Morena Medugno

32 anni, originaria di Cava de’ Tirreni in provincia di Salerno, vive da circa nove anni in Svizzera, dove lavora come educatrice a contatto con persone con disabilità. La scrittura…

BIOGRAFIA

#Morena Medugno

32 anni, originaria di Cava de’ Tirreni in provincia di Salerno, vive da circa nove anni in Svizzera, dove lavora come educatrice a contatto con persone con disabilità. La scrittura rappresenta da sempre una presenza costante nella sua vita, uno strumento attraverso cui fermare i pensieri, dare forma alle emozioni e cercare un equilibrio interiore. Per lungo tempo vissuta come dimensione intima e personale, questa necessità espressiva ha trovato nel tempo una nuova apertura verso l’esterno, trasformandosi in condivisione.

Da questa esigenza nasce “Tra le crepe”, progetto Instagram costruito esclusivamente attraverso le parole, senza volto, ma capace di accogliere riflessioni, fragilità e frammenti di vita. Uno spazio autentico in cui la scrittura diventa ponte tra esperienze individuali e sensibilità collettive, generando connessioni profonde con chi legge e si riconosce in ciò che viene raccontato.

Il suo percorso umano e professionale ha dato vita anche al suo primo libro, “La strada di casa”, un’opera ispirata alla realtà vissuta quotidianamente accanto a persone con disabilità. Il racconto si concentra su tre protagonisti, con l’intento di superare etichette e diagnosi, restituendo centralità alle persone, alle loro identità, ai desideri e alle contraddizioni. Attraverso una narrazione sensibile, Morena Medugno pone l’attenzione sul diritto di ogni individuo di essere visto per ciò che è, al di là delle definizioni imposte.

Disponibile su Amazon in formato ebook, cartaceo e copertina rigida, il libro è attualmente in fase di sviluppo anche come audiolibro, con l’obiettivo di ampliare l’accessibilità e rendere il messaggio inclusivo ancora più concreto. Parte del ricavato è devoluto ad ANFFAS Caressa ETS, scelta che trasforma il progetto editoriale in un gesto tangibile di sostegno verso le persone con disabilità e le loro famiglie.

“Tra le crepe” e “La strada di casa” rappresentano oggi due espressioni complementari di un unico percorso: quello di utilizzare le parole per raccontarsi, raccontare gli altri e costruire legami. Una ricerca costante di connessione, in cui ogni parola lasciata diventa un possibile punto d’incontro tra vissuti diversi ma profondamente umani.

Cos’è per te l’arte?

Per me l’arte è un modo di dare una forma a ciò che, a volte, non riusciamo a dire a parole. È uno spazio in cui possiamo essere vulnerabili senza doverci giustificare, trasformare un’emozione, una ferita, un ricordo o semplicemente un pensiero in qualcosa che possa raggiungere qualcun altro. Non penso che l’arte debba necessariamente essere perfetta o avere un significato preciso per tutti. A volte è semplicemente un modo per dire: “Questo è ciò che sento”. E se dall’altra parte qualcuno si riconosce, allora è già nata una connessione.

Cosa rappresenta per te la scrittura oggi e in che modo è cambiata nel tempo?

La scrittura per me è sempre stata una casa. È il posto in cui riesco a mettere ordine nel caos, anche quando quell’ordine non esiste ancora nella realtà. Da ragazzina scrivevo soprattutto per me, quasi come se la pagina fosse un luogo segreto. Oggi invece la scrittura è diventata anche un modo per entrare in relazione con gli altri. Ho imparato che quello che scrivo non deve necessariamente rimanere mio: può diventare uno specchio per qualcun altro. Credo che sia cambiata soprattutto la mia consapevolezza. Prima scrivevo per raccontare quello che avevo dentro. Oggi scrivo anche pensando a quello che una storia può lasciare agli altri.

Quando hai deciso di condividere qualcosa di così intimo come i tuoi pensieri con gli altri?

Non credo ci sia stato un momento preciso in cui ho deciso: “Da oggi racconto me stessa”. È successo gradualmente. Condividere qualcosa di intimo fa paura, perché significa accettare di non poter controllare completamente lo sguardo degli altri. Ma a un certo punto ho capito che la vulnerabilità, quando viene raccontata con sincerità, può diventare una forma di connessione. Ho iniziato condividendo piccoli pezzi di me e, ogni volta, ho scoperto che dall’altra parte c’era qualcuno che aveva bisogno proprio di quelle parole.

Come nasce l’idea di “Tra le crepe” e cosa significa per te questo nome?

“Tra le crepe” nasce dall’idea che non tutto ciò che si rompe debba essere nascosto. Le crepe raccontano qualcosa di noi: possono rappresentare le fragilità, le ferite, i momenti in cui la vita ci ha messi alla prova. Ma possono anche essere il punto da cui entra la luce. Il nome è diventato quindi una sorta di dichiarazione d’intenti: non raccontare una vita perfetta, ma tutto quello che esiste tra le crepe. Le emozioni, le paure, le contraddizioni, la rinascita. C’è anche un legame con il kintsugi, che per me rappresenta proprio questo: non cancellare le fratture, ma riconoscere che possono diventare parte della nostra storia.

Che tipo di connessioni hai scoperto grazie al tuo progetto su Instagram?

Connessioni molto più profonde di quanto immaginassi. Ho scoperto che dietro uno schermo ci sono persone che magari non conosci affatto, ma che riescono a riconoscersi in una tua frase, in una paura o in una fragilità. Sono nate conversazioni con persone che mi hanno raccontato parti della loro storia che probabilmente non avevano mai raccontato a nessuno. E questa è una delle cose che mi emoziona di più. Instagram, che spesso viene percepito come un luogo molto superficiale, per me è diventato anche uno spazio di ascolto e di condivisione.

C’è un messaggio o una riflessione che ti ha colpito particolarmente tra quelli ricevuti dalle persone che ti leggono?

Ce n’è uno che mi è arrivato in un momento particolare e che difficilmente dimenticherò. In questo periodo sto lavorando all’audiolibro de La strada di casa, insieme a delle persone fantastiche che stanno prestando la loro voce alla storia. Una delle voci che la racconteranno, dopo aver provato più volte a registrare una parte del libro, mi ha mandato un audio in lacrime. Mi ha raccontato quanto quella scena l’avesse toccata e quanto fosse stato difficile riuscire a registrarla proprio perché l’emozione prendeva il sopravvento. Sentire quelle emozioni, attraverso la sua voce, mi ha colpita profondamente. Perché in quel momento ho capito che quelle parole che avevo scritto, nate prima di tutto da qualcosa che sentivo io, stavano provocando qualcosa anche in qualcun altro. Forse è stato uno dei momenti in cui ho pensato: “Forse sto facendo qualcosa di giusto”.

In che modo il tuo lavoro come educatrice ha influenzato il tuo modo di scrivere?

Il mio lavoro come educatrice ha influenzato tantissimo il mio modo di comunicare, e non soltanto il modo in cui racconto la disabilità. Lavorare quotidianamente con persone che comunicano in modi molto diversi da quelli a cui siamo abituati mi ha insegnato che comunicare non significa necessariamente usare tante parole. A volte significa trovare quella giusta. A volte significa osservare, aspettare, ascoltare un silenzio, un gesto, uno sguardo. Credo che questo sia entrato anche nella mia scrittura. Cerco di utilizzare una comunicazione essenziale, semplice, il più possibile autentica e non artefatta. Non mi interessa usare parole complicate per sembrare più profonda. Mi interessa arrivare. Il mio lavoro mi ha insegnato anche che ogni persona ha il proprio modo di raccontarsi, anche quando non lo fa attraverso le parole. E forse questa è una delle cose che porto maggiormente con me quando scrivo.

Come è nato il libro “La strada di casa” e qual è stata la spinta più forte nel volerlo realizzare?

La strada di casa nasce dal mio lavoro, dalle persone che ho incontrato e dalle esperienze che ho vissuto negli anni. Non è una storia autobiografica in senso stretto, ma è profondamente ispirata alla realtà che ho conosciuto e a tante domande che il mio lavoro mi ha lasciato dentro. La spinta più forte è stata il desiderio di raccontare le persone prima delle loro diagnosi. Ho sentito il bisogno di creare tre personaggi che non fossero semplicemente “persone con disabilità”, ma persone. Con desideri, ostinazioni, passioni, difetti, sogni, senso dell’umorismo e contraddizioni. Volevo che il lettore, a un certo punto, smettesse di vedere la disabilità e iniziasse semplicemente a vedere loro.

Qual è stata la sfida più grande nel raccontare la disabilità senza cadere negli stereotipi?

La mia sfida è stata, prima ancora che evitare gli stereotipi, provare a distruggerne alcuni. Nel mio lavoro ho avuto la fortuna di conoscere persone che, semplicemente esistendo e mostrandomi ogni giorno chi erano davvero, hanno messo in discussione molte delle idee che avevo sulla disabilità. Forse proprio per questo, quando ho iniziato a scrivere La strada di casa, ho cercato di non costruire personaggi “perfetti” o esemplari. Non volevo che fossero né vittime né eroi. Volevo che fossero persone. Persone che possono essere ironiche, testarde, fragili, divertenti, arrabbiate, affettuose, contraddittorie. Persone che possono avere dei limiti, ma anche desideri e possibilità che non coincidono necessariamente con ciò che gli altri immaginano per loro. Il fatto di aver provato per anni a mettere in discussione certi stereotipi, probabilmente, mi ha aiutata anche a non ricadere inconsapevolmente negli stessi.

Cosa speri arrivi alle persone che leggono la tua storia?

Spero arrivi soprattutto una domanda. Quante volte guardiamo qualcuno e decidiamo chi è prima ancora di conoscerlo? Vorrei che il lettore arrivasse alla fine del libro con uno sguardo un po’ diverso verso le persone che incontra ogni giorno. Non necessariamente con delle risposte, ma con qualche domanda in più. E vorrei che rimanesse il desiderio di andare oltre ciò che vediamo immediatamente.

Quanto è importante per te dare un impatto concreto al tuo progetto, come la scelta di devolvere parte del ricavato?

Per me è molto importante, perché sentivo il bisogno di restituire qualcosa. La strada di casa nasce anche dal mondo che ho avuto la possibilità di conoscere attraverso il mio lavoro, dalle persone che ho incontrato e da ciò che quelle esperienze mi hanno permesso di imparare. Devolvere parte del ricavato ad ANFFAS Caressa ETS è, per me, un piccolo modo per restituire qualcosa a quel mondo che, in qualche modo, mi ha permesso di diventare la persona e l’autrice che sono oggi. Non volevo che il progetto si fermasse al libro o alle parole. Se una parte di ciò che il libro genera può trasformarsi in un aiuto concreto, allora per me acquista ancora più senso.

 Che ruolo ha oggi la scrittura nella tua vita quotidiana?

La scrittura continua a essere una presenza costante. A volte è lavoro, a volte è progetto, a volte è semplicemente il bisogno di fermarmi e mettere nero su bianco quello che ho dentro. Oggi, però, ha anche una responsabilità diversa. Da quando La strada di casa è diventato un libro vero, pubblicato e letto da altre persone, sento ancora di più il peso e il valore delle parole. Scrivere per me significa ancora libertà, ma anche responsabilità.

Guardando al futuro, come immagini l’evoluzione del tuo percorso artistico e umano?

Non so esattamente dove mi porterà, e forse è proprio questo il bello. So però che voglio continuare a scrivere e a raccontare storie che abbiano qualcosa da lasciare. Mi piacerebbe continuare a sperimentare forme diverse, portare la scrittura anche in altri progetti e, soprattutto, continuare a costruire ponti tra le persone. Il percorso artistico e quello umano, per me, sono inevitabilmente intrecciati. Non so ancora quale sarà la prossima strada, ma so che voglio continuare a percorrerla con curiosità.

Descriviti in tre parole.

Gentile. Curiosa. Determinata. Gentile, perché credo profondamente nel valore dei piccoli gesti e nel modo in cui scegliamo di trattare gli altri. Curiosa perché ho bisogno di capire, osservare, fare domande e andare oltre ciò che vedo in superficie. Determinata perché quando qualcosa mi sta davvero a cuore, difficilmente smetto di crederci.

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