artisticamente conosciuto come “Nico Anti Artist”, sviluppa la propria ricerca partendo da una posizione volutamente provocatoria: si definisce infatti “anti artista”, contestando ogni definizione rigida e universale dell’arte e rivendicando l’importanza di una cultura della diversità libera da condizionamenti accademici, canoni estetici e classificazioni prestabilite. La sua idea di espressione artistica nasce dalla necessità di preservare una dimensione multiforme e personale, nella quale sperimentazione e libertà rappresentano elementi fondamentali.
Affascinato dall’arte rupestre e dalle forme espressive più istintive e primordiali, Mosca guarda al graffitismo di Jean-Michel Basquiat, all’Art Brut di Jean Dubuffet e all’Espressionismo astratto di Jackson Pollock. Suggestioni differenti che contribuiscono alla costruzione di un linguaggio personale, senza trasformarsi in confini stilistici. La sperimentazione rimane infatti una componente essenziale del suo percorso, orientato alla ricerca continua di elementi di rottura capaci di entrare in contrasto e dialogo con l’ambiente circostante.
Per Nico Anti Artist l’espressione artistica trae origine da pulsioni emotive intense e immediate. Il gesto creativo assume così una dimensione fisica, dinamica e muscolare, nella quale il corpo diventa parte integrante dell’opera. La pittura non è soltanto costruzione dell’immagine, ma azione, movimento e liberazione. Le sue gestualità assumono quasi le caratteristiche di un rito di purificazione attraverso il quale trasferire sulla superficie tensioni, emozioni ed energie.
Durante il processo creativo l’artista si muove intorno alla tela come uno sciamano intorno al fuoco. Pennelli e spatole diventano simbolicamente talismani, mentre la tuta da lavoro assume il valore di un abito da cerimonia. In questa dimensione rituale l’opera non rappresenta semplicemente il risultato finale dell’azione, ma diventa soprattutto il mezzo attraverso il quale raggiungere uno stato di conforto e di totale liberazione.
La forza di questo processo rimane visibile sulla superficie attraverso un dripping sincopato, impetuose gettate di vernice e incisioni che attraversano violentemente il colore. Proprio queste ultime, simili a squarci e lacerazioni, costituiscono uno degli elementi maggiormente riconoscibili delle sue creazioni. La materia viene attraversata, ferita e trasformata, lasciando emergere una tensione continua tra costruzione e distruzione, equilibrio e disordine, impulso e controllo.
La contrapposizione diventa così uno degli elementi centrali della ricerca di Nicola Mosca, sintetizzata dallo stesso artista nell’affermazione: “È nella contrapposizione che ciascuno di noi trova l’equilibrio”. Una visione che racchiude il senso di una pratica artistica vissuta prima di tutto come esperienza emotiva e fisica, nella quale la tela diventa luogo di confronto con se stessi e l’atto creativo uno strumento di libertà, sperimentazione e trasformazione.
Cos’è per te l’arte e perché hai scelto provocatoriamente di definirti “anti artista”?
L’arte per me è una rivelazione, un atto di coraggio. Ho sempre prediletto la scrittura per veicolare le mie emozioni più segrete, i miei turbamenti, ma a un certo punto le sole parole non sono state più sufficienti e mi sono avvicinato, per certi aspetti, aggrappato, al gesto pittorico. Anti Artista, in primis, poiché i figli della mia generazione non hanno mai potuto identificarsi in una professione o semplicemente in una passione senza che la stessa fosse necessariamente accompagnata da un “titolo” o da una “formale attestazione”. Parimenti, ripudiando da sempre ogni forma di confine mentale e di “etichette prestampate”, rivendico a gran voce un concetto di arte che non sia elitario o settoriale, bensì multiforme, libero da qualsivoglia vincolo accademico e non.
La tua ricerca rifiuta definizioni rigide, condizionamenti accademici e canoni estetici prestabiliti. Quanto è importante per te difendere la libertà espressiva e la diversità nell’arte contemporanea?
Soprattutto in un contesto storico come quello attuale, è più che mai imprescindibile che chiunque possa condividere, esprimere e affermare la propria visione artistica, specialmente se eterogenea. È l’unico modo per poter sfuggire a un immobilismo culturale sempre più diffuso.
Tra le tue fonti di ispirazione ci sono l’arte rupestre, Jean-Michel Basquiat, Jean Dubuffet e Jackson Pollock. Cosa senti più vicino alla tua sensibilità nelle loro esperienze artistiche?
L’affermazione di sé tramite la ricerca di un’espressione artistica indifferente al giudizio altrui, autentica, grezza, intuitiva, senza artifici.
Descrivi il tuo processo creativo come qualcosa di fisico, dinamico e quasi rituale. Cosa accade dentro di te quando inizi a lavorare su una tela?
Il primo getto di colore sulla tela ha generato in me una sensazione di sollievo, come se riemergessi in superficie da una lunga apnea subacquea. Da allora non ho più smesso. Guardo la tela che giace nuda, pronta ad accogliere le mie febbrili pulsioni emotive.
Ti muovi intorno all’opera come uno “sciamano intorno al fuoco”, mentre pennelli e spatole diventano quasi dei talismani. Quanto è importante il coinvolgimento del corpo nella tua pittura?
La gestualità è una componente fondamentale del mio processo artistico e mi consente di scrollarmi di dosso ogni impedimento razionale.
Hai affermato che l’opera non rappresenta il risultato, ma il mezzo attraverso cui raggiungi uno stato di conforto e liberazione. Quando consideri realmente concluso un lavoro?
Ho un rapporto molto diretto con la tela, fatto di amore, rabbia, passione e soltanto quando mi sento totalmente appagato sento che il lavoro è giunto a conclusione. E così è.
Dripping, gettate di vernice e incisioni caratterizzano fortemente il tuo linguaggio. Quanto spazio lasci all’istinto e quanto, invece, al controllo durante la realizzazione di un’opera?
Lascio convivere tra loro l’istinto puro, il perfezionismo recondito e l’estetismo. È proprio questa fusione controversa che, durante l’atto, mi eccita e allo stesso tempo mi rassicura.
Le incisioni che attraversano il colore sembrano vere e proprie lacerazioni della superficie. Che significato hanno questi “squarci” e cosa rappresentano nella tua ricerca?
Rappresentano un tratto identificativo, distintivo, traccia di cicatrici inferte e autoinferte, che hanno segnato la mia esistenza tanto in senso metaforico quanto letterale.
“È nella contrapposizione che ciascuno di noi trova l’equilibrio”: quanto questa frase racconta Nicola Mosca, oltre che Nico Anti Artist?
La contrapposizione va intesa come naturale convergenza tra bello e brutto, gioia e dolore, luce e buio, giusto e sbagliato. Elementi che non possono esistere l’uno senza l’altro e viceversa. La contrapposizione, per quanto mi riguarda, è l’elogio della verità, in un’epoca in cui vige la spasmodica ricerca della performance e dell’esteriorità più estrema, in cui l’errore e l’imperfezione sono ritenuti difformità da estirpare o da nascondere quando non possono essere abortiti all’origine.
Quale nuova provocazione, sperimentazione o direzione vorresti esplorare nel futuro del tuo percorso artistico?
Di recente mi sono approcciato a una personale interpretazione del concetto di arte rupestre e di linguaggio tribale, rappresentati da tratti essenziali, minimalisti e da un uso cromatico misurato. Un modo per tornare all’essenziale, alle radici.