nasce a Carbonia, in Sardegna, il 20 aprile 1961, figlio di Maria Letizia Medas, casalinga, e Silvano Dessì, artigiano del legno. Fin dalla tenera età manifesta una naturale inclinazione per il disegno e la pittura, iniziando a esprimersi artisticamente già intorno ai quattro anni, colorando e disegnando su qualsiasi superficie gli capitasse.
Per motivi di lavoro si trasferisce nel Nord Italia, dove intraprende la carriera nella Guardia di Finanza, svolgendo il ruolo di finanziere per circa vent’anni tra le città di Trieste e Terni, fino al pensionamento. Parallelamente alla professione, non abbandona mai la sua passione per l’arte, che continua a coltivare da autodidatta, affinando la propria tecnica grazie anche al confronto con artisti attivi nelle realtà triestina e ternana.
La sua ricerca pittorica si colloca prevalentemente nell’ambito dell’arte figurativa, con un linguaggio che richiama la tradizione classica e accademica. Le sue opere si ispirano ai grandi periodi del Rinascimento, del Barocco e del Realismo, privilegiando la rappresentazione di immagini riconducibili al mondo reale. Accanto a questa impostazione, non mancano incursioni nel contemporaneo figurativo e, talvolta, nel surrealismo, pur mantenendo una distanza dalle correnti informali e concettuali. I suoi dipinti, caratterizzati da una chiara leggibilità, sono sempre accompagnati da titoli che guidano l’osservatore verso un’interpretazione coerente con il soggetto rappresentato.
Nel corso degli anni espone in numerose città italiane ed europee, partecipando a mostre, concorsi e simposi. Le sue opere trovano spazio sia in musei statali, con una presenza stabile a Seul, in Corea, sia in collezioni private. Il suo percorso artistico è stato riconosciuto con diversi premi e titoli, tra cui quello di Accademico dell’Arte Italiana. Molti dei suoi lavori sono inoltre catalogati, archiviati e recensiti da critici d’arte, a testimonianza di una produzione costante e di un impegno artistico consolidato nel tempo.
Cos’è per te l’arte?
L’arte oggi per me è vita. Dopo un intervento per quella malattia che tutti odiano, oggi per me è il non pensare, lasciare il tarlo dietro la mente e osservare, leggere, creare, vivere in una dimensione diversa da tutto ciò che ci circonda (orrore, bruttezza). L’arte non è solamente bellezza, ma una filosofia di vita. L’arte è osservare la natura, le bellezze del passato (architettura, pittura, musica, scultura), leggere ciò che gli altri, prima di noi, hanno scritto sull’arte ed essere curiosi e scopritori di tutto quello che volevano dire attraverso gli scritti e, infine, creare: creare è arte. Il falegname, il fabbricatore di scarpe, lo scultore ecc. ecc., tutte quelle persone che con le mani creano. L’arte è tutto: sentimento, passione, ma soprattutto dare bellezza.
Cos’è per te l’arte e quale ruolo ha avuto nella tua vita fin dall’infanzia?
Non ricordo quando ho iniziato, ma mia mamma mi diceva che già in tenera età, 4/5 anni, mi piaceva scarabocchiare su qualsiasi cosa e, quando diventavo cattivo… beh! Una matita in mano e tutto passava. Ha avuto sempre un ruolo importante: da adolescente regalavo i miei primi disegni a china e a scuola, sin dalle primarie, diciamo che avevo sempre libertà di fare ciò che volevo, cosa piuttosto inusuale visti i tempi, ma le maestre e i professori mi lasciavano libero di esprimermi. Anche sul lavoro, per varie vicissitudini, ha avuto un ruolo importante. L’unico rimorso è non aver frequentato la scuola d’arte, partendo giovanissimo nella G. di F.
In che modo la tua esperienza nella Guardia di Finanza ha influenzato, anche indirettamente, il tuo sguardo artistico?
No! Non mi ha influenzato, ma mi ha dato, in qualche modo, anche lei, modo per esprimermi, ad esempio disegnando il Testo unico di fine corso. Certamente svolgere questo tipo di lavoro, impegnativo in quegli anni di confine, mi ha un poco bloccato: non potevo dipingere in camerata, ma per fortuna c’erano i pastelli.
Essendo autodidatta, come hai costruito e affinato nel tempo la tua tecnica pittorica?
Sono stato a Trieste per quasi 20 anni, città ricca di storia, poco conosciuta, ma che considero città d’arte. Così ho conosciuto alcuni artisti e ho appreso alcune tecniche pittoriche e di disegno. Dopo Trieste, per lavoro, mi sono trasferito a Terni, città industriale, ma anche qui ho avuto modo di conoscere alcuni pittori e ho appreso alcuni consigli.
Cosa ti affascina maggiormente della tradizione figurativa classica e dei periodi come Rinascimento, Barocco e Realismo?
Diciamo che il realismo mi ha sempre affascinato, dalla pittura fiamminga alla scuola russa, chiaramente fino al nostro realismo classico dei maestri rinascimentali. Mi affascina la figura umana, la natura, il cercare di copiare la realtà, praticamente il bello.
Quando scegli di avvicinarti a uno stile più contemporaneo o surrealista, cosa cambia nel tuo processo creativo?
La mia pittura si rifà allo stile classico, che definiscono accademico. Chiaramente credo che ogni pittore abbia l’influenza del periodo in cui vive (poi ci sono i puristi), ma io seguo entrambi. La costruzione di un dipinto ha tante sfaccettature che insieme pongo sulla tela. Non seguo uno schema prefissato, preferisco essere libero, sempre sul figurativo.
Le tue opere hanno una lettura chiara e guidata dal titolo: quanto è importante per te indirizzare lo sguardo dello spettatore?
Il titolo è sempre orientato a ciò che uno vede: non ci sono fantasie filosofiche o introspettive varie o psicologiche, ma ciò che uno osserva. Io faccio il dipinto e lascio libero pensiero allo spettatore, chiaramente sulla scena che io propongo. La lettura è semplice: quello che vedi è.
Quali soggetti senti più vicini alla tua sensibilità e perché?
Dipingo spesso la figura femminile. Provengo da una terra in cui la figura femminile (Dea Madre) è al centro di tutto. Dipingo la fatica di un tempo, la storia, il femminicidio, tutto ciò che rappresenta per me la luce del mondo (la donna). Nasco da una madre, nasco nella terra. Pertanto è un ringraziamento che non finirà mai.
C’è un’opera a cui sei particolarmente legato e che rappresenta un momento significativo del tuo percorso?
Sì! Ci sono due dipinti che rappresentano non tanto il soggetto, ma un periodo piuttosto difficile della mia vita (la malattia): Magica Venezia e Magica Michelle.
Come vivi il confronto con il pubblico durante mostre ed esposizioni in Italia e all’estero?
Il confronto è sempre costruttivo, ma quello sincero. Purtroppo oggi certe peculiarità sono scomparse. Io cerco di dire sempre la mia, anche se a volte vengo frainteso. Non sono tutti biondi, alti e con gli occhi azzurri. Chiaramente sempre con discrezione, moderazione e misura, mai offensivo: appunto un corretto confronto.
Quali emozioni o riflessioni desideri trasmettere attraverso i tuoi dipinti?
Trasmettere il bello.
I riconoscimenti ricevuti, come il titolo di Accademico dell’Arte Italiana, hanno cambiato il tuo modo di vivere l’arte?
No! Lascio i titoli a chi veramente è stato un artista.
Qual è oggi la sfida più grande nel tuo percorso artistico?
Migliorare, non fare tanti errori.
Guardando al futuro, in quale direzione immagini evolvere la tua ricerca pittorica?
La mia ricerca è cercare di essere migliore. Il futuro è incerto, guardo al presente: oggi dipingo così, cercando di fare del mio meglio.
Descriviti in tre colori.
Credo il verde, il celeste, il bianco.