Nato nel 1972, è un giornalista che vive e lavora a Milano. Si è formato presso l’Istituto per la Formazione al Giornalismo Carlo De Martino e nel corso della sua carriera ha collaborato con diverse testate, tra cui il quotidiano Il Giorno, il settimanale ViviMilano (allegato del Corriere della Sera) e i mensili Jam – viaggio nella musica e TuttoMusica.
Dal 2005 lavora per Cairo Editore: inizialmente nella redazione del settimanale Dipiù e, dal 1° luglio 2022, in quella di Diva e Donna. Parallelamente all’attività giornalistica, è autore e co-autore di numerosi libri dedicati alla musica e alla cultura rock. Nel 2023 ha pubblicato Contesa a calpestata – Da musa a donna: la swinging life di una icona del Novecento (Caissa Italia), dedicato a Pattie Boyd e al celebre triangolo rock con George Harrison ed Eric Clapton. Ha inoltre firmato, tra gli altri, La grande storia di Paul McCartney (Hoepli, 2022), John Lennon – Canzoni, storia e traduzioni (Diarkos, 2020) e Paul McCartney – 1970-2003 – Dischi e misteri dopo i Beatles (Editori Riuniti, 2003).
Ha curato mostre e rassegne dedicate ai Beatles e ai loro protagonisti, tra cui Dall’India al sottomarino giallo – The Beatles 1968 per il Comune di Segrate, e diverse serate video per la rassegna Suoni e Visioni al cinema Spazio Oberdan di Milano. È inoltre co-organizzatore dell’evento BeatlesMi – Una giornata con i Fab Four e collabora dal 1993 con i Beatles Day e con le iniziative dei Beatlesiani d’Italia Associati.
Che cosa ti ha spinto a iniziare la carriera nel giornalismo?
A dieci anni una vicina di casa mi chiese che cosa volevo fare da grande e io, sicuro, risposi “Il giornalista”. Perché? Non lo so, ma so che questo lavoro mi piace. Ho lavorato al settimanale Dipiù, ora sono a Diva e Donna, entrambi della Cairo Editore.
Qual è stata l’intervista più memorabile che hai realizzato?
Intervistare Gianni Morandi, Renato Pozzetto e Renzo Arbore è stato emozionante. Un giornalista non dovrebbe emozionarsi, non sei davanti a un personaggio come fan ma, appunto, come giornalista. Detto questo, mentre intervistavo Morandi pensavo che è un pilastro dello spettacolo e della cultura popolare italiana. La stessa sensazione l’ho provata con Pozzetto e Arbore.
Hai mai affrontato critiche o controversie per i tuoi articoli? E come le hai gestite?
Sì, a volte avevo ragione, altre no. Ho sempre cercato di risolvere la situazione, in alcuni casi è stato possibile, in altri no.
Hai scritto libri dedicati ai Beatles: come mai proprio su di loro?
Perché il mio interesse per i Beatles è una delle mie più grandi passioni, questo mi ha spinto ad approfondire sempre più la conoscenza della loro storia comprando libri di ogni genere. L’ultimo è stato un libro sulle batterie e gli abiti di scena di Ringo Starr: in apparenza solo un catalogo, però ci ho trovato la storia di come è nato il logo scritto sulla batteria del gruppo.
E la storia quale è?
Ringo aveva ordinato una nuova batteria e aveva chiesto che sulla grancassa venisse scritto “The Beatles”. Il proprietario del negozio ingaggiò un grafico, che preparò quattro bozzetti. Furono mandati ai Beatles, ma c’era solo George Harrison: li guardò, disse “Questo”. Era quello con la gamba della “T” lunga. Uno dei loghi più celebri della musica rock, per il quale il grafico fu pagato cinque sterline.
Puoi raccontarci qualcosa sul tuo processo di ricerca quando lavori su un libro?
Approfondire sempre di più, andare sempre più a fondo. Come? Consultando interviste ai protagonisti, libri di memorie, cataloghi e così via. L’obiettivo, in questo caso, è trovare un particolare poco conosciuto, cercare qualcosa che possa interessare il lettore. Anche un particolare, che magari può sembrare poco importante, ma che può spingere un lettore a dire a un amico: “Sai che ho letto questa cosa su quel libro”.
Tranne uno, hai sempre scritto i libri con altre persone: perché?
Perché unendo le conoscenze sapevo che sarebbero venuti meglio.
Di quale sei più orgoglioso?
L’ultimo, “Contesa e calpestata”, dedicato alla vita di Pattie Boyd e alle sue storie d’amore con George Harrison ed Eric Clapton. Per scriverlo ho realizzato due lunghe interviste con la Boyd, che è stata molto disponibile a rispondere a tutte le mie domande. La sua è una storia forte, favolosa e drammatica, nella quale si intrecciano amore, amicizia, tradimenti, caduta e rinascita.
Hai realizzato anche una mostra intitolata “Qualcosa ci deve essere nelle loro canzoni…”. Che cosa è?
Il modo in cui la stampa italiana degli anni Sessanta ha raccontato i Beatles. Erano talmente nuovi e così di rottura che i giornalisti faticavano a comprenderli. Adesso è facile ridere di quei servizi, ma se ci si mette nei panni di un giornalista di 30 o 40 anni dell’epoca, per il quale Domenico Modugno era già un musicista di rottura, allora la situazione cambia.
La mostra come è strutturata?
Ho creato una serie pannelli in cui sono riprodotti gli articoli. Ci sono servizi di quotidiani, settimanali e materiale del fan club italiano.
Perché l’hai intitolata “Qualcosa ci deve essere nelle loro canzoni…”?
È un passaggio della recensione del film “A Hard Day’s Night” della “Domenica del Corriere”. Il recensore stronca il film, le canzoni e i Beatles, però poi scrive che qualcosa ci deve essere nelle loro canzoni se hanno così tanto successo, ma quel qualcosa gli sfugge.
Hai organizzato e partecipato a mostre sui Beatles: come le organizzi?
L’obiettivo è mettere in mostra dischi, memorabilia, foto, copertine di giornali, rarità per raccontare qualcosa della loro storia, non solo per mostrare rarità una slegata dall’altra. E poi deve piacere sia a chi conosce poco i Beatles sia ai fan.
Per chiudere, che consiglio daresti a chi vuole intraprendere una carriera nel giornalismo?
Che lui non è il protagonista ma è la persona che deve raccontare i protagonisti, che siano della politica dello spettacolo, dello sport o dell’economia.