in arte TOTOCOP 🤍, è un artista queer e visual storyteller la cui ricerca si muove con naturalezza tra cultura pop, scultura e linguaggi visivi contemporanei. Nato in Sicilia, in una piccola città di mare della provincia di Palermo, cresce immerso nella luce, nell’immaginazione e in un precoce desiderio di trasformazione. Fin dall’infanzia la creatività diventa per lui uno strumento di sopravvivenza, sogno e continua reinvenzione di sé.
Spinto da entusiasmo, ambizione e da una forte tensione verso la rinascita, si trasferisce a Roma, dove si laurea in Comunicazione e realizza uno dei suoi sogni più grandi lavorando nel mondo della televisione. La sua carriera televisiva lo porta a ideare e sviluppare numerosi progetti di successo tra varietà, documentari e format reality, affinando un profondo senso della narrazione, del ritmo e dell’impatto emotivo. Storytelling, immagine e tempo diventano elementi centrali nella costruzione della sua voce artistica.
L’arte è da sempre parte integrante del suo DNA. Proviene da una famiglia fortemente legata all’educazione artistica e alla sensibilità creativa: entrambi i genitori sono insegnanti di discipline artistiche, mentre la sorella è designer di gioielli per uno dei più importanti brand di lusso italiani. In questo contesto, assorbe fin da giovane molteplici linguaggi espressivi — dal disegno alla musica, dall’audiovisivo all’artigianato — maturando la convinzione che la vita stessa sia un atto artistico continuo.
Con il progetto PORNO BUNNY, TOTOCOP 🤍 decide di convogliare il suo background multidisciplinare in un messaggio chiaro e potente a sostegno della comunità queer di cui fa parte. Il cuore bianco 🤍, segno distintivo della sua pratica, ne rappresenta l’essenza: onestà nella provocazione, tenerezza nell’esplicito, amore come atto di visibilità. Anche nelle espressioni più audaci, il suo lavoro è guidato da autenticità e cura.
Attraverso TOTOCOP 🤍, la storia personale si trasforma in immaginario collettivo e l’arte diventa uno spazio libero in cui corpi, emozioni e desideri queer possono finalmente esistere, essere visti e celebrati.
Cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è uno strumento importante per esprimere le mie emozioni. Non ho mai vissuto l’arte in maniera accademica, nonostante da ragazzo abbia studiato a lungo e approfondito con molto piacere le esperienze artistiche che sono passate alla storia. L’ho sempre vissuta come un mezzo pratico per manifestare l’intangibilità delle sensazioni. Ecco, l’arte per me è sentire, percepire, esplorare, dare forma all’informe. È l’aspetto pratico del mio vivere tra le nuvole.
Quando hai capito che la creatività non era solo un linguaggio espressivo, ma una vera forma di sopravvivenza e trasformazione personale?
Subito, prestissimo nella mia vita. Non so se sia legato alle caratteristiche del mio segno zodiacale: diversi astrologi che ho conosciuto per il mio lavoro televisivo me lo hanno detto, anche se io non credo molto in un futuro da prevedere. Però pare che il segno dei Pesci sia di per sé molto creativo. Devo dire che l’essere creativo mi ha aiutato parecchio nella mia esistenza: è una qualità che mi ha consentito di darmi delle spiegazioni e trovare chiavi di lettura differenti e non omologate. Gli anni di vita mi hanno dato la possibilità di capire come incanalarla per trarne soddisfazione, ma non è sempre stato facile, perché sono sempre stato doppio. Un piccolo secchione, innamorato della matematica, e allo stesso tempo un narratore di storie incredibili. Uno sportivo fissato con l’obiettivo e, al tempo stesso, un sognatore immaginifico che si astraeva dal mondo intorno. Insomma: corpo e mente, pragmaticità e astrazione mentale. Opposti che a volte vanno in contrasto facendo un casino tremendo e a volte mi danno la forza di fare sempre di più, di migliorarmi e di alimentare la mia creatività.
In che modo l’esperienza nel mondo della televisione ha influenzato il tuo modo di costruire immagini, narrazioni e impatto emotivo nell’arte?
Da piccolo la TV è stata un sogno da realizzare e allo stesso tempo un obiettivo da raggiungere con caparbietà. In vent’anni di esperienza ho avuto la fortuna di approcciarmi a svariate forme di scrittura televisiva: dal talent show al reality, dall’approfondimento giornalistico al lavoro documentaristico. Ho creato contenuti di spessore, così come contenuti molto trash, e ciascuna esperienza mi ha dato la possibilità di raccontare per immagini mille storie e mille emozioni. Ho sempre raccontato però le vite degli altri, mentre con la mia arte riesco a parlare delle mie emozioni. È qualcosa di più intimo, che mi coinvolge personalmente. Mi piace pensare che in TV creo principalmente per la soddisfazione del pubblico e, in secondo luogo, per me; con la mia arte faccio il contrario. In ogni caso sono due mondi — TV e arte — che dialogano e si alimentano reciprocamente. Per esempio, in un celebre talent show che ho scritto per diversi anni (Tu sì que vales), ho spesso usato la mia creatività artistica per mettere in scena le esibizioni dei performer, e proprio alcune di quelle performance hanno ispirato una serie di nuove sculture che realizzerò a breve.
Cosa rappresenta per te il passaggio dalla narrazione televisiva a quella artistica, più libera e personale?
Come dicevo prima, non è un vero e proprio passaggio. Non c’è un prima e un dopo, ma un convivere in maniera super collaborativa. Sia in un mondo che nell’altro riesco, per fortuna, a raccontare le mie emozioni. Cambia solo il fine, probabilmente. In TV si lavora per un’approvazione fatta di numeri, con le mie opere pure, ma principalmente mi concentro sull’approvazione personale. In ogni caso, sia quando scrivo sia quando creo le mie sculture, immagino una narrazione che racconti e allo stesso tempo susciti emozioni.
Il cuore bianco 🤍 è diventato un segno iconico del tuo lavoro: come è nato e come si è evoluto nel tempo?
Ora che ci penso, il cuore come simbolo è una costante nella mia vita lavorativa. In TV spesso si realizzano scalette o copioni e ho sempre avuto l’abitudine di scrivere sulla prima pagina il mio nome per non perderli. Il mio nome, per quanto ricordi, è sempre stato accompagnato da un cuore. È curioso: l’ho scelto come mia firma artistica in maniera razionale per raccontare l’amore assoluto e puro che sovrasta tutte le emozioni che racconto, ma inconsciamente è evidentemente un segno che fa parte di me. In effetti un piccolo cuore è inciso anche sul mio collo, senza una storia precisa, ma con un grande significato simbolico.
Come convivono provocazione e tenerezza all’interno delle tue opere senza annullarsi a vicenda?
Grazie per aver colto perfettamente due delle costanti delle mie narrazioni. Ogni opera racconta una storia in cui il protagonista — o i protagonisti — vive una forte emozione, positiva o negativa, che genera in ogni caso eccitazione. Un’eccitazione visibile attraverso la reazione del corpo. L’eccitazione è quindi la manifestazione visiva di quell’emozione e appartiene sempre a un’esperienza del protagonista che, in maniera tenera, si lascia trasportare emotivamente. Quell’eccitazione, nella mia narrazione, è provocazione. Quando ho l’opportunità di parlare con chi osserva le mie opere, faccio sempre una domanda: “Cosa hai provato istintivamente quando hai posato lo sguardo?” L’80% risponde “imbarazzo”, e io sono felice, perché quell’imbarazzo nel notare l’eccitazione di un membro in erezione è esattamente la prima sensazione che voglio provocare. Il payoff — in sceneggiatura lo chiamiamo così — è una successiva connessione autentica. Dopo l’imbarazzo, l’attenzione si focalizza sul messaggio in maniera più forte.
In che modo il progetto PORNO BUNNY ha trasformato la tua pratica artistica e il tuo rapporto con la comunità queer?
Con PORNO BUNNY ho concretizzato una spinta creativa. È un progetto al quale tengo molto perché mi dà la possibilità di esprimere pensieri che abbracciano la causa queer. Non sono mai stato un attivista, seppur abbia sempre sostenuto iniziative volte a promuovere l’inclusività della comunità LGBT. Tuttavia, penso che negli ultimi mesi molti passi avanti fatti dall’essere umano su temi legati al mondo queer — dalle adozioni alla libertà di amare, fino alla possibilità di esprimersi al di là di ogni categorizzazione — siano stati cancellati con un colpo di spugna. Non condivido il mondo così com’è oggi. Mi dispiace perché troppo spesso l’odio si sostituisce all’amore. Il mondo queer è spesso vissuto come scomodo o imbarazzante, e questo mi ferisce. Racconto un aneddoto recente: nei giorni scorsi mi sono recato a un’importante fiera (Bergamo Arte Fiera) per salutare un gallerista che mi espone a Bergamo. Girando tra gli stand, ho mostrato il mio portfolio a una gallerista. Il suo sguardo è caduto immediatamente sui membri in erezione delle mie opere e, quasi schifata, ha chiuso il portfolio digitale dicendo: “No, questa roba non va bene per i miei collezionisti. Le tue opere vanno bene per clienti particolari, i miei clienti sono famiglie.” In quel momento mi sono sentito un po’ ferito. Si è fermata al primo strato, ha avuto paura e ha costruito un muro. Il mio sogno è che non esistano “clienti particolari”, ma persone capaci di sentire le emozioni, al di là di ogni orientamento e di ogni provocazione.
Quanto conta il vissuto personale nel tuo lavoro e quando senti il bisogno di trasformarlo in un immaginario collettivo?
Il vissuto personale conta moltissimo. Riesco a dare forma alle emozioni perché, in qualche modo, le ho vissute o le ho sentite attraverso le vite degli altri. Trasformarle in un immaginario collettivo non è facile e, soprattutto, non è ciò che desidero. Il concetto stesso di immaginario collettivo mi spaventa, perché richiama l’omologazione del pensiero. Sono un grande sostenitore del pensiero individuale, orientato al rispetto delle altre individualità e guidato dall’amore piuttosto che dall’odio.
Cosa significa per te rendere visibili corpi, desideri ed emozioni storicamente marginalizzati?
È importante. Non voglio sembrare un paladino, ma semplicemente affermare uno stato di esistenza e quindi di importanza. Se un pensiero, un’emozione, una sensazione esiste, è importante conoscerla. La conoscenza può arricchire chiunque, anche la persona più arida. La marginalizzazione la associo alla supremazia del potente sul vulnerabile. La vulnerabilità non va demonizzata, ma accolta, capita e condivisa. Il mondo non può e non deve essere solo dei forti. Tutti abbiamo una voce e possiamo usarla per dire: “Io esisto.”
Come dialogano pop culture, scultura e linguaggio visivo contemporaneo nel tuo processo creativo?
Dialogano in modo naturale. Il linguaggio visivo contemporaneo è la base delle mie narrazioni. Molte delle mie sculture fotografano un movimento: i personaggi sono freezati nel picco d’estasi mentre compiono un’azione. Trovo il movimento più interessante e moderno rispetto alla staticità della posa. Dal punto di vista visivo, le mie opere abbracciano la pop culture: superfici glossy, colori accesi, forme esagerate. Un immaginario decisamente pop.
Che tipo di esperienza desideri lasciare a chi entra in contatto con l’universo di TOTOCOP 🤍?
Un’esperienza di piacevole scoperta. Quando ammiro le opere dei miei artisti preferiti provo piacere. Spero, un giorno, di riuscire a suscitare la stessa sensazione in tante persone.