Philippe Combis

nato nel 1967 a Tolosa, è un architetto e pittore francese la cui ricerca artistica nasce dall’incontro tra spazio costruito e sensibilità visiva. Dopo circa trent’anni di attività nel campo…

BIOGRAFIA

#Philippe Combis

nato nel 1967 a Tolosa, è un architetto e pittore francese la cui ricerca artistica nasce dall’incontro tra spazio costruito e sensibilità visiva. Dopo circa trent’anni di attività nel campo dell’architettura, nel 2020, durante la pandemia, intraprende un intenso percorso pittorico, trasformando quel periodo sospeso in un’opportunità di esplorazione creativa. Per Combis, la pittura non rappresenta una rottura con la sua professione, ma una naturale estensione del pensiero architettonico, una riflessione sul modo in cui l’essere umano abita e percepisce lo spazio.

La sua pratica si concentra sulla creazione di opere destinate a integrarsi nella vita quotidiana, concepite come presenze visive capaci di arricchire l’ambiente domestico. Le sue tele, caratterizzate da una forte componente grafica, si distinguono per la saturazione cromatica, la densità delle texture e l’occupazione totale della superficie, eliminando il vuoto per costruire immagini autonome e complete. Il dipinto diventa così un oggetto tangibile, dotato di una propria forza fisica e percettiva, concepito per instaurare una relazione diretta e immediata con chi lo osserva.

Il suo linguaggio visivo dialoga apertamente con la storia dell’arte moderna e contemporanea. Le sue composizioni evocano la frammentazione spaziale di Pablo Picasso e il rigore strutturale di Fernand Léger, così come la libertà poetica e simbolica di Joan Miró e Salvador Dalí. Allo stesso tempo, il trattamento audace del colore e della figura rivela affinità con l’energia espressiva di Peter Saul e con la densità grafica e materica di Jean Dubuffet, mentre la concezione del dipinto come oggetto autonomo richiama la visione radicale di Frank Stella.

Attraverso una continua esplorazione del colore puro, della geometria e della scomposizione della figura, Combis sviluppa un vocabolario visivo personale, in cui l’eredità architettonica si fonde con una sensibilità pittorica vibrante e contemporanea. Le sue opere si configurano come “oggetti di compagnia”, presenze luminose e comunicative pensate per abitare lo spazio e ristabilire un legame diretto tra arte, emozione e vita quotidiana.

Cos’è per te l’arte?
Per me, l’arte non è un concetto elitario o astratto; è una presenza viva. Si tratta di vestire, decorare e abbellire la vita di tutti i giorni. Volevo esprimere idee puramente concettuali per riportare l’arte alla sua funzione primaria: generare un’emozione diretta, semplice e potente. L’arte è ciò che incanta la vita di tutti i giorni.

In che modo la tua lunga esperienza come architetto ha influenzato il tuo approccio alla composizione pittorica e alla costruzione dello spazio sulla tela?
Trent’anni di pratica architettonica plasmano inevitabilmente la prospettiva. Mi avvicino alla tela con la stessa attenzione per la costruzione che rivolgo all’ambiente costruito, ma con molta più libertà. Nei miei dipinti, nessuno spazio vuoto è lasciato al caso; saturo lo spazio, equilibrio le masse e strutturo le linee. Il mio occhio da architetto mi spinge a concepire la tela come un mondo finito, dotato di proprie fondamenta grafiche e di un proprio equilibrio cromatico.

Il fatto di essere nato e cresciuto a Tolosa ha avuto un ruolo nella formazione della tua sensibilità visiva e artistica?
Tolosa è una città di mattoni, calore e luce. Soprannominata la Città Rosa, conserva il fascino di un villaggio, vibrante di mille sfumature durante il giorno. Questa luce del sud e l’energia urbana permeano innegabilmente il colore. Le palette calde, sature e luminose conferiscono una vitalità decisamente mediterranea. E Tolosa è la notizia spagnola.

Il passaggio più intenso verso la pittura è avvenuto durante la pandemia: cosa è cambiato interiormente in quel periodo e cosa ti ha spinto a trasformare questa pratica in una parte centrale della tua vita?
Assolutamente. La pandemia del 2020 ha interrotto bruscamente la mia attività professionale. Questa improvvisa sospensione è stata un’opportunità inaspettata. Sentivo questa urgenza di creare e il lockdown mi ha dato lo spazio mentale e il tempo di cui avevo bisogno per liberare quell’energia. Ho trovato un’immediatezza e una libertà che l’architettura, per tanti anni, non mi ha concesso. Oggi è diventata vitale, un’esigenza quotidiana.

Consideri la pittura come una continuazione naturale dell’architettura o come uno spazio di libertà dove puoi superare i limiti della progettazione?
È esattamente entrambe le cose. C’è un’estensione naturale che ci spinge a riflettere sull’abitare umano, sullo spazio vitale. C’è anche uno spazio di libertà assoluta. Da un lato, non mi sento gravato dalla gravità, dai vincoli tecnici o dalle normative urbanistiche. Posso decostruire le forme e giocare con i volumi in totale libertà grafica.

Le tue opere sembrano concepite per dialogare con lo spazio domestico: quanto è importante per te il rapporto tra il dipinto e l’ambiente in cui viene collocato?
È il cuore della vita quotidiana. Non credo che i miei dipinti siano ingombranti o eccessivamente museali. Sono utili nella vita di tutti i giorni, per vivere con le persone. Un’opera che si integra nello spazio domestico e interagisce con esso dovrebbe essere una presenza familiare che irradia energia.

Il tuo linguaggio visivo richiama la frammentazione e la ricostruzione della figura: cosa ti affascina in particolare nella visione di Pablo Picasso e dei cubisti?
Ciò che mi affascina di Picasso e dei cubisti è la loro capacità di mettere in luce la complessità umana. La frammentazione permette di cogliere simultaneamente diverse sfaccettature di un’emozione o di un volto. C’è un modo per andare oltre la semplice rappresentazione realistica per raggiungere una verità più psicologica, più cruda. Questa decostruzione consente la sfrenatezza, la brutalità, la trasgressione. La serie dei volti nasce da tele che possono essere interpretate a diversi livelli di dettaglio.

Il rigore strutturale delle tue composizioni sembra dialogare anche con artisti come Fernand Léger: quanto conta per te l’equilibrio tra disciplina e libertà espressiva?
Questo equilibrio è fondamentale. La libertà totale, senza vincoli, può rapidamente trasformarsi in caos. Fernand Léger mi ispira con il suo rigore meccanico e geometrico. È un artista che ho scoperto parallelamente ai miei studi architettonici, nel corso di un lungo periodo, quando i cubisti erano parte integrante del mio background culturale. Tuttavia, nonostante la costruzione della composizione con forme semplici e leggibili, la sua esecuzione rimane flessibile e naturale. Non difendo nessun dogma o regola.

Nelle tue opere convivono energia cromatica e dimensione onirica: senti una vicinanza con l’approccio più poetico di Joan Miró e Salvador Dalí?
Sì, ammiro profondamente lo stile stravagante di Miró e il mondo onirico di Dalí. Ci ricordano che la pittura è anche un regno di sogni e inconscio. Il mio approccio è certamente grafico, ma le mie composizioni, in particolare le mie “bolle” e i volti intrecciati, attingono a questa libertà poetica in cui l’immaginazione ha la precedenza sulla pura logica. La provocazione è anche un modo per generare emozioni.

Il tuo lavoro sembra concepire il dipinto come un oggetto fisico e autonomo: cosa significa per te questa dimensione oggettuale della pittura?
Per me, la tela non è semplicemente una finestra su un altro mondo, né un mero supporto. È un oggetto in sé, fisico, tangibile. Ecco perché riempio completamente lo spazio della tela. L’opera d’arte è un oggetto di presenza, proprio come un mobile di design o un elemento architettonico, che occupa e trasforma lo spazio fisico in cui si trova.

Le figure che crei sono spesso frammentate e ricomposte: rappresentano identità reali, simboliche o puramente formali?
Alcune sono reali, come la mia famiglia, ma sono principalmente simboliche. Rappresentano la complessità della natura umana, le nostre emozioni intrecciate, le nostre dualità. Sono veri e propri paesaggi mentali più che ritratti di individui specifici. Forma e colore hanno la precedenza sull’identità effettiva del soggetto.

Quali direzioni senti di voler esplorare in futuro per continuare a sviluppare il dialogo tra architettura, pittura e percezione dello spazio?
Voglio spingere ancora oltre questa idea dell’opera d’arte come oggetto e la saturazione di spazio ed emozioni. Vorrei esplorare formati che abbracciano direttamente l’architettura di un luogo. Ho in mente spazi in cui la luce determinerà nuovi formati. Mi interessa molto il formato trittico, autosufficiente e progettuale. La serie Love Life rimane il mio territorio creativo preferito, un tema infinito che continuerò a esplorare attraverso forma, colore e figura.

Descriviti in tre parole.
Artigiano. Vivace. Libero.

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