Riccardo Di Lillo

cresce in un contesto familiare profondamente legato all’arte, con un padre esperto e collezionista e una madre scultrice, e si avvicina alla pittura fin dall’infanzia. La sua formazione è influenzata…

BIOGRAFIA

#Riccardo Di Lillo

cresce in un contesto familiare profondamente legato all’arte, con un padre esperto e collezionista e una madre scultrice, e si avvicina alla pittura fin dall’infanzia. La sua formazione è influenzata dalla pittura preraffaellita e dalla mitologia classica, elementi che continueranno a permeare la sua ricerca artistica.

La sua pittura si sviluppa all’intersezione tra mito e figurazione contemporanea, attraverso immagini archetipiche che rielaborano il patrimonio iconografico della tradizione in un linguaggio visivo attuale. Parallelamente, Di Lillo coltiva un percorso professionale nel commercio di opere dell’Ottocento e del Novecento, approfondendo lo studio storico e attributivo di lavori di rilievo internazionale.

Cos’è per te l’arte?
Per me, l’arte è un ponte sospeso tra il passato e il presente: una presenza che attraversa i millenni e, ancora oggi, può incantare, scuotere o consolare chi sa accoglierla.

Come ha influenzato la tua infanzia in una famiglia immersa nell’arte il tuo approccio alla pittura?
L’ha resa naturale e spontanea. In casa mia l’arte non era una disciplina da studiare, ma l’aria stessa che si respirava: libri d’arte aperti sui divani, discussioni sul colore della luce che cambiava nel pomeriggio… Per me dipingere non è mai stato qualcosa da imparare, ma qualcosa da respirare.

In che modo la pittura preraffaellita e la mitologia classica continuano a ispirare le tue opere oggi?
I Preraffaelliti per la composizione simbolica e armoniosa; la mitologia classica, invece, nel cercare di dare un valore eterno a un sentimento.

Quando rielabori immagini archetipiche in chiave contemporanea, come scegli quali elementi tradizionali mantenere e quali reinterpretare?
Come osservava Jung, esiste un inconscio collettivo ricco di simboli ricorrenti capaci di creare connessioni profonde senza bisogno di spiegazioni razionali. Nel mio lavoro credo che questo inconscio possa manifestarsi non solo attraverso i simboli tradizionali, ma anche mediante un’espressione visiva pura e potente. Per questo non mi impongo limiti nella scelta del soggetto: lascio che sia l’opera stessa a guidarmi, decidendo di volta in volta quali elementi tradizionali mantenere intatti e quali rielaborare in chiave contemporanea.

La tua attività nel commercio di opere dell’Ottocento e del Novecento ha influenzato il tuo sguardo sulla pittura contemporanea?
Lavorare tutti i giorni con opere di quel periodo ha rafforzato la mia convinzione nella natura tangibile dell’arte figurativa. È un’esperienza che inevitabilmente influenza il mio sguardo sulla produzione contemporanea.

Esistono artisti o periodi storici specifici che senti particolarmente vicini al tuo linguaggio visivo?
Oltre ai già citati preraffaelliti, in particolare nelle opere di John William Waterhouse e John Everett Millais, mi avvicino anche all’idealizzazione estetica di William Adolphe Bouguereau, all’uso drammatico della luce di Caravaggio e ad alcune opere simboliste di Gustav Klimt.

Come bilanci tra la ricerca figurativa e il richiamo mitologico nei tuoi lavori?
Cerco un equilibrio lasciando che la figurazione sia il punto di accesso immediato, l’immagine deve funzionare anche senza essere decifrata, e spesso basta solo il titolo come prima indicazione.

Ci sono progetti futuri in cui vorresti esplorare nuovi miti o iconografie non ancora affrontate?
Riuscire a dare un’immagine ad alcuni miti astratti, quelli che hanno contribuito a dare forma a idee universali, e esplorare il mito orientale.

Descriviti in tre colori.
Il blu delle ombre, il rosso della vita, il giallo della luce.

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