinematografico, invece, Quattro mosche di velluto grigio di Dario Argento, per la genialità della storia e per il colpo di scena finale.

Come vivi il confronto con festival e premi cinematografici e quanto incidono sulla tua crescita artistica?
Lo vivo in maniera assai tranquilla. Partecipare a un festival letterario o cinematografico equivale a una forma di promozione del proprio lavoro. Il festival letterario mi coinvolge in prima persona; quello cinematografico vede principalmente coinvolto il regista. Io, come autore della storia, preferisco stare in disparte.

Quali differenze trovi tra scrivere un racconto, un romanzo o una sceneggiatura?
Scrivere un racconto è sicuramente la cosa più semplice: se ti viene l’idea giusta, riesci anche a scriverlo in una sera, tutto di getto.
Per un romanzo devi costruire uno scheletro narrativo, modellare i personaggi. Nel mio caso inizio a scrivere solo quando ho ben chiare tre cose: chi è l’assassino, perché uccide e come viene scoperto. Una volta delineati questi elementi, definisco i personaggi e la trama, costruendo capitolo dopo capitolo un mosaico di paura e angoscia per il lettore. La sceneggiatura è un lavoro ancora diverso, che mi vede collaborare con il regista. In genere il soggetto è mio, mentre la sceneggiatura può essere scritta a quattro mani o direttamente dal regista, che deve adattarla ai propri mezzi e limiti, mantenendo però fede alla storia originale.

Guardando ai progetti futuri, cosa puoi anticipare sull’evoluzione della tua ricerca narrativa o cinematografica?
Con ogni nuovo lavoro si cerca sempre di evolversi, o quantomeno ci si prova. Posso anticipare l’uscita di un secondo saggio dedicato al cinema thriller e horror italiano. Questa volta a parlare saranno soprattutto i protagonisti: registi e attori del passato e del presente. Il titolo è Flani insanguinati. Per chi non lo sapesse, i flani erano le pubblicità dei film sui quotidiani, spesso accompagnate da frasi di lancio altisonanti, come: “Fatevi l’elettrocardiogramma prima di vedere il film!” oppure “Se questo film non ti spaventa sei già morto!”. Inoltre sto scrivendo il romanzo legato alla trilogia cinematografica della Tigre. Il primo film, La tigre veste di nero, è visibile su YouTube; il secondo, La tigre veste di rosso, è in uscita in primavera; il terzo e ultimo, La tigre veste di giallo, verrà girato la prossima estate. La Tigre è il soprannome dato al feroce serial killer di turno, che cambia di film in film, ma è legato da un filo comune nei tre episodi. Il romanzo ha invece per titolo Il nascondiglio della tigre.

Descriviti in tre parole.
Fantasioso. Introverso. Affidabile.

Contatti