maestro calzolaio di quarta generazione, trasforma il cuoio in autentiche sculture da indossare, portando avanti una tradizione familiare reinterpretata in chiave contemporanea. Dopo aver recuperato le antiche tecniche tramandate nel tempo, perfeziona la propria formazione al CERCAL e accanto al maestro Enzo Bonaffè, sviluppando una visione personale che coniuga artigianato e ricerca estetica.
Nel 2011 presenta le sue creazioni Haute Couture a New York, presso la Albright Fashion Library, portando l’eccellenza dell’artigianato pugliese su un palcoscenico internazionale. A partire dal 2012, nel suo atelier situato nel borgo antico di Bari, unisce maestria tecnica e pensiero creativo, realizzando calzature uniche, interamente fatte a mano.
Per Schettini, la scarpa supera la funzione di semplice accessorio per diventare espressione artistica: un equilibrio tra forma, architettura e identità, capace di valorizzare profondamente la persona.
Cos’è per te l’arte?
È una scoperta, un portale. Un insieme di regole e tecniche da conoscere, studiare e applicare. A volte diventa passione, come nel mio caso con le calzature. E capire qual è la propria passione non è affatto scontato. Per questo mi sento fortunato.
Come nasce il tuo rapporto con la calzatura e cosa significa per te essere un maestro calzolaio di quarta generazione?
Il mio rapporto con la calzatura nasce in famiglia. Da bambino osservavo mio nonno lavorare: i rumori, gli odori, gli attrezzi. Da adolescente, mio padre coinvolgeva me e mio fratello con lezioni pomeridiane di artigianato calzaturiero, accompagnate da una piccola “paghetta settimanale”. Senza accorgermene, questa realtà è diventata la mia passione più grande. Con il tempo ho costruito competenza, esperienza e consapevolezza. Essere un maestro calzolaio di quarta generazione significa assumersi una responsabilità: custodire una tradizione e, allo stesso tempo, innovarla. Significa essere un riferimento, tutelare il lavoro artigiano e trasmettere valore anche alle nuove generazioni.
In che modo le tecniche tradizionali di famiglia influenzano ancora oggi il tuo processo creativo?
In modo totale. Ogni progetto nasce da un’esigenza del cliente. Utilizzo tecniche manuali e materiali di alta qualità, pensati per durare nel tempo e per essere riparati, proprio come si faceva una volta.
Cosa ti ha lasciato l’esperienza formativa al CERCAL e al fianco del maestro Enzo Bonaffè?
L’esperienza al CERCAL mi ha dato competenza e sicurezza. È stato fondamentale confrontarmi con maestri che hanno fatto la storia della calzatura italiana e con studenti provenienti da tutto il mondo. Lavorare al fianco del maestro Enzo Bonaffè, invece, mi ha permesso di mettere subito in pratica ciò che avevo appreso. È stato un grande artigiano e imprenditore. Gli sono profondamente grato, così come alla sua famiglia e ai suoi collaboratori.
Quando progetti una scarpa, parti più dalla forma, dal materiale o dall’idea artistica?
Quando l’obiettivo è creare un pezzo unico, parto dall’idea artistica. L’ispirazione prende forma attraverso schizzi e disegni, prima artistici e poi tecnici. Successivamente sviluppo la forma, il cartamodello e le prove, fino ad arrivare al campione e al prodotto finale.
Le tue creazioni sono definite “sculture da indossare”: quanto conta per te il confine tra artigianato e arte?
Non esiste un vero confine. L’artigianato autentico è arte. Nel mio caso, è arte applicata alla calzatura.
Qual è stata l’emozione di presentare le tue opere a New York alla Albright Fashion Library?
Un’emozione straordinaria. Trovarmi in uno spazio così prestigioso, circondato da creazioni di stilisti e designer iconici, è stato un momento di grande stupore e meraviglia.
Quanto il legame con la Puglia e con Bari incide sulla tua visione estetica?
Molto. Sono cresciuto immerso in questo contesto. Da ragazzo trascorrevo le estati in bottega con mio nonno, a contatto con persone di ogni tipo. Con il tempo ho assorbito usi, tradizioni ed estetiche del territorio, anche attraverso eventi come matrimoni e cerimonie. Tutto questo ha contribuito a definire il mio sguardo.
Nel tuo atelier, come dialogano tradizione e innovazione nel lavoro quotidiano?
La tradizione crea un legame autentico con il cliente. L’innovazione, invece, ci permette di comunicare meglio, raggiungere nuove persone e raccontare il nostro lavoro in modo contemporaneo.
Quanto è importante il rapporto con il cliente nella realizzazione di una calzatura su misura?
È fondamentale. Realizzare una calzatura su misura richiede precisione, ascolto e diverse prove. Il cliente è parte attiva del processo: dalla scelta del modello e dei materiali fino alla verifica della calzata. Solo così si arriva a un prodotto davvero personale.
C’è un materiale o una lavorazione che senti particolarmente tua?
Sì, nelle calzature da donna, in particolare nei décolleté. Amo lavorare il pellame crust, che nasce senza colore e viene tinto a mano. È una lavorazione che permette grande libertà espressiva.
Qual è la sfida più complessa nella creazione di una scarpa completamente fatta a mano?
Raggiungere un equilibrio: la scarpa deve essere bella, ma anche comoda e autentica.
Pensi che oggi l’artigianato abbia ancora spazio nel panorama contemporaneo?
Assolutamente sì. L’artigianato rappresenta il valore più alto dell’offerta. Il mio obiettivo è proprio quello di far emergere questo valore e diffondere la cultura del lavoro artigiano.
Cosa cerchi di trasmettere a chi indossa una tua creazione?
Il valore di ciò che c’è dietro. Non solo un prodotto, ma un lavoro, una storia, un investimento su sé stessi.
Come immagini il futuro del tuo lavoro?
Mi immagino a servire clienti esigenti da tutto il mondo. E mi piacerebbe creare un gruppo di lavoro, formando nuovi artigiani al mio fianco.
Descriviti in tre parole.
Anima. Scarpe. Pace.