vive a Pietrasanta. Dopo aver studiato Storia all’Università di Pisa, intraprende un percorso di ricerca personale che lo porta a viaggiare in diversi paesi del mondo alla scoperta di luoghi dimenticati e spazi segnati dal tempo. Al centro della sua poetica emerge una forte attrazione per le rovine e per ciò che resta della grandezza passata, elementi che alimentano una visione estetica attraversata dalla nostalgia di un paradiso perduto e da una sensibilità vicina alla tradizione decadente, reinterpretata attraverso il linguaggio della fotografia.
Il suo lavoro si concentra sulla memoria dei luoghi e sul fascino dell’abbandono, trasformando architetture, teatri, fabbriche e spazi dismessi in scenari sospesi tra storia e immaginazione. Nel corso degli anni ha esposto in numerose gallerie d’arte contemporanea e musei, partecipando a mostre di rilievo come Hic sunt dracones al Castel dell’Ovo di Napoli, The Great Beauty al Pärnu Museum in Estonia e Paradiso Perduto presso Estella Gallery a New Orleans.
Nel 2021 è inserito nel cartellone ufficiale del Brescia Photo Festival con il progetto Sipario, dedicato all’abbandono dei luoghi della cultura. L’anno successivo ottiene importanti riconoscimenti vincendo il Trento Art Prize e il Premio Arte organizzato da Cairo Editore. Nel 2023 si aggiudica il primo premio del contest AIPAI con una serie dedicata all’archeologia industriale, mentre nel 2024 una sua opera in formato maxi viene installata permanentemente in una pensilina degli autobus della città di Aosta. Nel 2025 conquista il primo posto al concorso “Rovine di Puglia”.
Le sue fotografie fanno parte di collezioni pubbliche e private e sono state pubblicate su numerose riviste. Nel corso della sua carriera ha inoltre pubblicato due libri: Fenomenologia della fine (Petrartedizioni, 2014) e In Absentia (Snap Collective, 2022).
Cos’è per te l’arte?
Non esiste bellezza senza una forma di vulnerabilità. Citando indirettamente Leonard Cohen, l’arte è la “crepa da cui entra la luce”, una ferita che diventa feritoia.
Come nasce il tuo interesse per i luoghi abbandonati e per la memoria degli spazi segnati dal tempo?
Il mio interesse per l’abbandono non è il frutto di una fascinazione estetica per il disfacimento, ma di una necessità interiore di dialogare con ciò che resta quando il rumore del presente svanisce. Ho compreso presto che il tempo non è una linea retta che procede inesorabile verso la cancellazione, ma un palinsesto di storie sovrapposte, dove nulla scompare mai davvero, ma cambia semplicemente stato di vibrazione.
In che modo gli studi di Storia all’Università di Pisa hanno influenzato il tuo sguardo fotografico e la tua ricerca artistica?
L’influenza della grande tradizione storiografica italiana mi ha portato a prediligere il dettaglio rispetto all’insieme. Come uno storico che cerca la verità nei registri parrocchiali o nelle lettere private piuttosto che nei grandi trattati, io cerco la Storia nei piccoli oggetti abbandonati: un cappotto polveroso, una sedia rovesciata, un giocattolo dimenticato.
Nelle tue immagini emerge spesso una forte nostalgia per un “paradiso perduto”. Cosa rappresenta per te questa dimensione poetica?
Nelle mie immagini, il paradiso non è perduto perché è distrutto, ma perché è silenzioso. Rappresenta la dimensione in cui l’oggetto, liberato dalla sua schiavitù funzionale, accede a una dignità puramente estetica. Una sala da ballo invasa dai rovi non è un fallimento dell’uomo; è il ritorno a una bellezza edenica primordiale, dove la natura riassorbe la cultura in un abbraccio che è al contempo tragico e sublime.
Le rovine e gli edifici dimenticati diventano protagonisti delle tue fotografie. Cosa cerchi di cogliere in questi luoghi quando li esplori con la macchina fotografica?
Cerco quel momento sospeso in cui la luce, colmando i vuoti lasciati dall’uomo, restituisce a questi spazi una sacralità laica, trasformando l’abbandono in una forma di preghiera visiva.
Il tuo lavoro è spesso accostato a una sensibilità decadente. Quanto la letteratura e l’estetica del decadentismo hanno influenzato la tua visione artistica?
Dal decadentismo ho mutuato l’idea che la bellezza non risieda nella pienezza della forma, ma nella sua incrinatura. Come per Huysmans o D’Annunzio, l’oggetto prezioso diventa ancor più affascinante quando è intaccato dalla patina del tempo o dalla corruzione della materia. Nelle mie fotografie, ricerco quella “bellezza malata” dove il velluto lacerato di una poltrona o l’oro sbiadito di un fregio rococò sprigionano un’energia sensuale che la perfezione del nuovo non potrà mai possedere.
Il progetto “Sipario”, presentato al Brescia Photo Festival, è dedicato all’abbandono dei luoghi della cultura. Che riflessione volevi stimolare attraverso questo lavoro?
In “Sipario”, il focus non è sulla struttura architettonica, ma sull’eco del pubblico. Un teatro vuoto, con i palchetti mangiati dai tarli e il velluto che perde il suo pigmento, interroga lo spettatore moderno sulla fragilità delle nostre fondamenta culturali. Volevo stimolare una domanda brutale: cosa resta di una civiltà quando i suoi “amplificatori di umanità” smettono di vibrare? La risposta è in quel sipario che non si alza più, ma che diventa esso stesso l’opera d’arte, una scultura tessile che nasconde il nulla.
Molti dei tuoi progetti nascono da viaggi ed esplorazioni. Quanto conta l’esperienza del viaggio nel tuo processo creativo?
Ogni esplorazione è un superamento di una soglia, non solo fisica ma simbolica. Viaggiare verso le rovine moderne o oltre i confini del già noto significa confrontarsi con l’alterità del tempo. Il viaggio mi permette di esperire il “fuori”: fuori dal rumore della contemporaneità, fuori dalle rotte del turismo di massa.
Tra i numerosi premi e riconoscimenti ricevuti, ce n’è uno che ha rappresentato un momento particolarmente significativo nel tuo percorso artistico?
Sebbene ogni riconoscimento sia un tassello prezioso, la vittoria al “Premio Arte 2022”, con il conferimento della Targa d’oro per la fotografia a Palazzo Reale a Milano, ha rappresentato una tappa fondamentale nel mio percorso.
Le tue fotografie trasformano spazi reali in scenari sospesi tra realtà e immaginazione. Quanto è importante per te la dimensione narrativa dell’immagine?
La mia ricerca si muove nel solco del Realismo Magico. La precisione del dettaglio fotografico (la realtà) serve a rendere credibile l’atmosfera onirica (l’immaginazione). La narrazione non ha bisogno di figure umane; anzi, è proprio l’assenza a rendere la storia universale. Quando il luogo si spoglia della sua funzione, diventa un archetipo: non è più “quel” palazzo abbandonato, ma è il castello della memoria, la stanza dei segreti, il teatro dell’oblio.
Guardando al futuro, quali nuovi luoghi o tematiche senti il desiderio di esplorare attraverso la fotografia?
Voglio approfondire il tema del Post-Antropocene visivo. Mi affascina l’idea di documentare non solo la rovina, ma la velocità con cui la forza vegetale riassorbe le velleità dell’uomo. Una sorta di indagine su come la vita, nella sua cecità biologica, sia l’unica vera erede dei nostri spazi.
Descriviti in tre parole.
“Vedo cose meravigliose”.